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Berta Caceres, cinque anni in cerca di verità e giustizia

Avrebbe compiuto 50 anni ieri la leader indigena assassinata nel 2016 da un gruppo armato. A 5 anni dalla sua “semina” tante le iniziative lanciate dal Copinh. Come #unalberoperlavita, in memoria di chi è stato ucciso nel mondo per difendere ambiente e beni comuni

“Berta Cáceres, donna irriverente, combattente e consapevole, ci ha riunito ancora una volta per ricordare la sua vita e la sua lotta. E per denunciare che l’ingiustizia continua a incombere sul nostro popolo ogni volta che restano impuniti gli autori di crimini orrendi, come quello di cui è stata vittima la leader del Copinh”. È cominciata con queste parole, lo scorso 2 marzo, la cerimonia del 5° anniversario dell’assassinio della coordinatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras, uccisa nel 2016 per le sue battaglie in difesa del fiume Gualcarque, nell’Honduras Occidentale. È stato il primo di una serie di appuntamenti lanciati dall’organizzazione indigena, per rendere omaggio all’attivista scomparsa attraverso testimonianze, dibattiti e un concerto online che ha visto anche la partecipazione del cantante Roger Water, ex membro dei Pink Floyd. Ieri 4 marzo nel giorno in cui Berta avrebbe compiuto 50 anni, è stata avviata l’iniziativa “Un Albero per la vita”, che invita la comunità internazionale a piantare un albero in memoria della “siembra” (la semina) di Berta e di tutte le persone che hanno perso la vita per tutelare i beni comuni nel mondo. Una metafora quella del seme, che muore per poi germogliare e moltiplicarsi cara all’organizzazione indigena, decisa a non disperdere la preziosa eredità lasciata dalla leader del Copinh. E a continuare la sua lotta per i diritti dei popoli indigeni, contro il patriarcato, il razzismo e il capitalismo, nonostante il clima di violenza che da anni fa dell’Honduras uno dei Paesi più letali al mondo per chi tutela un territorio sempre più minacciato dalle politiche estrattiviste che saccheggiano le comunità. Nel suo ultimo rapporto “Defending Tomorrow”, Global Witness ha riferito che solo nel 2019 si è registrato il più alto tasso di uccisioni pro capite di difensori ambientali: 14 attacchi mortali su 212 avvenuti in 21 nazioni del globo.

Una morte annunciata
A uccidere Berta Caceres, nella notte fra il 2 e il 3 marzo 2016, fu un gruppo armato entrato nella sua casa di La Esperanza, a 200 Km dalla capitale Tegucigalpa. In quei giorni la coordinatrice del Copinh era impegnata nel “Forum Energia Alternativa”, rivolto alle comunità Lenca, una delle etnie più antiche e vessate del Mesoamerica. L’attivista era riuscita a fermare due anni prima la realizzazione della maxi-diga Agua Zarca, data in concessione dal governo del presidente golpista Juan Orlando Hernández alla società costruttrice Desarrollos Energéticos SA (Desa). Questa aveva strappato con l’inganno i territori ancestrali alle comunità di Rio Blanco, contravvenendo alla Convenzione ILO 169 sul Consenso previo e informato, sottoscritta dall’Honduras nel 1995. Berta vinse la sua battaglia. Costrinse il braccio privato della Banca mondiale (IFC) e una delle imprese costruttrici più grandi del mondo, la Sinohydro, a ritirarsi dal progetto. E vinse il Premio Goldman per l’Ambiente. L’impresa non si arrese. Spostò il cantiere a valle, ma l’attivista non restò a guardare, avviando una campagna informativa tra le comunità che le fu fatale.

Cinque anni senza i mandanti del delitto Berta Caceres

“Sono trascorse 1.827 albe in cui la luce della verità ancora non si è palesata agli occhi della società honduregna, perché il sistema giudiziario lo impedisce”, ha ribadito il Copinh in un comunicato letto da Bertha Zúñiga Cáceres, figlia della leader indígena e nuova coordinatrice dell’organizzazione, durante la commemorazione. La determinazione della famiglia e del Copinh, dopo un travagliato processo giudiziario, ha portato solo a l’incriminazione dei sette esecutori materiali del delitto. Fra questi militari dei servizi segreti, membri delle Forze armate in pensione ed ex dirigenti della Desa, condannati a pene comprese fra i 30 e 50 anni per aver operato – recita la sentenza del Tribunale di Tegucigalpa – “con la conoscenza e il consenso dei dirigenti esecutivi dell’impresa”. Dirigenti che ancora restano impuniti.

Il clan Atala Zablah
L’unico arrestato dei vertici dell’impresa è stato, nel 2018, David Castillo, ex ufficiale militare e presidente della Desa. Il suo procedimento giudiziario è stato rimandato ben 10 volte dall’inizio delle udienze. Esclusi dalle indagini gli altri membri del direttivo dell’azienda, appartenenti al potente clan Atala Zablah, legato alla Banca Centroamericana di integrazione economica (Bcie) e principale azionista del progetto Agua Zarca. Insieme a Castillo e ai sicari condannati, facevano parte della gruppo Whatsapp “Seguridad PHAZ (Proyecto Hidroeleléctico Agua Zarca), stando a quanto rivelato dall’inchiesta dell’Intercept (https://theintercept.com/2019/12/21/al-interior-del-complot-para-asesinar-a-berta-caceres/), che ha pubblicato i tabulati esaminati dagli inquirenti, svelando le fasi di pianificazione del delitto. “Nuove informazioni hanno inoltre rilevato movimenti irregolari di capitale europeo e atti di corruzione legati alla diga, la cui concessione non è mai stata cancellata – assicura il Copinh, che ha dichiarato – Le pressioni dei gruppi economici e politici impediscono che Daniel Atala Midence, José Eduardo, Pedro e Jacobo Atala Zablah vengano giudicati. Non dovrebbe più esserci compiacenza per chi, dietro lo scudo del denaro, continua a uccidere il popolo dell’Honduras”.

“L’Ohchr ribadisce allo Stato dell’Honduras la necessità di approfondire le indagini sul caso”, ha dichiarato Isabel Albaladejo Escribano esponente dell’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani in Honduras (Ohchr), intervenuta alla commemorazione svoltasi a La Esperanza insieme ai rappresentanti dell’ambasciata degli Stati uniti d’America in Honduras, dell’Unione europea, dell’Ambasciata di Spagna e Francia. “La giustizia per le vittime sarà efficace e globale solo quando tutti gli autori materiali e intellettuali del crimine saranno perseguiti e ritenuti responsabili”.

 

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