lunedì, Ottobre 26, 2020

Cambiamento climatico e dissesto idrogeologico, una soluzione è possibile

Si è tornato a parlare di maltempo: un “tempo avverso” che si accanisce sempre più spesso e con più violenza sul nostro territorio. E’ nuovamente successo nella notte tra l’1 e il 2 ottobre nel nord-ovest del Paese dove i danni provocati sono ingenti. La situazione a distanza di giorni è ancora drammatica in molte vallate del Piemonte, nel cuneese è gravissima: frazioni rimaste a lungo isolate, strade crollate, travolto un cimitero, bestiame affogato, sei morti in Liguria e uno al confine tra Piemonte e Francia. Se per la casa in
bilico sul torrente a Limone Piemonte, immortalata dai mass media, è d’obbligo una rigorosa riflessione su come e dove si costruisce, è più difficile dire qualcosa di sensato a proposito dei danni alla bella strada ottocentesca in uscita dal colle di Tenda. Ora praticamente non c’è più, è sparita insieme ai suoi tornanti.

Nella notte tra l’1 e il 2 ottobre qui è accaduto un qualcosa di imprevedibile: in sole due ore sono venuti giù 600 mm di pioggia. Cioè è caduta in una notte l’equivalente d’acqua di sei mesi. L’Arpa ne aveva previsti 400 di mm ed erano già tanti. Neanche l’alluvione del ’94 è stata così violenta: si dice che questo evento sia stato quattro volte più forte. Si poteva e si doveva fare qualcosa in più sia in termini di manutenzione sia di messa in sicurezza del territorio, ma quel che sta accadendo adesso non accadeva nei decenni passati, perlomeno in quanto a intensità dei fenomeni. Ci stiamo confrontando con un’accelerazione e un aumento dei fenomeni estremi che non conoscevamo. In questi ultimi anni abbiamo visto il paesaggio alpino cambiare, ma non di anno in anno come un tempo in conseguenza della normale evoluzione geomorfologica, attualmente è di giorno in giorno. Il motivo è arcinoto: eventi così estremi e violenti sono diventati più frequenti a causa dei cambiamenti climatici e l’Italia è uno dei paesi più colpiti. Il rapporto “Analisi del Rischio. I cambiamenti climatici in Italia”, realizzato recentemente dalla Fondazione CMCC, Centro  Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici è molto netto nel definire le priorità da affrontare per gestire il rischio climatico. Tra le cinque individuate c’è per l’appunto il rischio geo-idrologico. Il rapporto illustra come l’innalzamento della temperatura e l’aumento di fenomeni di precipitazione localizzati nello spazio abbiano un ruolo molto importante nell’esacerbare il rischio. Nel primo caso, lo scioglimento di neve, ghiaccio e permafrost indica che le aree maggiormente interessate da variazioni in magnitudo e stagionalità dei fenomeni di dissesto sono le zone alpine e appenniniche. Nel secondo caso, precipitazioni intense contribuiscono a un ulteriore aumento del rischio idraulico per piccoli bacini e del rischio associato a fenomeni franosi superficiali nelle aree con suoli con maggior permeabilità. Piani di adattamento e resilienza sono l’unica risposta possibile, ma non sono così immediati e semplici come si vorrebbe sperare. Non ci sono soluzioni semplicistiche come quelle che vedono nel dragaggio dei corsi d’acqua una risposta al dissesto, questi, tranne pochissime eccezioni puntiformi, al contrario aumentano la pericolosità degli eventi. Nemmeno si può pensare di affrontare i problemi costruendo invasi in ogni dove.

Nella pianificazione territoriale di bacino per la riduzione delle piene, la regolazione degli invasi è solo uno dei fattori, e neppure il più importante. Molto più importante è la destinazione d’uso delle zone a rischio attivo (dove il rischio si genera) e passivo (dove il rischio si manifesta), in specifico delle fasce di pertinenza fluviale e delle aree soggette a frane. Il centro del meccanismo è il concetto di manutenzione intesa come difesa e incentivazione delle tre funzioni, idrologica geomorfologica e pedologica del suolo agricolo e forestale e del reticolo idrografico, dalla montagna alle spiagge. A questo devono concorrere congiuntamente saperi accademici e locali: dall’operaio addetto al miglioramento del suolo e alla ricostruzione dei pascoli, all’urbanista, al tecnico forestale, al geologo, all’agricoltore o all’esperto di contabilità ambientale. La risposta a questi bisogni va perciò ricercata nell’interazione e nel dialogo tra i diversi piani di collaborazione interistituzionale e di cooperazione gestionale pubblico-privata, superando conflitti ma anche stereotipi e luoghi comuni.

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