Caporalato e Coronavirus: diritti a tempo

Con il decreto Rilancio decine di migliaia di braccianti potranno ottenere un nuovo permesso di soggiorno. Ma la strada per sottrarli al caporalato è ancora lunga DAL MENSILE DI GIUGNO/ Caporalato, sette arresti in CalabriaSan Ferdinando brucia ancora, morte nelle terre del caporalatoQuanto vale il caporalato in Italia: LA SCHEDA

Foto di M. Lapini

“Gli invisibili saranno ora meno invisibili”. È la sera del 13 maggio quando il ministro dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, una vita da bracciante e da sindacalista alle spalle, comunica le attese misure inserite nel decreto Rilancio per la regolarizzazione dei migranti irregolari che lavorano in Italia. Per gli stranieri che operano in nero nell’agricoltura, come per badanti o colf, ci sarà la possibilità di ottenere un permesso temporaneo di lavoro della durata di sei mesi. Due i canali di emersione. Il primo prevede una richiesta che viene presentata direttamente dal cittadino straniero il cui permesso di soggiorno sia
scaduto tra il 31 ottobre 2019 e il 31 gennaio 2020: potrà richiedere un nuovo permesso di sei mesi, e se entro questo periodo otterrà un contratto lo vedrà convertito in un permesso di soggiorno per motivi di lavoro. L’alternativa è un’autodenuncia da parte del datore di lavoro, purché questi non sia stato condannato negli ultimi cinque anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o per reati diretti al reclutamento di persone per prostituzione o sfruttamento di minori.

L’agricoltura italiana prova dunque a ripartire da qui per lasciarsi alle spalle le storture e le fragilità messe a nudo in questi mesi di pandemia Covid-19. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria circa 200mila braccianti dell’Est Europa sono rimasti bloccati nei Paesi d’origine, principalmente in Romania e Polonia. Altre decine di migliaia di lavoratori, per lo più africani, non si sono potuti spostare verso le terre in cui entra adesso nel vivo la raccolta di ortaggi e frutta estiva, lasciando per settimane i campi sprovvisti di braccia. Un cortocircuito inevitabile per un sistema produttivo appoggiato per troppo tempo impunemente sullo sfruttamento silenzioso di una manodopera straniera pagata a poco più di 25 euro a giornata.

Fuori dai riflettori

Gli effetti del lockdown non sono tardati ad arrivare. Secondo le rilevazioni più recenti di Coldiretti e dell’istituto Ixè, nonostante l’incremento della richiesta di prodotti da parte dei supermercati della Gdo (grande distribuzione organizzata, ndr), in Italia sei aziende agricole su dieci sono andate in difficoltà. Una crisi inaspettata che non ha risparmiato l’anello più vulnerabile della filiera agroalimentare, ovvero quei 430mila braccianti stranieri (il 37% su un totale di un milione e sessantamila lavoratori del settore) i cui diritti da “sospesi” sono stati praticamente annullati. Negli insediamenti informali che puntellano la Piana di Gioia Tauro, l’Agropontino, l’Agrocampano, la Capitanata foggiana, e tante altre terre lontane dai riflettori dei media, mancano l’accesso all’acqua e all’elettricità, le condizioni igienico-sanitarie sono a dir poco precarie e il rifornimento di quantitativi adeguati di mascherine e guanti per impedire la diffusione del contagio si è rivelato da subito difficoltoso per associazioni e ong che per prime si sono mosse, sopperendo per quanto possibile ai ritardi delle istituzioni. Le criticità maggiori in questi mesi si sono registrate soprattutto nella Piana di Gioia Tauro. Terminata la raccolta di agrumi e olive, la vita si è fermata per migliaia di lavoratori (solo quelli di origine africana sono oltre quattromila). Le restrizioni imposte agli spostamenti per arginare la diffusione del virus
hanno impedito loro di raggiungere la Capitanata per la stagione dei pomodori, confinandoli in alloggi di fortuna dove, di fatto, è impossibile rispettare regole anti-Covid di base come il distanziamento sociale o il lavaggio costante di mani e volto. E il rischio concreto è che luoghi come la tendopoli di San Ferdinando, dove sono stipate più di 500 persone, potrebbero diventare presto dei nuovi focolai del contagio.

Modello da cambiare

C’è chi crede che la fase che stiamo vivendo sarebbe dovuta servire non solo per regolarizzare queste persone ma per lasciarsi alle spalle un passato di sfruttamento ed emarginazione sociale. La pensa così Yves Sagnet, attivista di origine camerunense e tra i fondatori dell’associazione No Cap contro il caporalato. «Non si può continuare a ragionare sulla regolarizzazione del migrante solo in base alla sua utilità in un momento di necessità, qual è l’emergenza attuale – spiega – Ci sono tantissimi migranti che negli ultimi due mesi hanno perso il permesso di soggiorno per colpa di questa crisi. Hanno lavorato per anni in Italia pagando le tasse e da un giorno all’altro sono diventati irregolari. E ciò a causa di un impianto normativo sull’immigrazione che, a cominciare dai decreti sicurezza del primo governo Conte, abolendo il permesso di soggiorno per motivi umanitari ha incentivato l’irregolarità delle persone». Di fronte a una situazione emergenziale che, se non affrontata in modo radicale, rischia di amplificare annose disuguaglianze sociali, ampliando ghetti e lasciando mano libera ai gruppi della criminalità organizzata che controllano le rotte dei braccianti, l’agricoltura italiana non può fare altro che cambiare sistema. «Indubbiamente per la nostra agricoltura c’è un problema enorme legato al fatto che mancando
forza lavoro si fa fatica a raccogliere frutta e verdura nei campi – commenta Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente – Ma a monte c’è un problema ancora più grande, ovvero le condizioni di quelle sacche di immigrati costretti a lavorare in nero e a vivere in condizioni disumane. Affrontare oggi questo problema significa spuntare davvero le armi
al caporalato e andare verso un modello agricolo più equo, giusto e sostenibile dal punto di vista economico. In questa ottica il provvedimento approvato in Consiglio dei ministri rappresenta senza dubbio un primo passo importante per cominciare a garantire accesso alle cure, lavoro e una vita dignitosa a centinaia di migliaia di migranti». Difficile prevedere quanti dei braccianti stranieri che lavorano nel nostro Paese imboccheranno realmente il percorso di regolarizzazione tracciato dal governo e quanti, invece, rimarranno impigliati nelle maglie del caporalato. La sfida è guardare a loro non solo come forza lavoro ma come esseri umani.

VOCI DALLE TERRE DEGLI SCHIAVI
Casertano (Campania)
. «Solo a Castel Volturno – racconta Renato Natale, sindaco di Casal di Principe, tra i fondatori dell’associazione Jerry Essan Masslo – attorno all’agrobusiness gravitano circa 15mila stranieri fra regolari e non, in prevalenza ghanesi e nigeriani. Allo stato attuale non risulta che nell’area di Castel Volturno vi siano africani che abbiano avuto l’infezione. Come da sempre, queste persone hanno un accesso estremamente limitato a servizi igienico-sanitari di base. Chiaramente, con gli spostamenti limitati, per loro farsi fare un tampone o farsi visitare è diventato ancora più complicato. Se qui dovesse esplodere il Coronavirus sarebbe incontrollabile. Questa emergenza dovrebbe essere usata dallo Stato, dalla Regione e dagli altri organi istituzionali per garantire condizioni di vita più dignitose e un lavoro non sfruttato a queste persone. Sarebbe un modo per tutelare anche la popolazione locale».

Capitanata (Puglia). “Ogni anno nella stagione estiva arrivano qui circa settemila migranti per la raccolta del pomodoro, la cui produzione è oltre un terzo del totale nazionale”. Lo spiega Alessandro Verona, referente medico dell’unità Migrazione di Intersos. «A oggi nella provincia di Foggia nei sette insediamenti informali in cui operiamo, dove in totale vivono oltre duemila persone, provenienti principalmente da Senegal, Gambia, Ghana e Nigeria, non registriamo alcun caso positivo. Poche settimane fa siamo riusciti a ottenere dalla Regione Puglia l’approvvigionamento idrico per questi luoghi. Stiamo distribuendo kit igienico-sanitari che ci permetteranno di occuparci di tutte queste persone. Ci aspettiamo però più rischi ora rispetto a prima».

Piana di Gioia Tauro (Calabria). Il commento di Celeste Logiacco, segretario generale Cgil Piana di Gioia Tauro: «Nella raccolta agrumicola e olivicola sono attivi oltre quattromila lavoratori africani, provenienti soprattutto da Ghana, Gambia, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Senegal, Mali, Nigeria e Niger. La regolarizzazione prevista dal governo è un atto di giustizia sociale che ha un’importante valenza come misura contro il lavoro nero, il caporalato e la criminalità organizzata. Il provvedimento doveva però essere più ambizioso ed esteso a tutti coloro che si trovano nel nostro Paese privi di un permesso di soggiorno, sfruttati e schiavizzati non solo nelle attività di cura e nelle campagne, ma anche nelle fabbriche o nei cantieri. Sono uomini e donne da regolarizzare e rendere visibili non perché c’è bisogno di manodopera a tempo, ma perché esseri umani con diritti sociali e civili».

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER 

SOSTIENI IL MENSILE