Basta veleni

DAL MENSILE Il sequestro a dicembre di 25 capannoni della Caffaro a Brescia è l’ultimo atto di una storia in cui, per arrivare alle bonifiche, è decisivo il ruolo di tutti quei cittadini che non vogliono far “finta di niente” / La campagna di crowdfunding “Libera e civica”

Caffaro stabilimento Brescia

di ROSY BATTAGLIA

“Il grande buco nero d’Italia”. Così il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha definito il sito di interesse nazionale (Sin) “Caffaro” a Brescia, annunciando lo scorso gennaio l’istituzione di una divisione che, in capo al dicastero, si occuperà esclusivamente delle bonifiche delle aree più contaminate della penisola. Proprio la capitale industriale lombarda rappresenta l’emblema dei ritardi e delle inefficienze burocratiche all’italiana che, dati alla mano, affliggono ancora i 58 siti di interesse nazionale e regionale per le bonifiche, in tutta Italia, come Legambiente ha ripetutamente denunciato e Nuova Ecologia ha documentato con la storia di copertina “Palude Italia” lo scorso settembre.

Basti pensare che, sotto gestione commissariale dal 2015, a sedici anni dall’istituzione del Sin, dalla vecchia industria chimica bresciana fuoriescono, ancora oggi, veleni: cromo esavalente, diossine, Pcb, mercurio e altri metalli pesanti. La Caffaro, che iniziò a produrre composti di cloro-soda nel 1906, non ha smesso di essere fonte inquinante neanche durante la gestione commissariale, come hanno accertato a ottobre i tecnici dell’Agenzia regionale per l’ambiente, continuando a contaminare falde acquifere e terreni sotterranei per chilometri. L’inquinamento, partito dallo stabilimento che scaricava nelle rogge, ha intriso vaste aree della città, fra cui parchi pubblici, istituti scolastici e aree agricole. Ben 120.000 metri quadrati in cui vivono 25mila persone.

Un disastro ambientale di proporzioni tali che la Procura di Brescia, lo scorso ottobre, ha iscritto nel registro degli indagati otto persone per inquinamento ambientale e gestione non autorizzata di rifiuti. Fra queste anche il commissario straordinario alla bonifica, Roberto Moreni, e Marco Cappelletto, commissario liquidatore della Caffaro Chimica. Mentre i carabinieri forestali hanno messo sotto sequestro probatorio, alla vigilia di Natale, altri 25 capannoni in cui giacciono, senza nessuna procedura di messa in sicurezza, cisterne, serbatoi, tubature colmi di composti chimici pericolosi abbandonati da almeno dieci anni.

Sito orfano

Una situazione complicata, aggravata dal fatto che Snia Caffaro, la società proprietaria, è fallita proprio dieci anni fa. Il sito industriale è ancora di proprietà del gruppo Snia Sorin, ora Livanova, condannato in secondo grado a risarcire lo Stato per le spese di bonifica. Ma resta il fatto che chi ha inquinato non ha pagato e la magistratura, ancora una volta, conferma la consistenza delle denunce fatte in questi dieci anni da cittadini, da Legambiente e da altri comitati ambientalisti locali.

Brescia, che pur si candida alla capitale della sostenibilità e dell’economia circolare, resta purtroppo una delle città più malate per inquinamento atmosferico e su cui grava l’eccessiva presenza in provincia di discariche e rifiuti. Tanto che, su proposta dei deputati Rossella Muroni e Federico Fornaro, la Camera a dicembre ha approvato la richiesta di una moratoria indirizzata alla Regione Lombardia per bloccare il conferimento di rifiuti speciali e anche le autorizzazioni all’apertura di nuovi impianti. 

Tutte iniziative sollecitate dalla mobilitazione del popolo inquinato bresciano, sceso in piazza per due volte in tre anni, nell’aprile 2016 e il 27 ottobre scorso, con oltre 15mila cittadini e attivisti riuniti sotto la sigla del coordinamento “Basta Veleni”. Movimento civico che, come già la nostra inchiesta “Veleni occulti” aveva denunciato nel 2014, ha combattuto con ogni mezzo l’iniziale mancanza di trasparenza sui pericoli ambientali e sanitari da parte delle istituzioni locali. Studiando, facendo richieste di accesso alle informazioni e monitoraggio ambientale, producendo contro-informazione civica. E sollecitando l’amministrazione bresciana alla progettazione del piano di bonifiche per aree pubbliche, parchi e scuole. Un movimento civile che, a distanza di sei anni, ha ottenuto dalle istituzioni, oltre che maggior trasparenza sulle informazioni ambientali e sanitarie, anche qualche successo. A partire da una delle prime concrete bonifiche: quella del parco della scuola elementare Grazia Deledda, anch’essa contaminata da Pcb e diossine della Caffaro. Solo nel 2017 i bambini, grazie alle iniziative di pressione dei loro genitori, hanno potuto tornare a giocare sull’erba e non più sul cemento.

Mobilitazione efficace

Fra questi genitori c’era Stefania Baiguera, madre e attivista, già menzione speciale al premio “Luisa Minazzi – Ambientalista dell’anno” nel 2013. «C’è ancora moltissimo da fare in tutta la città, ma sappiamo che senza il nostro impegno – la mobilitazione, le occupazioni delle scuole e persino dell’Asl – con ogni probabilità le bonifiche non sarebbero partite. È fondamentale la partecipazione dei cittadini alla tutela del territorio». Stefania Baiguera è una delle protagoniste del documentario-inchiesta “Io non faccio finta di niente”, che fino a fine marzo viene lanciato a Brescia e a Roma. Prodotto e distribuito dal basso da Cittadini reattivi, il documentario racconta le vicende di chi, in tutta Italia, si è attivato per sollecitare i processi di bonifica. Come Casale Monferrato. A sei anni dalla sentenza di prescrizione per il magnate Schmidheiny, patron di Eternit, proprio in queste settimane è ripartito il processo “Eternit bis” al tribunale di Vercelli per 400 vittime dell’amianto fra lavoratori e cittadini casalesi. Come per il primo procedimento, Legambiente si è costituita parte civile. Così, mentre la giustizia nelle aule di tribunale si fa attendere, la mobilitazione dell’amministrazione locale, dei cittadini, dei sindacati e dell’Associazione familiari e vittime dell’amianto, ha fatto sì che proprio Casale Monferrato sia oggi la città più “amianto free” d’Italia e d’Europa. Una storia resiliente, raccontata anch’essa in un doc-inchiesta del 2018 dal titolo “La rivincita di Casale Monferrato”. Il riscatto di una popolazione ferita a morte, esempio per chi, come a Brescia, ha deciso di non voltare lo sguardo dall’altra parte.

IO NON FACCIO FINTA DI NIENTE – IL TRAILER

Film resilienti

Documentare e diffondere le buone battaglie per l’ambiente e la salute. Con “Libera e civica”, campagna di crowdfunding su Produzioni dal basso, è possibile sostenere la distribuzione delle #StorieResilienti, con i documentari “La rivincita di Casale Monferrato” e “Io non faccio finta di niente”, prodotti da 174 cittadini e associazioni di tutta Italia. In cambio per i donatori, oltre alle proiezioni dal vivo dei doc-inchiesta, la versione digitale e momenti di formazione alla cittadinanza attiva e al diritto di accesso alle informazioni. Per avere informazioni basta andare sul link cittadinireattivi.it. Si può inoltre effettuare una donazione al link sostieni.link/24047.

 

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