Berta Cáceres, la voce del Copinh a quattro anni dal suo assassinio

In occasione delle celebrazioni in memoria dell’attivista ambientale, simbolo della lotta per i diritti dei popoli indigeni in Honduras, l’organizzazione da lei co-fondata, denuncia l’impunità dei mandanti e continua a chiedere giustizia

Una manifestazione per chiedere giustizia per l'omicidio di Berta Caceres

È stato dedicato all’acqua e ai popoli che si battono per le risorse idriche e i beni comuni il quarto anniversario dell’assassinio di Berta Cáceres Flores, l’ambientalista e co-fondatrice del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh). La notte fra il 2 e del 3 marzo 2016 la leader indigena lenca, una delle etnie più antiche del Centro-America, è stata uccisa da un gruppo armato per le sue battaglie in difesa del fiume Galquarque, che scorre nei territori ancestrali della comunità di Rio Blanco, nel dipartimento di Intibucà a Nord Ovest dell’Honduras. La coordinatrice del Copinh aveva guidato una strenua mobilitazione, riuscendo a bloccare la costruzione dell’impianto idroelettrico Agua Zarca, dato in concessione all’azienda Desarrollos Energéticos SA (Desa). Per farlo, si è era appellata alla Convenzione Ilo 169, che sancisce il diritto all’auto-determinazione dei popoli indigeni, obbligando il braccio privato della Banca mondiale (Ifc) e una delle imprese più grandi del mondo, la Sinohydro, a ritirarsi dal progetto. Una vittoria straordinaria, ma fatale, che le è valsa il prestigioso Premio Goldman per l’Ambiente 2015 e l’iscrizione nelle blacklist degli squadroni della morte.

“Pochi giorni dopo il suo assassinio, ci siamo mobilitati come membri del Copinh, familiari e organizzazioni per chiedere giustizia, sfidando l’impunità strutturale del Paese – ha reso noto il Copinh in un comunicato letto da Bertha Zúñiga Cáceres, figlia della leader indigena e nuova coordinatrice dell’organizzazione, nel corso delle celebrazioni che ne hanno commemorato la scomparsa (https://copinh.org/2020/03/territorios-libres-el-mayor-acto-de-justicia-para-berta-caceres/). “Grandi gli sforzi che hanno coinvolto le organizzazioni indigene impegnate a individuare la struttura criminale. Ma il grido di giustizia che si è levato in tutto il mondo ha permesso in questi quattro anni di perseguire i sette esecutori materiali e di avviare un processo contro David Castillo, l’autore intellettuale dell’omicidio”.

Tra i sicari condannati, figurano militari dei servizi segreti, membri delle Forze Armate honduregne ed ex dirigenti della Desarrollos Energéticos SA che, in base alla sentenza emanata lo scorso dicembre dal Tribunale di Tegucigalpa, hanno operato “con la conoscenza e il consenso dei dirigenti esecutivi dell’impresa”. Sono stati i tabulati delle chat esaminate dagli inquirenti a rivelare le intense fasi di pianificazione della rete criminale, che da tempo pedinava Berta Càceres e gli attivisti del Copinh e poteva contare sull’appoggio di poliziotti e membri delle Tigri, gruppo di forze speciali addestrate dagli Stati Uniti, incaricati di reprimere le proteste in prossimità del luogo dove avrebbe dovuto sorgere la diga. Eppure, come evidenzia l’inchiesta pubblicata dall’Intercept (https://theintercept.com/2019/12/21/al-interior-del-complot-para-asesinar-a-berta-caceres/) lo scorso dicembre, a parte il presidente esecutivo della società Roberto David Castillo Mejia, arrestato nel 2018, nessuno dei dirigenti d’azienda parte del gruppo WhatsApp “Seguridad Phaz (Proyecto hidroeleléctico agua zarca) è stato iscritto nel registro degli indagati. Gruppo, che includeva membri del direttivo appartenenti alla potente famiglia Atala Zablah, legata alla Banca Centro-Americana di integrazione economica (Bcie), tutt’ora azionista del progetto Agua Zarca (https://www.lanuovaecologia.it/sulla-nostra-pelle/).

“Questo crimine è stato pianificato dai proprietari della società ed è stato possibile solo grazie all’unione delle forze repressive dell’Honduras, responsabili della persecuzione politica, della sorveglianza e della criminalizzazione – hanno ribadito gli attivisti del Copinh – Abbiamo verificato il muro di impunità costruito per proteggere gli autori intellettuali, nonostante le prove a disposizione e denunciato lo Stato intenzionato a non perseguire i membri della famiglia d’imprenditori”.

Oltre ad aver lanciato gli hashtag #capturaAlosAtalaZablah e #JusticiaParaBerta, il Copinh ha diffuso una petizione online (http://www.puchica.org/petizione-online-giustizia-per-berta/) e ieri pomeriggio (dalle 17.00 alle 21.00 ora italiana) ha indetto un Tweet bomb indirizzato a @MP_Honduras, per chiedere alla giustizia honduregna di far luce sulla vicenda.

Fra le rivendicazioni portate avanti dall’organizzazione indigena, c’è inoltre la revoca alla concessione alla società Desa sul fiume Gualcarque, vista dalla Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) come la principale minaccia per la vita e l’integrità delle comunità del Copinh. E l’attuazione di un processo più ampio teso a proteggere il diritto al consenso previo, libero e informato dei popoli indigeni, a denunciare le violazioni nelle comunità e a costruire un paese demilitarizzato, più giusto, democratico e pacifico. “Un processo – ribadisce il Copinh – che va oltre la disputa legale e che è volto alla difesa dei territori minacciati da progetti idroelettrici, minerari, energetici, dalla privatizzazione di spiagge e dall’invasione dei territori indigeni, Garifuna e contadini”.

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