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Biodiversità, il prezzo degli alieni in Italia

Una ricerca del Cnrs di Parigi svela i costi delle specie invasive. Nel solo 2017 spesi 162 miliardi di dollari, venti volte i bilanci annuali di Oms e Segretariato Onu. Ecco perché bisogna investire in prevenzione

Dal mensile di settembre Ormai siamo talmente abituati a vedere i pappagalli verdi tra gli alberi delle nostre città e i grandi fiori fucsia di Carpobrotus edulis sulle dune costiere che non ci chiediamo neanche più da dove arrivino, né quando siano diventati così numerosi. Questi e molti altri ospiti “inattesi” in Italia entrano di diritto nel novero delle specie aliene: piante e animali che sono stati introdotti dall’uomo, volontariamente o accidentalmente, in un ambiente diverso da quello di origine e sono riusciti a stabilirvisi con successo. In Europa, negli ultimi trent’anni, il numero di specie aliene ha avuto un incremento del 76%. Un dato in crescita costante, destinato ad aumentare con circa 2.500 nuove specie entro il 2050, secondo le ultime stime elaborate dal Centro di ricerca Senckenberg sulla biodiversità e il clima di Francoforte, in Germania. Tra le specie aliene, poi, alcune si definiscono “invasive” (o Ias, acronimo dell’inglese Invasive alien species), quelle cioè che trovano nel nuovo ambiente le condizioni ideali per riprodursi e diffondersi rapidamente, entrando in conflitto con le specie residenti soprattutto per la condivisione dello spazio o delle risorse di cibo. Causano spesso gravi impatti sociali, economici e sanitari. Oltre che un’inarrestabile e pericolosa perdita di biodiversità. Un esempio noto è la zanzara tigre (Aedes albopictus), originaria del Sudest asiatico, che negli ultimi trent’anni si è diffusa in maniera incontrollata in tutto il mondo, modificando il nostro stile di vita negli ambienti aperti e contribuendo significativamente alla trasmissione di diversi virus. O il punteruolo rosso (Rhynchophorus ferrugineus), l’insetto parassita che ha distrutto migliaia di palme modificando in poco tempo la struttura dei parchi urbani e l’orizzonte di molte città. Per ogni cento specie aliene che arrivano in un’area, si stima che una soltanto diventi invasiva.

Cifre da allarme

Ma quanto ci costano questi invasori? Tanto. Anzi, troppo, e non c’è nessun segnale di miglioramento secondo i ricercatori dell’unità di Écologie, systématique et évolution del Cnrs dell’Università di Parigi. Gli esperti, guidati da Cristophe Diane, hanno analizzato per più di cinque anni 850 studi pregressi e i numeri della banca dati internazionale InvaCost, compilata con dati ufficiali raccolti in tutto il mondo, per stimare quanto costino a livello globale le specie invasive, sia in termini di danni che di spese investite per le attività di gestione. Come si legge sulle pagine della prestigiosa rivista Nature, dove i risultati sono stati pubblicati lo scorso aprile, la cifra è impressionante: tra il 1970 e il 2017 sono stati spesi almeno 1.288 miliardi di dollari complessivi, in media 26,8 ogni anno. La spesa non è stata distribuita uniformemente nel corso del tempo ma, dettaglio da non sottovalutare, il costo medio annuale è più che triplicato ogni dieci anni, raggiungendo una cifra pari a più di 162 miliardi di dollari nel solo 2017. Una somma che supera di ben venti volte i bilanci combinati dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Segretariato dell’Onu nello stesso anno.

«Come spiegano bene gli autori dell’articolo – dice a Nuova Ecologia Andrea Monaco, zoologo dell’Ispra e tra i responsabili del progetto “LifeAsap” – le cifre sono fortemente sottostimate, perché sono stati considerati solo i dati più robusti del dataset originale. Inoltre, non sarebbe possibile calcolare con esattezza tutti i costi delle conseguenze indirette, che si disperdono in molti rivoli senza soluzione». Una ricerca imponente, condotta da un gruppo di lavoro eterogeneo, composto da economisti e da esperti di banche dati, oltre che di invasioni biologiche. «Aspettavamo da tempo i risultati di questo studio – continua Monaco – È l’analisi più rigorosa e affidabile tra quelle fatte
finora sul tema degli impatti economici generati dalle specie invasive, un argomento percepito dalla collettività come un problema minore ma che a livello globale è una delle cinque minacce più pericolose alla biodiversità. Spesso, come dimostrano i dati, i decisori politici affrontano il problema in modo inadeguato».

L’aspetto preoccupante è che la forbice tra gli investimenti fatti per riparare i danni e quelli compiuti per le attività di prevenzione e gestione si sta ampliando sempre di più, indice di una scarsa responsività delle istituzioni. «Gli impatti delle specie invasive sono ferite che rimangono nell’ambiente per molto tempo – riprende il ricercatore – Per questo è stato importante accendere un riflettore sugli impatti di natura economica, un messaggio molto più comprensibile e, speriamo, più potente ed efficace anche per i non addetti ai lavori». Il danno provocato è drammatico e silenzioso, sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici, con ricadute sull’impollinazione dei raccolti, sulla distribuzione delle risorse idriche, sulla produttività agricola e anche sulla salute pubblica. «Al conto totale dei danni diretti andrebbero aggiunti tutti i costi indiretti – spiega ancora Andrea Monaco – per esempio quelli che dovranno essere sostenuti per rintracciare la presenza di virus pericolosi, portati da nuovi insetti invasivi, all’interno delle sacche di sangue dei
donatori. In Italia ci sono già tre specie di zanzara del genere Aedes, considerati vettori primari per la circolazione di virus molto pericolosi come Chikungunya, Dengue e Zika, che in passato hanno causato diverse vittime».
Alcune soluzioni comunque esistono, anche se non sono sempre applicabili a tutti i contesti, per motivi strutturali e sociali. Nelle aree profondamente disturbate, soprattutto in ambienti insulari o isolati, si può procedere con l’eradicazione della specie invasiva per ripristinare l’ambiente originario. Un processo lungo e con costi enormi, ancora sottostimati, ma con effetti positivi sulla biodiversità. I risultati sono notevoli, a volte anche sorprendentemente rapidi, come il tasso di involo dei piccoli di Berta maggiore (Calonectris diomedea) sull’isola di Palmarola (Lt), quadruplicato in un anno dopo l’eliminazione dei ratti (Rattus spp), avvenuta grazie al progetto “Life PonDerat”.

Sorvegliate speciali

Quella delle specie aliene è una situazione complessa, che viene complicata ulteriormente dalle dinamiche di un mondo interconnesso e dal cambiamento climatico in atto, che sta provocando lo slittamento degli areali. Molte attività economiche possono favorire l’arrivo per lo più accidentale di nuove specie, per esempio il commercio di animali, la navigazione, l’acquacoltura o la pesca sportiva. Eppure, tutti possiamo dare il nostro contributo alla gestione delle specie, compiendo piccole scelte che possono avere grandi risultati, supportando i sistemi di allarme preventivo e aumentando la consapevolezza sul problema. E proprio questi erano alcuni degli obiettivi del progetto “LifeAsap”, concluso a luglio 2020,
che mirava anche alla promozione di una gestione efficace delle Ias tramite la partecipazione attiva dei cittadini e l’attuazione del regolamento europeo 1143/2014, che ha prodotto una lista di specie soggette a restrizione in tutto il continente. Di fatto
delle “sorvegliate speciali”, come il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii) e la testuggine palustre americana (Trachemys scripta), che stanno occupando i nostri corsi d’acqua a scapito delle specie autoctone o endemiche. Piante tropicali come il giacinto d’acqua, insetti cacciatori come il calabrone asiatico o anfibi giganti come la rana toro. «A mio parere in Italia, più che in altri Paesi – conclude l’esperto – le scelte degli amministratori sulla gestione delle specie aliene invasive sono troppo influenzate dall’emotività, mentre avremmo bisogno di pragmatismo e soluzioni scientifiche per affrontare gravi problemi di natura pratica». Poche chiacchiere, insomma. Per minimizzare gli effetti delle invasioni biologiche è necessario aumentare gli investimenti per la prevenzione e la gestione di specie animali e vegetali invasive, senza lasciarsi ammaliare ingenuamente dal fascino della novità. A conti fatti, in fondo, conviene a tutti.

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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