Chiapas, una lotta “benedetta” contro l’industria mineraria

In Chiapas le multinazionali sono attirate da oro, rame e argento. Ma le comunità indigene, sostenute dalla chiesa locale, provano a resistere per difendere salute e ambiente

miniera Chiapas

di NICOLA NICOLETTI

Suor Ester si muove rapida fra i villaggi in una fetta di Chiapas meraviglioso. La sua attività, oltre a quella di catechista, è animare la popolazione a tutelare il territorio. Un lavoro sociale – sostenuto dall’illuminante enciclica Laudato Si’, scritta da un papa latinoamericano come Francesco – che ha assunto il valore di faro per i villaggi di contadini e famiglie indigene, le più povere del Paese.
Di fronte ai pericoli legati alle estrazioni minerarie, il parroco e il delegato alle comunità indigene hanno organizzato marce pacifiche e incontri che, ad oggi, hanno contribuito a rallentare le esplorazioni. Già dopo i primi movimenti di perlustrazione della miniera di Solosuchiapa, un giacimento che per estensione abbraccia diversi villaggi, le acque dei fiumi La Sierra e Moquimba si sono intorpidite e i pesci hanno cominciato a sparire. Ecco quindi la necessità di far sentire la propria voce. «Per salvare il presente e non compromettere il futuro», spiega a Nuova Ecologia con dolce fermezza la religiosa. Siamo nel sud del Messico, una zona dove indigeni e meticci cercano di difendere il territorio e le loro case. Contadini e agricoltori vivono in abitazioni umili, povere, con tetti precari. «Quando piove l’acqua scorre dentro le case», racconta Carlos, un ragazzo di Solosuchiapa che si è unito ai movimenti in difesa dei territori.
I lavori della grande miniera, proprietà, fra gli altri, anche di Carlos Slim, uno degli uomini più ricchi del pianeta, potrebbero compromettere un ecosistema finora intatto. Praticamente è l’eterna lotta di Davide contro Golia. Oro, rame, argento e zinco hanno attirato l’attenzione di compagnie interessate al territorio dove le comunità indigene vivono da secoli. Il gruppo canadese che porta avanti le estrazioni assicura sulle conseguenze non pericolose delle attività, ma gli abitanti dei villaggi sono diffidenti e hanno organizzato una marcia alla quale, a febbraio scorso, ha preso parte un migliaio di persone, nonostante la pioggia.
«Ringrazio con tutto il cuore per la solidarietà espressa sia a livello nazionale che estero – ha dichiarato padre Marcelo Perez, combattivo responsabile della pastorale sociale diocesana dopo la grande marcia – Abbiamo chiesto la chiusura della miniera: ora aspettiamo fiduciosi un gesto di accoglienza alle nostre domande». Lo sfruttamento della miniera è iniziato nel 1988, ci sono stati momenti di grande intensità del lavoro seguiti da un periodo di stasi, prima della recente ripresa delle attività.
«Noi non vogliamo condizionare né le persone né la natura di queste terre, che sono la casa dove abitiamo. Lo sfruttamento della miniera porterà più danni che benefici», hanno manifestato i rappresentanti del Comitato in difesa della Madre Terra di Solosuchiapa. A loro si sono unite le popolazioni Rayon, Tapilula, Ixhuatan e non è mancata la solidarietà di tante altre etnie, come del Centro dei diritti umani “Fray Bartolomé de las Casas” e della pastorale diocesana di San Cristóbal de las Casas.
Nelle settimane successive alla grande marcia, le azioni a difesa dell’ambiente sono continuate ogni venerdì con incontri parrocchiali di riflessione e con attività di raccolta dei rifiuti sversati nel fiume e nelle periferie dei villaggi. l

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