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Bernie Krause: “Più del 50% degli habitat registrati nel mio archivio, non esiste più”

Bernie Krause animal orchestra

Ha percorso il pianeta per ascoltarne la voce. I suoi archivi sonori contano circa 5.000 ore di registrazione di habitat naturali realizzate lungo più di 50 anni. Un lavoro straordinario che testimonia la bellezza e la complessità della natura, ma anche il rapido degrado ambientale determinato dall’uomo. Di fatto, metà di questi habitat oggi non esistono più. Per rendergli omaggio e amplificare il suo messaggio, la Fondation Cartier pour l’art contemporain presenta alla XXII Triennale di Milano, fino al prossimo primo settembre, l’installazione “The great animal orchestra”, creata da Bernie Krause in collaborazione con lo studio londinese United visual artists (Uva), un collettivo di artisti chiamato a “illustrare” i paesaggi sonori di Krause. L’installazione è stata prodotta dalla stessa Fondation Cartier ed è parte della sua collezione permanente.

L’installazione che presenta alla Triennale di Milano è accompagnata da una presentazione grafica molto astratta. Di che si tratta?
Dal momento che apparteniamo a una cultura delle immagini, tendiamo a comprendere il mondo in base a quanto vediamo e la maggior parte delle nostre espressioni sono visive, ad eccezione per esempio della musica, ma in questo caso si tratta di espressioni e suoni strettamente legati a componimenti e performance musicali piuttosto che al paesaggio sonoro del mondo. Ciò che mi stava a cuore era aiutare la gente a capire quanto stava ascoltando. Dovevo dunque trovare il modo d’includere anche un elemento visivo. Siamo così arrivati all’idea di utilizzare degli spettrogrammi. Si tratta di illustrazioni grafiche del suono che descrivono visualmente ciò che udiamo. Nella nostra installazione il suono è usato come principale medium e l’elemento grafico viene a supportare ciò che ascoltiamo. Abitualmente accade il contrario, pensiamo al cinema oppure ai video e alla televisione.

Esistono culture in cui il suono è più importante rispetto alla nostra?
Ogni popolo che vive in stretto contatto col mondo naturale tende ad usare ampliamente tutti i cinque sensi per comprendere il mondo che lo circonda. Per esempio, i Jivaro del bacino amazzonico escono nella foresta di notte per cacciare. Non usano pile o altri tipi di illuminazione. Camminano in queste griglie di suoni le quali forniscono loro una sorta di gps acustico che li guida. Sanno sempre esattamente dove si trovano. Sulla base del paesaggio sonoro, sanno quale animale si trova a un chilometro o a cinquecento metri di distanza, in quale direzione sta camminando e se valga la pena seguirlo. Questo, solo grazie a sottili cambiamenti nel paesaggio sonoro. Per noi è difficile da immaginare ma per loro è una realtà di tutti i giorni. Queste culture sono molto interessanti anche perché non fanno una distinzione netta fra se stesse e il mondo della natura. Nel nostro caso, invece, c’è la natura e ci siamo noi. Abbiamo l’abitudine di separare le due cose.

Questa separazione può ripercuotersi sul nostro modo di proteggere la natura?
Certo, anche quando ci preoccupiamo di proteggere la natura rimane il fatto che ne siamo parte e non ne siamo consapevoli. La nostra cultura, o il linguaggio della religione per esempio, ci inducono a pensare di essere superiori. Sentiamo che non ci sia niente di più intelligente, di più forte, di veramente migliore di noi. Poiché concepiamo noi stessi come separati dalla natura non ci sentiamo in obbligo di proteggere quanto fornisce ogni aspetto della nostra vita, ma possiamo farne qualsiasi cosa vogliamo. È la ragione, del resto, per cui questa installazione è esposta alla Triennale. Per mostrare la straordinaria bellezza che stiamo perdendo per il fatto di esserci disconnessi dalla natura. Credo veramente che più ci allontaniamo dalla natura – intendo dire dalla reale esperienza della natura, poiché un contatto virtuale non basta – più la nostra cultura diventa patologica.

Sono stati sviluppati nuovi metodi di conservazione incentrati sull’ecoacustica?
Non ancora. Studiosi come Almo Farina e Nadia Pieretti stanno cercando dei modi per farlo. Fra un anno, presso l’università di Urbino, si terrà un convegno internazionale per approfondire anche questo problema. Che fare? Come possiamo utilizzare le informazioni che abbiamo raccolto per proteggere le espressioni acustiche del mondo della natura? Occorre tenere presente che l’ecologia del paesaggio sonoro, o ecoacustica, come Almo preferisce chiamarla, è una disciplina nuova. Parliamo di circa vent’anni. Non può ancora contare su una lunga tradizione di ricerca scientifica. Anche il linguaggio che usiamo è nuovo e stiamo lavorando insieme per svilupparlo. C’è ancora molto da fare. È un momento eccitante e tuttavia ci arriviamo quando ormai è rimasto molto poco… Più del 50% degli habitat naturali in cui ho effettuato le registrazioni del mio archivio, un totale di circa 5.000 ore di registrazione condotte su un periodo di più di cinquanta anni, non esiste più.

Che pensa delle torri eoliche? Rappresentano un’importante fonte di energia rinnovabile ma il loro impatto acustico è notevole.
Ho realizzato alcuni studi a questo proposito, innanzitutto misurando il suono prodotto dalle pale mosse dal vento. Quando le pale sono molto vicine alla torre e girano creano ciò che viene chiamato un rumore di cavitazione, un suono a bassa frequenza che può arrivare molto lontano. Il problema è dovuto al fatto che le aste che sostengono le pale sono troppo vicine alla torre. Abbiamo scoperto che se si spostano un poco, allontanando le pale dalla torre, è possibile eliminare il suono. Lo abbiamo fatto negli Stati Uniti, si tratta quindi di un problema che può essere risolto, ma bisogna tener conto che queste pale sono molto pesanti e che se le sposti più in fuori la torre può flettersi nella loro direzione. È necessario quindi trovare il giusto equilibrio. Per questa ragione si sono dovuti riprogettare i materiali, in modo da rafforzare la torre e impedirgli di oscillare a causa del peso supplementare. C’è anche il problema che le pale esterne girano molto velocemente e a volte hanno un impatto sugli uccelli, specialmente quando volano di notte nella stagione migratoria. Ma oggi esistono delle pale che girano più lentamente, anche in presenza di forti venti. La tecnologia utilizzata nelle scatole di trasmissione delle turbine eoliche è stata modificata in modo da renderle più efficienti e generare più energia con una minor velocità. In questo modo l’impatto sugli uccelli diminuisce.

Qual è l’impatto dei suoni della natura sul nostro cervello?
Gli studi scientifici restano poco numerosi e i risultati sono spesso aneddotici. Non abbiamo dati precisi in materia. Ma le prime indicazioni ci permettono di affermare che i paesaggi sonori naturali ci fanno sentire meglio. Questo lo so anche per esperienza personale. Quando ero molto giovane soffrivo di una forma di sindrome da deficit di attenzione. Nel mio caso, l’unica cosa che mi ha aiutato non sono stati farmaci né altre terapie, ma sedere tranquillamente all’aperto in un bosco con le cuffie d’ascolto, portando attenzione alla natura. Mi ha cambiato la vita! Esiste anche un metodo giapponese chiamato shinrin-yoku o forest bathing: la gente si reca nei boschi ad ascoltare i suoni della natura e si sente meglio. Penso che apporti molto a chiunque, personalmente incoraggio ogni persona a farlo.l

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