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Berta Cáceres: a 5 anni dall’assassinio finalmente giustizia!

È Roberto David Castillo, ex presidente della società idroelettrica DE.SA, uno dei mandanti dell’omicidio della leader indigena. Uccisa per aver bloccato la costruzione della diga Agua Zarca, in difesa del popolo Lenca e dei beni comuni

Finalmente giustizia è stata fatta sull’assassinio della leader indígena Bertha Cáceres o, quantomeno, un primo passo significativo nella condanna dei mandanti. La I Sezione del Tribunale Penale con Giurisdizione Nazionale dell’Honduras, ieri, si è pronunciato. E ha dichiarato Roberto David Castillo Mejía, presidente della società Desarrollos Energéticos SA ed ex ufficiale militare formatosi nell’accademia statunitense di West Point, colpevole dell’omicidio della dirigente del Copinh (Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras), in qualità di co-autore intellettuale del crimine. Il verdetto è arrivato cinque anni e quattro mesi dopo la tragica scomparsa dell’attivista, Premio Goldman per l’Ambiente. A freddarla nel sonno, nella notte fra il 2 e il 3 marzo 2016, è stato un gruppo di sicari, per le sue battaglie contro la costruzione della maxi diga Agua Zarca, data in concessione proprio alla Desa sul fiume sacro Gualcarque, nel territorio ancestrale della comunità Lenca di Rio Blanco, composta da 600 famiglie indigene.

Vittoria storica

“È questa un importante vittoria popolare – ha reso noto il Copinh, la famiglia Cáceres e il team legale del Movimiento Amplio por la Dignidad y la Justicia, in un comunicato congiunto- e un passo decisivo verso la rottura del patto di impunità”. A leggere la nota,  è stata Bertha Zúñiga Cáceres, figlia della leader indigena e nuova coordinatrice del Copinh, durante la conferenza stampa ufficiale tenutasi sia davanti il tribunale sia all’interno del Campo femminista “Viva Berta”, un presidio permanente di donne del Copinh, in corso da circa 90 giorni nella Capitale. Nonostante la condanna dei sette esecutori del delitto, emessa nel 2019 – tra loro militari dei servizi segreti, delle forze armate in pensione ed ex dirigenti della Desa – nessuno degli autori intellettuali era stato ancora giudicato. “La sentenza significa che le strutture di potere, in questo caso, non sono riuscite a corrompere il sistema giudiziario. E che la rete criminale di cui il condannato David Castillo Mejía è lo strumento, non è riuscita nel suo obiettivi”.

Un processo complesso

Un processo giudiziario non semplice, quello contro il presidente della Desa, l’unico fra i dirigenti della società arrestato il 3 Marzo 2018, all’aeroporto internazionale di San Pedro Sula mentre cercava di fuggire dal Paese. Avviato in piena pandemia di Covid-19, lo scorso 6 Aprile, è stato rimandato per ben 10 volte. “La maggior parte nell’ambito di una strategia dilatoria della difesa dell’imputato”, ci spiega Albita M., attivista del Cica (Comitato Italia- Centro America) che supporta dall’Italia il Copinh. La famiglia, l’organizzazione indigena e gli avvocati hanno denunciato, inoltre, che i pubblici ufficiali hanno più volte negato loro l’ingresso nell’aula di tribunale per presenziare all’udienza. Permesso, alla fine, accordato solo alla più giovane delle figlie della dirigente indígena, Laura Zúñiga Cáceres. Non solo. La famiglia è stata anche tenuta all’oscuro dello svolgimento delle indagini, nonostante nel processo si fosse costituita parte lesa. “Il caso in Honduras, ad ogni modo, non è ancora concluso-  ha ribadito Bertha Zúñiga – Vanno ancora assicurati  alla giustizia gli altri mandanti del crimine, come Daniel Atala Midence, José Eduardo, Pedro e Jacobo Atala Zablah”.

Il clan Atala Zablah

Restano, infatti, ancora esclusi dalle indagini gli altri dirigenti esecutivi dell’azienda Desa, membri della potente famiglia di imprenditori Atala Zablah, principale azionista del progetto Agua Zarca e legata alla Banca Centroamericana di integrazione economica (Bcie). Eppure, insieme a Castillo e ai sicari condannati, erano tutti parte del gruppo Whatsapp “Seguridad PHAZ (Proyecto Hidroeleléctico Agua Zarca), tramite il quale sono state pianificate diverse fasi del delitto. In sede processuale, inoltre, è emerso come Bertha Cáceres fosse pedinata sin dal 2013 e che un primo tentato omicidio, poi fallito, risalirebbe al 5 Febbraio 2016. Rilevati, inoltre, movimenti irregolari di capitale europeo e atti di corruzione legati al rilascio della concessione della diga, ancora mai cancellata. “Chiediamo l’annullamento immediato della concessione, che venga incriminato chi l’ha rilasciata illegalmente, insieme a chi ha depistato le indagini durante il processo”, conclude il Copinh. La condanna definitiva di Roberto David Castillo Mejía è attesa per il prossimo 4 Agosto. Una sentenza, questa, che rappresenterà un precedente importante, in quanto riconosce per la prima volta la responsabilità dei vertici dell’azienda DESA. Un primo traguardo non solo per la famiglia Cáceres, il Copinh e il popolo Lenca, ma anche per la comunità internazionale e tutte quelle realtà, istituzioni e persone solidali che, negli anni, hanno prestato un sostegno prezioso e decisivo alle organizzazioni sociali indigene e popolari, contro corruzione e impunità.

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