Canapa, investimenti in fumo

Dopo due anni di giurisprudenza altalenante, il pronunciamento della Cassazione sulla vendita legale della cannabis light non dà indicazioni chiare. E sul destino dei canapa shop regna il caos

Canapa Mundi

Chi auspicava, dopo due anni di giurisprudenza altalenante, di avere un’indicazione dalla Cassazione a sezioni riunite sulla liceità della cannabis light è stato deluso. Detrattori e sostenitori sono rimasti a bocca asciutta. La vendita della “marijuana light”, che contiene una piccola percentuale di thc, è perseguibile? Dipende, ha detto la Suprema corte il 30 maggio: sì se ha efficacia drogante, no se fiori e inflorescenze derivanti dalla cannabis sativa sono “in concreto privi di efficacia drogante”. Un’affermazione che non chiarisce cosa possano commercializzare i canapa shop spuntati in Italia sulla spinta delle legge sulla canapa industriale in vigore dal 2017, quando la politica ha puntato sul rilancio di una coltivazione piena di potenzialità, lasciando fuori dalla porta quelle foglioline verdi con i loro principi attivi, fra cui il thc dagli effetti stupefacenti.

Le nuove regole avevano dato il via libera alla coltivazione di varietà certificate con un thc inferiore allo 0,2% e una tolleranza in campo entro lo 0,6%, consentendo l’utilizzo di quasi tutte le parti della pianta, eccetto le inflorescenze, che la legge volutamente non nomina.

Nell’ambiguità le foglie e le inflorescenze non sono state fatte marcire e in questi due anni sono nati quasi mille shop, dove si possono acquistare prodotti a base di canapa light, dalle birre alle tisane, dalle creme ai “fiori” per i prodotti da fumo. Un mercato che ha sdoganato un altro principio attivo delle inflorescenze, il cbd, che ha proprietà salutistiche e terapeutiche senza effetti psicotropi.

Qualche indicazione arriverà con le motivazioni della sentenza. Intanto è destinato a regnare il caos: sono cresciuti i sequestri da parte della polizia, in qualche regione più che in altre, alcuni hanno deciso di chiudere per timore di conseguenze, altri di resistere. Ma tocca ancora ai singoli giudici esprimersi, caso per caso. Per Luca Marola di EasyJoint, la prima società che ha iniziato la vendita di cannabis light, «la sentenza aggiunge poco ma dà la possibilità a chiunque di interpretarla a suo vantaggio. Sono aumentati i controlli e i sequestri, ma le chiusure sono state provvisorie». Così, chi ha abbassato le saracinesche dopo la sentenza, «ora un po’ intimorito sta riaprendo».

Per le confederazioni di agricoltori il duro colpo rischia di abbattersi su tutta la filiera. Il Consorzio nazionale per la tutela della canapa si augura che “non si generi un clima da caccia alle streghe”. Le associazioni fanno notare che nessuna legge definisce il limite di thc ma che esiste “un’ampia letteratura scientifica e forense che fissa allo 0,5% il limite di thc al di sotto del quale non è rilevabile effetto psicoattivo”. «La sentenza – dice Beppe Croce, presidente di Federcanapa – ha suscitato allarme per il ripetuto richiamo al reato penale, senza chiari- re qual è il discrimine fra droga e non. I commercianti non sono preoccupati solo per la cannabis light, ma per ogni prodotto che possa essere ricondotto alle inflorescenze. Finora eravamo in un limbo normativo, ma se non si rimette mano alla legge rischiamo di perdere l’occasione di essere fra i leader del settore».

Serve chiarezza, il clima politico non aiuta però. Matteo Salvini ha già emesso la sua condanna della cannabis light, definendola una droga della quale va proibito l’uso. Allo stesso tempo esponenti del M5s hanno depositato alcuni progetti di legge, fra cui quello di Matteo Mantero che chiede di inserire le inflorescenze con thc sotto lo 0,6% nella legge del 2017. Per ora una trentina di suoi colleghi ha sottoscritto la proposta. I Cinque Stelle sapranno tenere il punto?

Articolo pubblicato su La Nuova Ecologia – luglio-agosto 2019