Brasile, la vittoria di Bolsonaro

Ha ottenuto il 55,2 % dei voti al secondo turno, contro il 44,8 % di Fernando Haddad, candidato del Partito dei Lavoratori. Populista ed estremista,  è un personaggio molto controverso. Amnesty: “La sfida è proteggere i diritti umani” / Politiche ambientali a rischio con la vittoria di Bolsonaro

Jair Bolsonaro ha vinto in Brasile

Le elezioni in Brasile per eleggere il nuovo presidente sono state vinte dal candidato di estrema destra Jair Bolsonaro, che ha ottenuto il 55,2 % dei voti al secondo turno, contro il 44,8 % di Fernando Haddad, candidato del Partito dei Lavoratori e appoggiato dall’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Populista ed estremista, Bolsonaro è un personaggio molto controverso, che più volte – da ex militare – ha detto di rimpiangere i tempi della dittatura e ha promesso che darà grandi poteri alla polizia pur di combattere la corruzione e la criminalità. Ha espresso più volte opinioni intolleranti e omofobe. La sua vittoria è arrivata al termine di un confronto elettorale molto duro, con accuse reciproche tra i due candidati sulla pericolosità di una loro vittoria per il futuro del Brasile.

Haddad ha commentato la sconfitta dicendo di sentire comunque la responsabilità di lavorare all’opposizione, per “difendere le libertà di quei 45 milioni di persone” che hanno votato per lui. Ha inoltre chiesto a Bolsonaro di rispettare il voto di tutti, una volta che sarà in carica. Haddad ha vinto nel nord-est del Brasile, dove tradizionalmente il partito dei Lavoratori raccoglie molti consensi, mentre Bolsonaro ha vinto praticamente in tutte le altre zone in molti casi con un vantaggio di svariati punti percentuali.

In relazione all’elezione di Jair Bolsonaro e Hamilton Mourão alle cariche di presidente e vicepresidente del Brasile, Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe, ha rilasciato questo commento: “Il neoeletto presidente ha portato avanti una campagna elettorale con un programma apertamente ostile ai diritti umani e ha spesso fatto dichiarazioni discriminatorie sui differenti gruppi sociali. Se questa retorica si trasformerà in azioni politiche, la sua elezione a presidente del Brasile potrebbe rappresentare un enorme rischio per le popolazioni native e le quilombolas (le comunità dei discendenti dagli schiavi), le comunità rurali tradizionali, le persone Lgbti, i giovani neri, le donne, gli attivisti e le organizzazioni della società civile”.

In campagna elettorale Bolsonaro ha promesso leggi più elastiche sul controllo delle armi e una licenza di uccidere a priori per i funzionari di polizia. Queste proposte, se realizzate, peggiorerebbero il già tragico contesto di violenza letale in un paese in cui si verificano 63.000 omicidi l’anno, di cui più del 70 per cento a causa delle armi da fuoco, e nel quale la polizia commette approssimativamente 5000 omicidi l’anno, molti dei quali sono di fatto esecuzioni extragiudiziali.
Ancora, Bolsonaro ha minacciato le terre delle popolazioni native, attraverso la modifica delle procedure di demarcazione dei terreni e l’autorizzazione a progetti per lo sfruttamento delle più importanti risorse naturali. In tal senso, ha anche parlato di allentare le norme sulla salvaguardia dell’ambiente e ha criticato le agenzie di protezione ambientale del Brasile, mettendo in pericolo il diritto di tutte le persone di godere di un ambiente sano.

“Ora che il processo elettorale è concluso, siamo tutti di fronte alla sfida di proteggere i diritti umani di ogni persona in Brasile. Amnesty International sarà al fianco dei movimenti sociali, delle Ong, degli attivisti e di tutti quelli che difendono i diritti umani per assicurare che il futuro del Brasile porti più diritti e meno repressione”, ha aggiunto Guevara-Rosas.

Il Brasile ha uno dei tassi più alti di uccisione di difensori dei diritti umani e attivisti del mondo: decine di loro vengono assassinati ogni anno per aver difeso diritti che dovrebbero essere garantiti dallo stato. In questo grave contesto, le dichiarazioni del neopresidente sul voler porre fine all’attivismo e dare un giro di vite ai movimenti sociali organizzati rappresentano una minaccia concreta ai diritti alla libertà d’espressione e di assemblea pacifica garantiti dalle leggi nazionali e internazionali.

Bolsonaro e Mourão, entrambi militari riservisti del Brasile, hanno pubblicamente difeso i crimini commessi durante il precedente regime, inclusa la tortura. Questo accresce la prospettiva di una marcia indietro nel cammino verso la protezione dei diritti umani intrapreso dalla fine del regime militare e con l’adozione della Costituzione federale del 1988.

“Le istituzioni pubbliche del Brasile devono intraprendere azioni ferme e risolute per proteggere i diritti umani di tutti quelli che difendono i diritti umani nel paese e si mobilitano per questo. Queste istituzioni rivestono un ruolo centrale nella protezione dello stato di diritto e per impedire che queste proposte diventino realtà”, ha sottolineato Guevara-Rosas.

“La comunità internazionale rimarrà vigile nel vincolare lo stato brasiliano ai suoi obblighi di rispettare e garantire i diritti umani”, ha concluso Guevara-Rosas.

Aggiornato il 29 ottobre alle 17:04
Pubblicato il 29 ottobre alle 15:54