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Cambiamenti climatici, la neve scompare: lo sci non esisterà più

Ad annunciarlo è il dossier Nevediversa di Legambiente. Un’analisi che propone la transizione verso forme di turismo dolce, diminuendo l’impatto ambientale degli impianti

Un aumento di temperatura tra i 2 e i 3 °C per il 2050. Entro fine secolo un ulteriore aumento che va dai 3 ai 7 °C a causa del riscaldamento globale. Questo lo scenario atteso nella gran parte delle montagne italiane. Che effetti concreti avrà il riscaldamento globale sui nostri monti? Ce lo racconta bene il dossier Nevediversa 2021 di Legambiente: lo sci non esisterà più entro fine secolo. “Con l’edizione 2021 di Nevediversa – dichiara Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente – vogliamo riportare l’attenzione sullo stato di salute dell’industria dello sci alpino e sugli ingenti costi ambientali e economici sostenuti per contrastare, secondo noi in modo sbagliato, gli effetti del cambiamento climatico, a cui si sommano gli effetti della stagnazione di un mercato maturo, con presenze in lieve, ma costante riduzione, sintomatiche di una crisi destinata a diventare irreversibile”.

In Italia gli impianti di risalita e le piste da sci non mancano, ma dal Terminillo in Lazio al Devero in Piemonte, dalle Cime Bianche in Valle d’Aosta alla Valtellina in Lombardia e al Comelico in Veneto, cresce la quantità di progetti per realizzare ancora nuove infrastrutture, a scapito di aree naturali

Neve e cambiamenti climatici: i dati

Secondo il dato di sintesi Eurac con un aumento di temperatura di più di 4C° la percen­tuale degli impianti accessibili si riduce al 12%. La Linea di Affidabilità della Neve (LAN), stabilisce che il normale svolgimento di una stagione sciistica è possibile se vi è una copertura nevosa garantita di almeno 30 cm, per minimo 100 giorni. Questa linea sta risalendo con un ritmo vertiginoso: la LAN potrebbe elevarsi di 150 m per ogni °C di aumento della temperatura: ciò significa che con un aumento di temperatura di 5 gradi ci sarà una risalita di 750m, passando dai 1500m di media stimati nel 2006 a come minimo 2250m di altitudine.

Neve e sci: il lavoro

Tornando in Italia, si stima che allo sci da discesa siano legati 400mila posti di lavoro, tra quelli diretti e quelli dell’indotto e il fatturato è tra i 10 e 12 miliardi di euro. Cifre che danno l’idea della grave perdita economica e sociale subita nella stagione invernale 20-21, a causa della pandemia e della chiusura degli impianti. Ma la crisi non è di quest’anno. I costi legati alla necessità dell’innevamento programmato sono in crescita: si stima una spesa annua di 100 milioni di euro, per imbiancare tutte le piste italiane. Già nel 2012, in base allo studio realizzato da Carlo Cottarelli, commissario alla spending review, delle 60 società partecipate che gestivano all’epoca gli impianti di risalita, la maggioranza era in perdita, per un buco totale di 16 milioni di euro. Le previsioni Skipass 2020-21, prodotte a ottobre 2020 prima dell’inizio della seconda ondata di pandemia, segnalavano una flessione rispetto a 2019-20 dell’8,7% per lo sci alpino, dell’11,10% per lo snowboard mentre si osservava una crescita leggera per lo sci di fondo pari al 2,20%, e molto accentuata per le ciaspole con un 28, 90% in più, a conferma del trend degli ultimi anni.

Sci: impatto ambientale

Secondo Il dossier  sulle montagne italiane ci sono 6.700 km di piste e 1.500 impianti, numeri che descrivono un sistema già molto sviluppato e organizzato. In Italia, dunque, gli impianti di risalita e le piste da sci non mancano, ma dal Terminillo in Lazio al Devero in Piemonte, dalle Cime Bianche in Valle d’Aosta alla Valtellina in Lombardia e al Comelico in Veneto, cresce la quantità di progetti per realizzare ancora nuove infrastrutture, a scapito di aree naturali. L’obiettivo è creare comprensori sciistici sempre più grandi, e la logica dell’ampliamento dei comprensori si accosta a quella dei grandi eventi sportivi: appena terminati i Mondiali di sci alpino a Cortina, l’orizzonte è quello delle Olimpiadi 2026.

A questo impattante modello di sviluppo, in alcuni casi riproposto con caparbietà, si contrappone o si intreccia con sempre maggior peso il mondo del turismo dolce invernale. Nevediversa 2021 presenta diversi progetti che, se curati e inseriti in una progettazione più strutturata, potrebbero permettere di affrontare con buona determinazione la transizione verso forme nuove e sostenibili di turismo montano, invernale e non, di alta e bassa quota.  “La riflessione su come la dipendenza economica di vaste aree da un’unica fonte di reddito possa condizionare lo sviluppo locale ci ha portati a ragionare sugli aspetti socioeconomici della monocultura dello sci – spiega Sebastiano Venneri, responsabile turismo di Legambiente -. Abbiamo cercato di capire meglio come si possano evitare gli errori del passato e costruire una visione alternativa imparando a prevedere gli eventi anche dal punto di vista economico, con un nuovo sguardo pianificatorio. Le località sotto i 1800 metri di quota sono da destinare a nuove forme di turismo oltre lo sci da discesa e non c’è più motivo che vi siano mantenuti i contributi per lo sci alpino. Per le altre stazioni più in quota, gli investimenti dovrebbero essere indirizzati a un processo di diversificazione. Si dovrebbe costruire una proposta innovativa”.

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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