Diritti al supermercato

DAL MENSILE Prezzi giusti per i produttori e dignità per i lavoratori. Sono le basi del progetto di NoCap, Megamark e Rete Perlaterra. Cento i braccianti tolti al caporalato e assunti con contratti regolari

Yvan Sagnet, fondatore dell’associazione NoCap.

DI LAURA PASOTTI

La lotta al caporalato arriva al supermercato. Come? Grazie a “Iamme-NoCap”, il progetto che contrasta il lavoro irregolare in agricoltura, garantendo un prezzo giusto ai produttori e i diritti ai lavoratori, a partire dall’applicazione dei contratti collettivi. «Gli strumenti utilizzati finora non sono stati efficaci, la stessa legge 199, pur rappresentando un passo in avanti, è una risposta parziale perché punta solo sulla repressione. Noi pensiamo che si debba lavorare anche sulla prevenzione», spiega Yvan Sagnet, fondatore dell’associazione NoCap.

Da qui l’idea di far sedere allo stesso tavolo produttori, lavoratori e distributori, per stabilire un prezzo di produzione giusto, che tenga conto di tutti i fattori, dal costo del lavoro a quello energetico. «È la prima volta che succede – continua Sagnet, nel 2011 portavoce dello sciopero dei braccianti di Nardò (Puglia) che ha portato all’introduzione del reato di caporalato in Italia – Da sempre questi soggetti non si parlano: chi commercializza stabilisce i prezzi, costringendo i produttori ad abbassare il costo del lavoro a spese dei braccianti».

Grazie a Megamark, che gestisce 500 supermercati in cinque regioni del Sud e ha ideato il marchio di qualità “Iamme”, a NoCap, che promuove l’omonimo bollino etico, e ai produttori di Rete Perlaterra, da metà ottobre sugli scaffali di A&O, Dok, Famila e Iperfamila si potranno trovare conserve e prodotti freschi coltivati, raccolti e trasformati in una filiera etica, certificata e tracciabile.

Il progetto punta anche a dare dignità a chi lavora nei campi. «Per questo – spiega Sagnet – siamo stati nelle baraccopoli in cui vivono i braccianti, zone franche in cui governano i caporali, per sottrarre queste persone alla malavita». Sono cento quelli assunti da venti imprese agricole di tre aree del Mezzogiorno – la Capitanata in Puglia, dove si raccolgono i pomodori da conserva, il Metapontino in Basilicata, dove si producono ortaggi come finocchi, carciofi, peperoni ma anche uva e altra frutta, e il Ragusano in Sicilia, dove si coltivano alcune varietà di pomodoro – con contratti regolari, vitto e alloggio in case con luce, acqua e gas, trasporto adeguato, indumenti protettivi, visite mediche, un orario di lavoro di sei ore e mezza al giorno con una pausa di trenta minuti e una paga giornaliera che varia dai 46 ai 50 euro circa. «Abbiamo scelto i più vulnerabili dal punto di vista del permesso di soggiorno perché a causa della “legge Salvini” nei ghetti oggi ci sono anche persone uscite dai percorsi di accoglienza, che non hanno più i permessi per motivi umanitari, e che ora potranno rimanere in Italia in modo regolare» spiega Sagnet.

Ora si punta alla piena occupazione. «Sono circa 400mila gli “schiavi” sfruttati in agricoltura fra italiani e stranieri, di cui 90mila vivono nei ghetti. Quest’anno ne abbiamo sottratti cento al caporalato, nel 2020 vogliamo arrivare a settecento – conclude Sagnet – Può sembrare un’utopia ma sarà la consapevolezza dei consumatori a fare la differenza. Ce la faremo con il loro sostegno».

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