Cara Airbnb ti scrivo

Legambiente scrive alla piattaforma in occasione di “100 case 100 idee”, l’evento di confronto tra gli host organizzato dalla community di Airbnb. “Quando sei nata abbiamo salutato con favore la tua intuizione, avresti contribuito a tanti nostri obiettivi, tra cui la lotta al consumo di suolo. Ma non possiamo sottacere aspetti negativi come il rischio overtourism e le difficoltà di trovare case in affitto per residenti. Occorre dunque un ‘patto per lo sviluppo’ tra Comuni, proprietari delle seconde case e le piattaforme di riferimento, intermediari del turismo ed esercenti commerciali”

 

proteste contro Airbnb

di Sebastiano Venneri, Responsabile Turismo Legambiente.
In collaborazione con Paolo Grigolli, Direttore Scuola di management del turismo e della cultura di tsm, Trentino School of Management 

 

Dear Airbnb,

quando sei nata, poco più di dieci anni fa, siamo stati in tanti a salutare con favore la tua splendida intuizione: condividere per brevi periodi con altre persone parte della propria abitazione. Ci era sembrato un bel modo per incoraggiare e far crescere un nuovo modo di fare turismo. Affittare per qualche giorno una stanza avrebbe favorito scambi e relazioni fra persone (e a noi questo piace molto!), avrebbe moltiplicato in breve tempo la disponibilità di posti letto senza costruire un solo metro cubo in più, avrebbe reso da subito fruibili località periferiche e marginali dove non esistono strutture ricettive, avrebbe permesso la visita di luoghi di pregio del nostro Paese che finalmente potevano scommettere sullo sviluppo turistico del loro territorio, avrebbe favorito la nascita di microeconomie e incrementato il reddito dei piccoli proprietari di case.

La tua nascita ci era sembrata insomma una risposta intelligente e avanzata ai problemi posti dai cambiamenti in atto: il fenomeno degli empty nests in primo luogo, ovvero le case dalle quali i figli sono andati via e che diventano più facili da mantenere se si sa di poter contare su un piccolo incremento di reddito; la lotta al consumo di suolo diventata ormai una priorità per tante amministrazioni locali; ed infine la crescita di quel turismo più profondo e consapevole fatto di esperienze, fatto di visita di un territorio da parte di chi preferisce la mediazione curata dall’abitante a quella dell’operatore turistico, di quel turismo fatto di voglia di sentirsi cittadino temporaneo piuttosto che turista di passaggio.

L’home sharing in continuo aumento ha permesso a target di visitatori con esigenze diverse di soggiornare nell’ambito turistico grazie a prezzi contenuti o più accessibili e ha consentito una maggiore autonomia e flessibilità. È un indotto economico non trascurabile per il territorio e per i soggetti proprietari degli appartamenti, che ha consentito inoltre una manutenzione e un mantenimento di appartamenti e seconde case che, in alternativa, sarebbero stati sfitti.

Cara Airbnb, con queste prospettive di sviluppo abbiamo salutato con affetto la tua nascita ed accompagnato i tuoi primi passi. Oggi, appena dieci anni dopo, sei diventata un gigante: ogni notte accogli nelle tue stanze almeno due milioni di persone in 100.000 città di 191 Paesi del mondo. Hai più posti letto delle prime cinque catene alberghiere del mondo messe assieme. Hai vissuto insomma una crescita rapida e impetuosa che non accenna a fermarsi.

Non si è trattato però di una crescita lineare. Nel corso di questi anni abbiamo purtroppo dovuto registrare più di una deviazione da quelle che erano le premesse originarie: vere e proprie degenerazioni che rischiano di mettere in ombra i successi conseguiti. Nelle città più turistiche si comincia a porre il problema della trasformazione di interi quartieri in hotel diffusi al di fuori di qualunque regola. In molti casi i residenti hanno trovato più vantaggioso economicamente affidarti la propria intera abitazione nel centro storico per lunghi periodi e magari traferirsi in periferia, ma ciò ha comportato problemi sia in termini di gentrificazione del quartiere centrale, sia nell’esasperare i problemi abitativi delle giovani coppie e/o delle categorie meno abbienti che si trovano a confrontarsi con costi di affitto inaccessibili. Tutto ciò inoltre si è tradotto in impatto negativo proprio sull’offerta turistica: questo tipo di dinamiche infatti ha contribuito ad erodere lentamente la proposta turistica per cui i centri storici sono diventati in molti casi sempre più spersonalizzati finendo col perdere la propria identità.  Insomma la parziale degenerazione nelle città turistiche della tua proposta originaria, collegata ad altri fenomeni non meno rilevanti (crescita delle compagnie low cost, sviluppo di nuovi mercati turistici…), ha contribuito all’esplosione del fenomeno dell’overtourism che rischia di compromettere il futuro di molte città del pianeta.

Venezia, Firenze, Barcellona, per citare solo le prime in classifica, sembrano orientate verso un domani fatto di monocultura turistica che rischia di cancellare ogni traccia di autenticità al loro interno, un mondo di replicanti che abitano quinte teatrali senz’anima e senza più profilo. E questa deriva genera conflitto. Le manifestazioni di protesta contro i turisti e la campagna di denunce contro chi affitta ai turisti sono frutto di due fenomeni diversi, ma collegati: la questione turistica e la questione della casa. L’attività turistica, sia in letteratura che, più recentemente, per l’opinione pubblica, alimenta un modello di città che non favorisce uno sviluppo equilibrato a livello territoriale e sociale. A Barcellona questo effetto si è verificato provocando esternalità negative soprattutto in campo sociale (condizioni di lavoro deprecabili, salari bassi, servizi a bassa crescita produttiva) oltre a provocare un peggioramento della vivibilità dei quartieri, la saturazione dello spazio pubblico e la mono-tematizzazione dell’offerta commerciale. Il problema principale che ha scatenato le proteste è legato al diritto alla casa; la crescita turistica ha provocato un aumento dei prezzi degli affitti delle case nelle zone centrali con la conseguente mobilità forzata dei residenti verso quartieri periferici e la convenienza ad affittare gli alloggi per i turisti. Analoghi fenomeni di conflittualità si riscontrano anche a New York, San Francisco, Londra, Amsterdam.

Nonostante quindi innegabili positivi aspetti economici, sociali e ambientali, non possono essere taciuti aspetti negativi come:

il sovraffollamento e il potenziale rischio che si tramuti in overtourism;

la qualità delle abitazioni affittate, sebbene il meccanismo di rating che avete predisposto cerca di combattere proprio quest’aspetto;

l’attrazione di un target diverso dall’obiettivo della destinazione;

il potenziale rischio di crescita di evasione/elusione fiscale;

la diminuzione di appartamenti in affitto per i residenti;

Per limitare gli scontri e le condizioni di illegalità è indispensabile dunque una programmazione da parte dell’amministrazione pubblica e una visione sul futuro della città. Le esternalità positive e negative principali che vengono causate dall’home sharing sono solo sommariamente note. È necessario studiarle, analizzarle, identificare dove possibile i meccanismi di causa-effetto, per poi prenderle in considerazione e ponderare iniziative di gestione del fenomeno, come è stato fatto dall’amministrazione catalana. Ovviamente un impegno della pubblica amministrazione non si dovrebbe fermare alla regolamentazione e pianificazione urbana, ma dovrebbe essere accolto dagli host e dai siti di home sharing come un effetto certamente di limitazione, ma volto all’incremento dell’esperienza positiva vissuta dai turisti e realizzata anche per rendere la città più vivibile.

Occorre dunque un “patto per lo sviluppo” tra Comuni, proprietari delle seconde case e le piattaforme di riferimento, intermediari del turismo ed esercenti commerciali.  L’Ente locale dovrà avere il compito di porre in essere da un lato una serie di controlli atti a legalizzare un mercato immobiliare non sempre trasparente, ma dall’altro dovrà creare dei meccanismi capaci di sviluppare forme di economia dentro a un progetto più ampio, dove l’alloggio è solo un tassello di una strategia di recupero e valorizzazione delle competenze locali.

È tempo insomma che le piattaforme e le amministrazioni approfondiscano il dialogo per valorizzare in termini evolutivi questa opportunità di sviluppo economico.

Il turismo è una risorsa solo se mantenuto in quota accettabile e sostenibile in rapporto con il territorio e solo se è governato con integrate politiche di accoglienza e sviluppo territoriale, predisposte a far fronte alle moderne sfide culturali ed economiche.

Per questo è importante che le piattaforme facciano capire ai diversi stakeholders il valore di un progetto che nella vulgata comune rischia di diventare sinonimo di effetti negativi e di esternalità pesanti per le comunità. La piattaforma dovrà diventare partner delle amministrazioni locali mettendo al centro del suo messaggio e della sua strategia le seguenti azioni di sistema che nessun piccolo player locale saprebbe svolgere da solo:

  • ridistribuzione dei flussi turistici in termini sia spaziali (la valorizzazione di aree periferiche delle località o il recupero del patrimonio abitativo di centri storici semi-abbandonati riattivandone le filiere artigianali e commerciali ed evitando al contempo fenomeni di gentrificazione), che temporali (sostenendo processi di destagionalizzazione attraverso strategie di marketing ad hoc);
  • azioni legate alla mobilità interna (navette, shuttle) favorendo servizi di trasporto intermodale e l’alleanza strutturale con piattaforme di car sharing. Una massa critica di letti per un’ospitalità diffusa e ben organizzata impone la creazione e lo sviluppo di servizi e di infrastrutture che rendano realmente possibile l’incoming soprattutto fuori stagione per una permanenza attiva di residenti temporanei;
  • attivazione di accordi relativi a una politica coerente relativa a nuovi posti letto e introduzione di un regolamento per le concessioni e le licenze di affitto turistico breve;
  • previsione di un “numero gestito” nei luoghi d’interesse più affollati per permettere al turista di vivere un’esperienza migliore ed evitare un’eccessiva pressione sulle risorse turistiche naturali e artificiali facilmente “deperibili”;
  • sviluppo di politiche di revenue management di destinazione per connettersi alle azioni delle amministrazioni relative alla tassa di soggiorno sostenendo e alimentando investimenti coerenti con una certa idea di sviluppo locale;
  • valorizzazione del ruolo femminile nello sviluppo delle attività legate all’accoglienza. Un tema evidenziato dal report di Airbnb dedicato alle donne host, mette in evidenza come l’home sharing abbia contribuito a una svolta nella vita di tante donne riscattandole anche da situazioni difficili. È tipico il caso di donne separate senza lavoro fisso che possono affittare casa traendone un reddito per mantenere al contempo la famiglia. Si tratta di lavoro che rompe anche il paradigma di condizioni economiche svantaggiose per le donne perché è ugualmente retribuito rispetto al lavoro maschile. A livello mondiale, dice AirBnb, il 59% dei Super Host è donna che utilizza il reddito per sviluppare le proprie capacità imprenditoriali, per accrescere le competenze e migliorare il business.

Il vero driver delle vacanze è sempre più l’esperienza che viene fornita in loco al turista. Lo sviluppo di servizi all’ospite consente di creare economia diversificata e di valorizzare competenze e attrattività locali. Creare esperienze e sviluppare una rete commerciale per la loro vendita nella destinazione potrà generare delle attività i cui margini saranno molto più interessanti degli stessi affitti brevi.

Le piattaforme di gestione delle seconde case dovranno sviluppare una forte azione di sostegno agli imprenditori locali per metterli in condizione da un lato di costruire e proporre esperienze di valore all’ospite, dall’altro di costruire motivazione di vacanza e azioni di upselling nei confronti dei clienti favorendo una diversificazione dell’offerta (servizi per bikers, per i surfer, per gli amanti del cinema, per chi viaggia con cani, per persone over 70 che viaggiano fuori stagione per lunghi periodi…).

In definitiva, cara Airbnb, noi riteniamo che le piattaforme debbano evitare di rimanere imprigionate nell’idea di “affittacamere” per posizionarsi piuttosto come player nazionale capace di sviluppo economico locale mediante partnership strategiche con le amministrazioni pubbliche e altri soggetti in un intreccio virtuoso con i tanti operatori locali impegnati nel fornire esperienze di valore per il turista. Soggetti insomma in grado di creare una nuova relazionalità con comunità locali che si stanno svuotando e di riattivare circuiti virtuosi con comunità che cercano nuova relazionalità. Solo una comunità accogliente potrà permettere di superare il gap in termini di qualità dei servizi e di infrastrutture rispetto alle regioni di provenienza.

Occorre orientarsi insomma sempre più verso l’ipotesi di una nuova relazionalità tra ospite e residenti per attivare anche meccanismi in grado di tenere le persone sul territorio nel lungo periodo evitando la disneyzzazione dei centri storici di molte destinazioni italiane.

La sfida è enorme e ha bisogno di alleanze di livello nazionale e internazionale per ridare vita e speranza ai centri minori ora solo sfiorati dai flussi turistici, per evitare il degrado turistico delle località più famose, per disinnescare i conflitti economici e ambientali e per disegnare uno sviluppo più armonioso che recuperi e rilanci lo spirito originario fortemente centrato sull’aspetto relazionale che ha ispirato la nascita della piattaforma di home sharing più grande del mondo. Su queste basi siamo ben lieti di collaborare. E sarebbe bello che una proposta originale di questo tipo possa nascere proprio nel nostro Paese e possa trovare negli obiettivi di salvaguardia del pianeta e di ridistribuzione delle risorse le sue più forti motivazioni.