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I cambiamenti climatici tra le cause dirette dell’aumento della violenza di genere

Africa climate change

Che connessioni dirette ci sono tra i cambiamenti climatici e la violenza di genere? Molte secondo un articolato studio pubblicato dalla Iucn (International union for the conservation of nature) e condotto attraverso la consultazione e l’incrocio di oltre mille fonti di ricerca. “Ci sono prove sufficientemente chiare da cui si evince che i cambiamenti climatici stanno contribuendo a un aumento delle violenze di genere”, ha dichiarato Cate Owren, tra i principali autori del rapporto. “L’aumento delle emergenze ambientali e della pressione sugli ecosistemi, crea a sua volta disagi e stress per le persone. Le prove che abbiamo raccolto dimostrano che dove aumentano le pressioni sull’ambiente, aumenta la violenza di genere”.

Più svantaggiate e vulnerabili in condizioni climatiche “normali”, per il rapporto le donne sono le prime a finire nel mirino di nuovi soprusi e ingiustizie nel momento in cui si accentuano gli effetti del riscaldamento globale e, con esso, le condizioni meteorologiche estreme, come ondate di calore, siccità, inondazioni e tempeste. Accade soprattutto nei Paesi più poveri del pianeta dove alcune delle più comuni mansioni a cui devono prestarsi le donne nel vivere quotidiano, come l’approvvigionamento di acqua e di legna da ardere, diventano missioni impossibili se le situazioni climatiche peggiorano, esponendole ancor di più al rischio di subire violenze.  

Sei intervistati su dieci che si sono sottoposti a un sondaggio somministrato dalla Iucn hanno dichiarato di essere stati testimoni di violenze di genere contro attiviste ambientali, migranti e rifugiate in aree in cui si stavano consumando parallelamente crimini contro l’ambiente o situazioni di degrado ambientale. I casi di violenze di genere comprendono la violenza domestica, aggressioni e stupri, costrizione alla prostituzione, matrimoni forzati e altre forme di sfruttamento delle donne.

Oltre le testimonianze raccolte, il rapporto ha inoltre analizzato altri 80 case studies che hanno confermato il collegamento tra cambiamenti climatici e violenze sulle donne. È stato poi riscontrato che le tratte di esseri umani aumentano nelle aree in cui l’ambiente è posto sotto costante minaccia, c’è bracconaggio di animali selvatici o l’estrazione illegale di risorse naturali. Sono stati dimostrati, ad esempio, abusi sessuali sulle donne nel settore della pesca illecita nel sud-est asiatico. Situazioni analoghe sono state tracciate nell’Africa orientale e meridionale, dove è abitudine che i pescatori vendano il pescato alle donne ma solo se in cambio ottengono prestazioni sessuali. Il disboscamento e il commercio di carbone nella Repubblica Democratica del Congo è legato allo sfruttamento sessuale, mentre in Colombia e Perù le estrazioni illegali di materie prime nelle miniere sono fortemente associate a un aumento della prostituzione. E, ancora, ci sono comunità in diverse parti del pianeta in cui le ragazze vengono costrette a sposarsi giovanissime quanto più sono pressanti le difficoltà climatiche. In tutto il mondo sarebbero circa 12 milioni quelle spinte a sposarsi dalle loro famiglie proprio perché sono in corso catastrofi naturali. Le stesse catastrofi che incidono del 20-30% sull’aumento della prostituzione o dei traffici di schiave del sesso.

Per tutte queste dinamiche, di cui poco o per nulla si parla, “l’emancipazione delle donne e delle ragazze e la loro protezione dalle conseguenze dirette e indirette dei cambiamenti climatici devono essere al centro della giusta transizione verso le società a zero emissioni di carbonio” ha dichiarato Bob Ward, direttore delle politiche e della comunicazione del Grantham Research Institute della London School of Economics. 

Alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima tenutasi a Madrid lo scorso dicembre, i governi sono stati criticati dagli attivisti per aver ignorato la difficile situazione di donne e bambini e le minacce che devono affrontare in condizioni climatiche estreme. La speranza è che il tema venga trattato in modo molto più adeguato in vista della prossima conferenza sul clima di Glasgow.

Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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