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Tutte le verità sul biometano

Siamo il quarto Paese al mondo per numero di impianti di produzione di biogas e biometano dalla frazione organica dei rifiuti e dagli scarti agroalimentari. Ma l’opinione pubblica è diffidente, anche perché informata poco e male

Dal mensile di gennaio – Gli ultimi dati sulla raccolta differenziata dei rifiuti urbani in Italia, quelli del 2018, dicono che il nostro Paese ha raggiunto quota 58% (circa 17,5 milioni di tonnellate). A rappresentare la porzione maggiore, con circa 7 milioni di tonnellate prodotte ogni anno, è la frazione organica, i cui numeri sono destinati a crescere nel prossimo futuro. Parliamo di una risorsa dal grande potenziale, che con processi di lavorazione adeguati può tornare nelle nostre case sotto forma di biometano, utilizzabile in cucina o nei riscaldamenti, ma anche come carburante per le nostre automobili, realizzando un processo di vera economia circolare. «Dobbiamo considerare le nostre città come delle miniere urbane, all’interno delle quali il destino più ragionevole per la frazione organica dei rifiuti è la produzione di biogas e compost di qualità», afferma Giovanni De Feo, professore di Ingegneria sanitaria-ambientale all’Università di Salerno e membro del comitato tecnico scientifico di Legambiente Campania.

Vantaggi per tutti

Il biogas è composto per circa il 60% da metano (CH4) e da anidride carbonica (CO2) per il restante 40% e si produce grazie all’azione naturale dei microrganismi, che all’interno di impianti appositi decompongono in modo controllato le sostanze organiche dei rifiuti tramite il processo di digestione anaerobica, con ridotte emissioni inquinanti in atmosfera. In una seconda fase, denominata upgrading, il biogas viene raffinato fino a diventare biometano, con una concentrazione di metano uguale o superiore al 90%. È un processo che comporta notevoli vantaggi su diversi fronti: chiusura del ciclo dei rifiuti organici, degli scarti agricoli e dei sottoprodotti dell’agroalimentare; restituzione del carbonio per fermare i processi di desertificazione del suolo; produzione di energia da fonte rinnovabile; decarbonizzazione del settore della mobilità e dei trasporti e lotta all’inquinamento atmosferico. «Facendo dei rapidi calcoli con i dati dell’ultimo Catasto nazionale dei rifiuti pubblicato da Ispra – riprende De Feo – si nota che grazie ai circa 9 milioni di tonnellate di umido che si stima potranno essere raccolti in Italia nel 2025 potremmo avere un potenziale di biogas utile per 3 o 4 milioni di persone utilizzando solo la raccolta differenziata, evitando così impatti ambientali devastanti. Penso a quelli generati dall’estrazione e dal trasporto di gas da Paesi lontani come la Russia o al forte inquinamento prodotto dai viaggi dei rifiuti verso siti di smaltimento diversi da quelli di raccolta». Lo sviluppo degli impianti di produzione di biogas è ormai in continua crescita. L’Italia ne possiede circa duemila, attestandosi al quarto posto nella classifica mondiale dei Paesi produttori.

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Tra dubbi e cattiva informazione

Nonostante i tanti vantaggi, però, l’opinione pubblica ha dimostrato spesso delle riserve a riguardo. «Riprendo le parole del presidente di Legambiente, Stefano Ciafani – dice De Feo – che ha spiegato che gli impianti di digestione anaerobica sono spesso presentati al pubblico alla stregua di centrali nucleari, per questo i cittadini hanno dimostrato una comprensibile preoccupazione. In passato abbiamo dato esempi pessimi e non c’è stata un’informazione costante. In realtà, tutti i processi della catena di produzione sono e devono essere altamente controllati. Gli impianti industriali devono essere progettati in maniera precisa adempiendo solidi standard di sicurezza e devono essere monitorati e gestiti correttamente, nel pieno rispetto del territorio. Dovremmo chiederci quale sia il senso di fare la raccolta differenziata se poi non sviluppiamo impianti per gestire e prenderci cura dei nostri territori e delle risorse che noi stessi abbiamo prodotto». Gli esempi virtuosi non mancano, per esempio l’impianto di Padova che tratta 700.000 tonnellate di rifiuti ogni anno trasformandole in biometano o la Calabra Maceri di Rende (Cs), che fa camminare i propri mezzi con il metano prodotto dall’umido lavorato nello stesso impianto. L’impegno deve essere costante, e i risultati possono essere molto positivi e soddisfacenti. «La raccolta differenziata senza impianti viene sfruttata solo a metà – conclude l’ingegnere – come un cerchio imperfetto. Per chiuderlo serve un approccio serio e scientifico che coinvolga diverse competenze in diversi settori. Dobbiamo aumentare i casi degli impianti che funzionano bene e che prevengono le difficoltà, perché ormai abbiamo la tecnologia matura per farlo».

“Dovremmo chiederci quale sia il senso di fare la raccolta differenziata se poi non sviluppiamo impianti per gestire e prenderci cura dei nostri territori e delle risorse che noi stessi abbiamo prodotto” – Giovanni De Feo

Sguardo al futuro

È dello stesso avviso anche Francesco Fatone, professore di Impianti chimici ambientali presso l’Università politecnica delle Marche, che spiega: «Abbiamo a disposizione tutte le tecniche per neutralizzare e controllare pienamente le questioni sollevate dall’opinione pubblica ancora contraria agli impianti, come per esempio quella degli odori sgradevoli. Non sono più argomenti opportuni». L’obiettivo è quello di diminuire la quantità di rifiuti prodotta, ma finché questo passaggio non sarà compiuto saremo in una fase di transizione in cui dobbiamo smaltire un flusso importante proveniente dalle città, composto da rifiuti urbani e acque reflue. «Dovremmo trattare insieme questi due tipi di risorse, per ottimizzare la produzione di biogas e valorizzare al massimo le possibilità del sistema», insiste il professore. È necessario però che si parli di sostenibilità in maniera continuativa, visto che i benefici a medio e lungo termine arrivano per tutti. Come avviene spesso, anche in questo caso l’informazione deve avere un ruolo cruciale nell’accompagnare e presentare i progressi della società. «I cittadini vanno informati in modo corretto affinché partecipino attivamente – conclude Francesco Fatone – È necessario colmare il deficit impiantistico ancora esistente in vaste aree del nostro Paese e analizzare gli impianti sia dal punto di vista della sostenibilità che da quello della circolarità, ponendo l’attenzione sul ritorno effettivo nei territori coinvolti».

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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