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Canapa: è fumo negli occhi

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Sono passati quasi tre anni dal varo della legge sulla canapa industriale e i nodi sono venuti tutti al pettine. Dopo la caccia alle streghe la legge avrebbe dovuto rilanciare un settore pieno di potenzialità. Una pianta buona, dal lungo stelo e dai mille usi, cui ormai vengono riconosciuti meriti per le ricadute positive sull’ambiente, per la lotta alla desertificazione, per la battaglia in favore della biodiversità, in perfetta sintonia con il tanto sbandierato Green new deal. E invece no. A causa della mancanza di coraggio nell’affrontare fino in fondo i nodi più delicati, ne è stato “azzoppato” lo slancio: nell’incertezza normativa i sequestri delle forze dell’ordine sono aumentati, tanti canapa shop hanno chiuso i battenti, gli agricoltori temono per i propri raccolti, chi fa prodotti derivati dalla canapa ha paura a investire.
Il vizio d’origine della legge è quello di aver consentito l’utilizzo industriale di tutte le parti della pianta, a esclusione però del fiore, che fra i tanti principi attivi contiene il famigerato thc, per decenni identificato esclusivamente come droga. Le attuali regole prevedono la coltivazione di varietà certificate con un contenuto di thc dello 0,2% (con una tolleranza fino allo 0,6%) e stabiliscono la lista delle parti utilizzabili: le infiorescenze, né vietate né permesse, semplicemente non si nominano. Nell’ambiguità, in questi tre anni sono nati oltre mille canapa shop, negozi dove è possibile acquistare prodotti a base di “cannabis light”, dalle birre alle tisane, dalle creme ai prodotti da fumo. Ma regnando l’ambiguità, è andata in scena anche la crociata dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, contro i canapa shop e la cannabis light, che per lui “è droga” punto e basta.

Ambiguità insoluta
Una crociata che si è rianimata durante la discussione della manovra di Bilancio. Una norma “sblocca cannabis light”, presentata da senatori dei tre partiti di maggioranza, è stata prima approvata in commissione e poi cancellata in aula. Il subemendamento alla manovra, primo firmatario il cinquestelle Matteo Mantero, che aveva ottenuto l’ok della commissione Bilancio, rendeva legale la vendita di tutte le parti della pianta di canapa, comprese le infiorescenze, purché con un thc non superiore allo 0,5%: una soglia da tempo considerata non drogante da un’ampia letteratura scientifica e forense, sottraendo questa fattispecie dal Testo unico sugli stupefacenti. E, inoltre, introduceva un’imposta di fabbricazione sulla biomassa di canapa da cui si attendevano entrate per le casse dello Stato. Ma la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha stralciato la norma “per estraneità di materia” alla legge di Bilancio su richiesta della Lega.

Serrande abbassate
Così l’incertezza resta e il rischio per chi aveva investito pure. Dopo la scorsa estate, infatti, molti negozi non hanno più alzato le saracinesche. In mezzo, a fare da discrimine, c’è una dose di fortuna, la tenacia di chi crede nella canapa per i più svariati motivi, la vita di ciascuno e le difficoltà di fare impresa in Italia. Troppi sono in apnea. «Ho chiesto un prestito di 25.000 euro e aperto un hemp shop di infiorescenze, alimenti e cosmetici di canapa nel settembre 2017 – racconta I.C., che ha sfidato le diffidenze in un piccolo comune dei Castelli romani – Il primo anno è andata bene, le persone erano contente di un prodotto certificato, con lo scontrino, che di drogante non ha nulla perché il thc è minimo. Poi è arrivata la propaganda di Salvini e la gente si è allontanata. Mi resta una rata mensile di 500 euro da pagare fino al 2023».
Neanche la sentenza della Corte di cassazione a sezioni unite di fine maggio (le motivazioni sono state depositate il 10 luglio) è riuscita a mettere un punto fermo. Di fatto il verdetto ha ributtato la palla nel campo del legislatore. Secondo i giudici, la cessione, la vendita e la commercializzazione di “foglie, infiorescenze, olio e resina” di cannabis è illegale anche se la soglia di thc è quella della canapa industriale, “salvo – prosegue la sentenza – che tali derivati siano in concreto privi” di efficacia drogante. D’altronde, osserva ancora la Cassazione, nella legge il fiore non c’è. Continuano dunque ad essere i singoli giudici a decidere, caso per caso, sulla fogliolina sequestrata. I tribunali stanno per lo più imponendo la riapertura delle attività, ma un maxi sequestro avvenuto a luglio nei canapa shop di Parma ha mostrato ancora una volta come la situazione sia appesa alle singole procure. Nell’ambito del sequestro, per ora confermato dal tribunale del riesame, «sono stati addirittura portati via gli accendini, colpevoli di presunto uso improprio se usati per accendere la cannabis light», fa notare Luca Marola, fondatore di Easyjoint, la prima azienda che ha venduto cannabis con il tetto dello 0,2% e a cui hanno sequestrato 640 kg di infiorescenze. Pur in assenza di dati certi, «posso ipotizzare – dice Marola – che in questi mesi oltre un terzo dei canapa shop ha chiuso i battenti».
Per un canapa shop che molla e si trasforma in tartuferia, come in via del Corso a Roma, un altro resiste e i tartufi li affianca alla cannabis light. «Credo molto alla canapa come pianta ad alto valore aggiunto, prima o poi questo Paese saprà cogliere l’opportunità – afferma Davide dei “Fiori di Gaia” – Abbiamo aperto un altro negozio a Prati (quartiere di Roma, ndr) e aggiunto zafferano, tartufo, miele, olio e derivati». A “Grammo”, nel quartiere centrale Monti, ancora nella Capitale, l’atto di dissequestro Andrea l’ha incorniciato. Lo scompiglio si è propagato anche fra i tabaccai, con la loro Federazione costretta a invitare alla cautela perché la legge “non appare chiara”. Ma la titolare di un’antica tabaccheria romana spiega come la sua clientela sia fatta di persone anziane, che nei prodotti di cannabis hanno trovato sollievo per l’insonnia e altri piccoli disturbi. Già, perché oltre al thc nel fiore ci sono altri principi attivi, come il cbd, fonte preziosa di proprietà salutistiche cui guardano con interesse multinazionali quotate in Borsa.

Tecnologie da valorizzare
Come nel gioco del domino, il vizio d’origine produce conseguenze a cascata. Qualche settimana fa un agricoltore si è rivolto allarmato a Confagricoltura perché gli volevano sequestrare il campo in concomitanza con il prelievo delle sementi, dopo la semplice segnalazione di un vicino. Episodi sempre più frequenti. Fra le stesse forze dell’ordine c’è chi chiede una normativa finalmente chiara: Gianni Mancino, segretario provinciale a Milano del Silp-Cgil, segnala come «priorità» la lotta «a eroina, cocaina e droghe sintetiche». Per Federcanapa si deve definire un valore soglia, altrimenti «la canapa continuerà ad essere trattata prima come droga, poi come pianta agricola». Posizione condivisa dalle principali organizzazioni agricole: Agrinsieme – che riunisce Cia, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle cooperative agroalimentari – ricorda che la canapa occupa ormai “diverse migliaia di produttori”, chiede che “venga definitivamente” data la possibilità di usare tutta la pianta e sollecita un tavolo per facilitare accordi di filiera e regole condivise. Dal 2018 all’inizio del 2019, per il cbd sono sbarcate in Italia diverse aziende straniere. Il ministero della Salute non ha però rilasciato alcuna autorizzazione e tutto è congelato, riferisce Federcanapa. L’unico che sta investendo a suo rischio è Canapar, del gruppo canadese Canopy Growth, che ha aperto a Ragusa uno stabilimento da 26 milioni di dollari per produrre cbd da utilizzare per il settore farmaceutico, per quello veterinario e della cosmesi.
Intanto, mentre il tempo passa, la tecnologia italiana legata alla canapa guarda all’estero. L’ultimo esempio in Svezia, dove il cantiere di una ditta bresciana sta costruendo, con un innovativo mix di canapa e calce, un mega centro yoga in grado di assorbire più CO2 di quanta ne produrrà.

Costanza Zanchini
Costanza Zanchini. nata a Roma nel 1969. giornalista parlamentare per l'agenzia di stampa Askanews. Con la fotografa Maila Iacovelli collabora con altre testate approfondendo temi anche diversi dal Parlamentare. come quello delle migrazioni.

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