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Capitano coraggioso

Alex Langer (a destra) e Reinhold Messner
di Roberto Della Seta, ex presidente di Legambiente

Testimone e profeta. Marco Boato – che fu legato ad Alexander Langer da un sodalizio politico e umano pressoché ininterrotto – ha riassunto così, nel saggio pubblicato in queste settimane Alex Langer. Costruttore di ponti (La Scuola, pp. 128, 9,90 euro) l’eredità del suo grande amico e compagno vent’anni dopo quella che lo stesso Boato chiama la “morte volontaria” di Langer.

La doppia definizione è senz’altro calzante. Fu testimone e profeta Alexander Langer, un testimone sempre sofferto e un profeta talvolta disperato, immerso in vicende storiche che hanno segnato profondamente negli ultimi decenni del Novecento il suo Alto Adige, l’Italia, l’Europa: i movimenti giovanili nati dal ‘68, la difficile convivenza fra comunità di lingue diverse in una terra che ancora oggi ha nomi diversi per gli abitanti di lingua tedesca – Sud Tirolo – e italiana – Alto Adige –, la nascita della cultura e del movimento ecologista, il pacifismo alla prova terribile della guerra nell’ex Jugoslavia. Ma Langer in tutti questi eventi e processi, ecco un tratto essenziale della sua biografia civile, fu protagonista oltre che testimone: come uno dei leader più brillanti e carismatici della “nuova sinistra” nata dai movimenti studenteschi del ‘68, rifiutando fra i primi – e a lungo tra i pochissimi – la logica delle “gabbie etniche” che in Alto Adige legano i diritti di cittadinanza a una dichiarazione di appartenenza etnico-linguistica, interrogando disperatamente l’Europa e lo stesso movimento pacifista perché intervenisse per mettere fine al massacro in atto in Bosnia. Quest’ultimo “capitolo” dell’impegno pubblico di Langer propone oltretutto una drammatica coincidenza di date: la “morte volontaria” di Langer è del 3 luglio ‘95, una settimana dopo, l’11, a Srebrenica in una zona teoricamente sotto tutela dell’Onu le truppe serbo-bosniache comandate dal generale Mladic sterminarono diecimila bosniaci di religione musulmana.

Protagonista, senza dubbio, Langer fu anche della stagione iniziale, la più fortunata, dei Verdi italiani: primo eletto ecologista in un’assemblea legislativa – il Consiglio provinciale di Bolzano, dove entrò nel 1978 –, uno dei fondatori delle Liste Verdi nazionali che al loro esordio nelle elezioni del 1987 portarono alla Camera e al Senato 15 parlamentari, deputato europeo dal 1989 fino alla morte. Profeta anche in questo caso? Probabilmente sì, certo portatore di una visione originale dell’ecologia politica. Per Langer il paradigma ecologico rovescia l’idea di modernità, di progresso, e confonde gli stessi confini fra destra e sinistra: come lui stesso sintetizzò parlando in un convegno ad Assisi pochi mesi prima di uccidersi, l’ecologia chiede di passare dal motto olimpico “citius, altius, fortius”, metafora del modello competitivo che governa da secoli la nostra vita, all’opposto “lentius, profundius, suavius” su cui fondare un progetto concreto di riconciliazione fra l’uomo e gli ecosistemi. Ma, caso raro sia fra gli intellettuali che fra gli ecologisti “prestati” alla politica, in Langer questa visione radicalissima non aveva nulla del richiamo aristocratico, elitario, all’idea dei “pochi ma buoni”. In questo senso si può dire davvero che Alexander Langer è stato un “politico” a tutto tondo, e si deve aggiungere che la sua precoce “morte volontaria” ha pesato moltissimo sulla successiva eclissi politica dei Verdi italiani.

La riconversione ecologica della società e dell’economia, questa la lezione più attuale di Langer, potrà imporsi solo se risulterà “socialmente desiderabile” per la maggioranza delle persone, se saprà misurarsi e vincere sul terreno della democrazia offrendo risposte concrete e percepite come utili ai bisogni e alle aspirazioni delle donne e degli uomini così come sono, fuori da qualunque mitologia, illusoria oltre che eticamente inaccettabile, di un “uomo nuovo” ecologico da plasmare secondo i desideri di pochi “saggi”. Vent’anni dopo la tragica scelta suicida di Langer, il problema degli ecologisti in politica resta uguale ad allora: non tanto, così lo stesso Langer in un discorso dell’agosto 1994, capire “cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni e impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta”. L’alternativa è solo una: condannare l’ecologia politica a restare soltanto “sintomo” dei problemi che denuncia senza diventarne anche “cura”, farla assomigliare all’urlo lamentoso e anche un po’ iettatorio di quei frati trappisti medievali che ripetevano come un mantra ossessivo “ricordati fratello che devi morire”.

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