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Carbonio blu

Dal mensile – Gli ecosistemi costieri sono eccellenti “carbon sink”. E contribuiscono alla mitigazione del clima. Studi sempre più approfonditi guideranno le politiche di conservazione

Il ruolo degli ecosistemi costieri per la rimozione e lo stoccaggio del carbonio è stato evidenziato per la prima volta nel 2009, in un report del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, dove fa il suo esordio l’espressione “carbonio blu”.

Il carbonio blu è conservato in gran parte negli ecosistemi costieri formati da mangrovie, paludi salmastre e foreste sommerse di piante marine (come Posidonia oceanica), che coprono meno dello 0,5% dei fondali ma contengono tra il 50 e il 70% di tutto il carbonio oceanico. Numeri ancor più importanti se consideriamo che le foreste marine rappresentano lo 0,05% della biomassa vegetale del pianeta ma si classificano tra i maggiori pozzi di carbonio della Terra.

Studi recenti hanno evidenziato che oltre alle piante, anche le comunità formate da macro-alghe (come i Kelp e Sargassum) contribuiscono a trasferire carbonio organico verso l’oceano aperto e gli ambienti profondi. In un lavoro pubblicato nel 2020, un gruppo di ricerca australiano ha stimato che questi ecosistemi rimuovono una quantità di carbonio pari a circa il 30% del sequestro annuale dell’intero continente australiano.

Il carbonio blu ha poi un altro pregio: rispetto a quello immagazzinato sulla terraferma, può rimanere immobilizzato in forme organiche per migliaia di anni, contribuendo così alla mitigazione del clima nel lungo periodo.

Nonostante contribuiscano alla stabilità del clima e forniscano numerosi servizi ecosistemici essenziali, come la produzione di ossigeno, la creazione di riparo per molte specie di animali e la protezione delle coste dall’erosione, gli ambienti vegetati marini sono tra quelli più minacciati sulla Terra. Se degradati o convertiti ad altri usi, oltre a venire profondamente intaccata la loro capacità di assorbire CO2, possono passare da “pozzi” a “sorgenti” di anidride carbonica.

Declino da invertire

Le praterie costiere e sottomarine stanno vivendo un forte declino globale, con una velocità quattro volte maggiore rispetto alle foreste pluviali. Questo tasso sta accelerando soprattutto a causa dell’aumento delle attività umane nelle regioni costiere. Inoltre, decenni di osservazioni oceaniche mostrano quanto la CO2 assorbita dalle acque dell’oceano stia cambiando la chimica di questo mezzo, sortendo un processo di “acidificazione” che mette a sua volta a rischio la capacità degli ecosistemi costieri di mitigare gli effetti del cambiamento climatico su scala globale. È dunque un ciclo che si auto rafforza, con effetti molto negativi sulla stabilità del sistema integrato oceano-clima.

Capire come la crisi climatica stia influenzando l’accumulo di carbonio negli ecosistemi costieri sarà uno degli obiettivi prioritari della ricerca nel prossimo decennio. Per farlo, gli scienziati avranno bisogno di studiare sempre meglio questi ecosistemi, determinare l’origine del carbonio blu e migliorare la comprensione dei fattori biologici ed ecologici che ne influenzano il sequestro.

In questo contesto, il ripristino degli ecosistemi marini degradati è un obiettivo chiave di numerosi programmi di ricerca e cooperazione internazionale: uno di questi è “Afrimed”, un progetto europeo coordinato dall’Università Politecnica delle Marche dedicato al restauro delle foreste macro-algali di Cystoseira, uno degli habitat più preziosi e in rapida scomparsa del bacino Mediterraneo.

Molti organismi politici, d’altra parte, stanno sviluppando meccanismi finanziari e quadri normativi per la valorizzazione del carbonio blu nelle azioni volte alla riduzione dei gas serra. Queste politiche possono vincolare i governi a impegni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici attraverso la conservazione della diversità biologica, combinando l’ottenimento di benefici economici dalla vendita di compensazioni di carbonio e la produzione di valore. Perché la biodiversità è essa stessa un valore.

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Emanuela Dattolo
Ecologa molecolare, ricercatrice alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli

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