Bioraffineria di Gela, olio di palma e false rinnovabili

Legambiente ha accolto con favore gli investimenti nella nuova bioraffineria ma pone interrogativi sulla reale sostenibilità dell’operazione, anche al governo Il blitz di Goletta Verde

una foto della raffineria Syndial di GelaOggi la Goletta Verde è a Gela, in Sicilia, e Legambiente lancia un nuovo allarme sul grande polo chimico in gran parte dismesso che domina la costa ad est dell’abitato. Il futuro della bioraffineria è incerto. Perché? La produzione di nuovi bio-prodotti, quelli rinnovabili per davvero, è poca cosa. La gran parte delle 668mila tonnellate di biocarburanti (potenzialità annua di progetto) è ancora molto probabilmente costituito da biodiesel prodotto da olio di palma e da derivati di importazione da altri continenti. E l’olio di palma e i suoi derivati sono classificati ormai anche dall’Europa, nella nuova direttiva rinnovabili, come coltivazione a rischio per le foreste tropicali e la biodiversità. L’olio di palma e derivati non sono più considerati né green né rinnovabili perché a causa della distruzione di foreste, le emissioni complessive di CO2 nell’intero ciclo di vita sono triple rispetto al gasolio fossile. Altro che bio-raffineria. Insieme agli abitanti di Gela ci abbiamo creduto e ci speriamo ancora, perché è questa l’unica speranza perché l’industria resti a Gela e, mentre costruisce un futuro, continui ad impegnarsi nel risanamento e nella bonifica. Ma se è carburante finto “bio” e false rinnovabili, se questo che si fa a Gela, questo è l’investimento verde, allora rischia di non aver futuro neppure il tanto pubblicizzato e promosso piano di re-industrializzazione sostenibile del polo petrolchimico.

Ma andiamo con ordine e spieghiamo quel che è certo e quel che vorremmo sapere. Avevamo accolto con favore gli investimenti volti alla bonifica ed agli investimenti nella nuova bioraffineria che hanno già comportato investimenti per 275 milioni di euro, superando quindi le previsioni del protocollo d’intesa del 2014: un impianto di stream reforming, che produce idrogeno da metano, uno ecofining, carburante da olii vegetali, e il biomass treatment unit, trattamento frazione organica dai rifiuti e gli altri trattamenti di scarti organici naturali).

L’impianto di trattamento dei rifiuti organici (Forsu) è costato 3 milioni di euro e sta sperimentando la trasformazione dei rifiuti in olio che possa alimentare le navi mercantili in sostituzione della nafta. È interessante perché, a differenza della combustione della sostanza organica (che comunque è ormai pratica abbandonata), permetterebbe la trasformazione dell’80% circa dell’energia contenuta nel rifiuto, contro il 20-25% al massimo degli inceneritori. Ogni 100 chili di rifiuti, neanche un terzo sono olii, un decimo metano, il residuo a base acquosa è destinato al trattamento. L’impianto sperimentale ha iniziato a lavorare all’inizio dell’anno pochi quintali al giorno, dovrebbe raggiungere una potenzialità di 28 mila tonnellate/anno di “green nafta”. In futuro dovrebbe essere realizzato anche a Ravenna.

L’impianto principale è quello per la produzione di biodiesel (potenzialità 600mila tonnellate) grazie alla tecnologia Ecofining sviluppata da Eni e dovrebbe permettere non solo la lavorazione di olio di palma, più facilmente miscelabile con il gasolio da petrolio, ma anche di olii vegetali usati e grassi animali di scarto. Quindi anche per produrre biocarburanti “avanzati”, cioè scarti e rifiuti a base organica vegetale che non entrino in conflitto con le produzioni alimentari e neppure con coltivazioni “ricche” che comportino la sostituzione di ecosistemi ricchi di biodiversità. La nuova bioraffineria ha appena iniziato la produzione, dopo le prime prove, all’inizio del 2019 e ad oggi non si conosco né le materie prime usate, né la composizione del biodiesel in uscita, nonostante l’articolo 27 della nuova direttiva europea rinnovabili (Red II) affermi: “Le informazioni sull’origine geografica e sulle materie prime usate nei biocarburanti devono essere messi a disposizione dei consumatori sui siti Web di operatori, fornitori o autorità e devono essere aggiornate su base annua”.

L’adeguamento dello Studio d’impatto ambientale presentato da Eni a gennaio di quest’anno prevedeva infatti un adeguamento (richiesto dal Ministero) per ridurre la dipendenza da olio di palma e derivati: l’impianto ante-operam avrebbe potuto lavorare un massimo di 750 mila tonnellate di olio di palma e derivati (Pfad) e solo 81 mila di grassi animali (sego animale di categoria 1). Post-operam (sette mesi di lavori, ancora in corso) prevede di mantenere la potenzialità di trattamento di 750 mila tonnellate di olio di palma e derivati (Pfad) ma incrementa a 400 mila totali sia i grassi animali (sego animale di categoria 1) che gli olii da cucina esausti (Uco). Un miglioramento. Quando si abbandoneranno del tutto sia olio di palma come qualsiasi altra materia prima a rischio di deforestazione o in competizione con produzioni alimentari? E soprattutto: che senso ha progettare una nuova “bioraffineria” sulla base di materie prime che si sa di dover abbandonare nell’arco di pochi anni?

Eni pubblicizza l’uso di olii di frittura esausti da raccolta differenziata nazionale, grazie ad accordi con chi nel territorio li raccoglie, come il Conoe (Consorzio di raccolta nazionale). Così sono stati recuperati 40 mila tonnellate di oli usati nel 2018 (dato Eni) di olii vegetali usati, probabilmente trattato e rigenerato in biodiesel soprattutto a Venezia. E nel 2019 tra Gela e Venezia? Ci piacerebbe saperlo ma dubitiamo sia molto di più. L’organizzazione di nuove raccolte differenziate città per città richiede tempo e la potenzialità teorica di recupero è sull’ordine di grandezza delle 200 mila tonnellate. E le altre 600 mila tonnellate del 2019?

L’Eni ha dichiarato a Legambiente di aver importato direttamente nel 2018 ben 212mila tonnellate di olio di palma. A queste sono da aggiungere probabilmente una quota delle 585mila tonnellate di derivati dalla lavorazione di olii vegetali importati in Italia (dati Gse) usati non solo dall’Eni, in gran parte di importazione indonesiana (quindi ancora olio di palma). Fatto sta che, nel 2018, il 53% di tutto il biodiesel (di tutte le compagnie) commercializzato in Italia è derivato da olio di palma. E a Gela con quali materie prime nel 2019 si produce biodiesel?

Perché ci preoccupa così tanto l’olio di palma? Perché, dopo una importante battaglia d’opinione in Italia e in Europa, con 600 mila firme raccolta tra i cittadini, l’Europa ha classificato l’olio di palma a rischio per la biodiversità e la deforestazione e stimato che ogni litro di olio di palma bruciato nei nostri motori si emettono (quindi si inquina) tre volte più CO2 di un litro di gasolio fossile da petrolio. Quindi l’olio di palma e derivati non possono essere considerati né “green” né rinnovabili. Inoltre si devono con gradualità e nel tempo eliminare completamente dai carburanti venduti in Europa entro il 2030. Non basta: è facoltà delle singole nazioni eliminare con propria legge l’olio di palma del 2021, come già richiesto dal parlamento francese. Per questa ragione Legambiente ha chiesto la modifica dell’attuale versione del Piano energia clima proposto dal governo che continua a prevedere l’uso di biocarburanti non “avanzati” sino al 2030.

Legambiente chiede al governo italiano di eliminare dai biocarburanti l’olio di palma dal 2021 per due buone ragioni. La prima è favorire biocarburanti “avanzati” da rifiuti o di scarti agroalimentari italiani, favorendo così l’agricoltura nazionale. Per esempio? Oltre agli olii di frittura esausti, il biometano da rifiuti organici e scarti agroalimentari oppure bioetanolo da frazioni cellulosiche residue.

La seconda ha a che fare con la difesa del consumatore: è il consumatore in ultima analisi a pagare di più la componente “bio” del gasolio, con lo scopo di far del bene all’ambiente. Oggi il consumatore paga di più il gasolio con olio di palma e produce più inquinamento (CO2) sia in Italia che nel mondo. Senza saperlo e senza possibilità di scegliere prodotti alternativi. Non è giusto.

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