Basta tagli all’istruzione, costruiamo la scuola che cambia il Paese

Un italiano su tre è analfabeta funzionale e in Italia si laurea solo il 28% della popolazione mentre negli altri paesi Ocse la media è del 47%. Scuola e università e ricerca sono fragili perché non al centro dell’agenda politica. Da ben prima delle dimissioni del Ministro Fioramonti. L’editoriale di VANESSA PALLUCCHI, vicepresidente di Legambiente

Le dimissioni del Ministro Lorenzo Fioramonti sembrano portare la consapevolezza che la nostra scuola, la nostra università e la nostra ricerca sono elementi fragili del sistema Paese perché non sono al centro dell’agenda politica, e non solo da ora.

A partire dai primi anni del nuovo millennio, Legambiente Scuola e Formazione ha denunciato il puntuale disinvestimento e male investimento fatto nella scuola italiana attraverso il “Dossier tagli”, che analizzava ogni anno gli indicatori di qualità del sistema scolastico messi a rischio da una serie di tagli lineari e l’indagine sulla qualità dell’edilizia scolastica e dei servizi “Ecosistema Scuola”: una serie storica di dati che parlano di un approccio ragionieristico all’educazione e alla conoscenza che non ha lasciato spazio a visione e programmazione.

‘La nostra memoria collettiva sembra troppo corta per ricordare che la sola “riforma” Gelmini ha lasciato sul campo tra il 2010 e il 2012 ben 100mila cattedre’

La nostra memoria collettiva sembra troppo corta per ricordare che la sola “riforma” Gelmini ha lasciato sul campo tra il 2010 e il 2012 ben 100mila cattedre, ovvero 100mila docenti in meno a supporto dell’attività didattica, ovvero 100mila posti di lavoro persi di professionisti della conoscenza. Un clamoroso taglio mai recuperato, oserei dire un vantaggio finanziario, che nessun governo successivo ha più colmato.

L'immagine di alunni in classe

Eppure non sono mancati i dati di realtà allarmanti forniti dalle indagini internazionali che vedono il nostro Paese come fanalino di coda su scuola e università. Investiamo in istruzione una percentuale del Pil inferiore al 4% a fronte di una media Ocse di circa il 5%. Le conseguenze le vediamo tutte sui fenomeni di esclusione delle persone dai processi di apprendimento: si laurea solo il 28% della popolazione italiana mentre negli altri paesi Ocse la media è del 47%, un italiano su tre è analfabeta funzionale, ovvero, non comprende a pieno ciò che legge, abbiamo un tasso di dispersione scolastica che dal 1995 ad oggi ha visto uscire dal sistema di istruzione prima dei 16 anni, ben tre milioni e mezzo di studenti. Anche chi rimane tra i banchi è sempre più soggetto a situazioni di insuccesso scolastico e di basse performance nell’esercizio delle competenze base di lingua e matematica, come puntualmente ci riportano le indagini dell’Ocse-Pisa. Ma non solo, accanto a questo, abbiamo anche il fenomeno dei sovraeducati, che sono coloro che hanno un titolo di studio ed un bagaglio di competenze troppo alto per il nostro mercato del lavoro e per le nostre opportunità di ricerca. Stiamo parlando dei “cervelli in fuga”, ovvero dei 14mila laureati che si trasferiscono per lavoro e ricerca ogni anno in un’altra nazione, a fronte di un saldo negativo corrispondente a -13% di laureati stranieri che puntano sul nostro Paese.

‘Dovremmo aprire un diffuso e trasversale dibattito su quale sistema di istruzione è necessario per il Paese che immaginiamo’

A partire da questi indicatori negativi e da tempo noti, dovremmo aprire un diffuso e trasversale dibattito su quale sistema di istruzione è necessario per il Paese che immaginiamo. La scuola e l’università devono cambiare, ma in quale direzione e con quale dotazione finanziaria?
Forse è su questa lettura complessa del futuro che la politica non è in sintonia con la visione strategica che da ambientalisti sosteniamo da sempre, il cambiamento di modello di sviluppo che ha al centro le persone e la loro capacità di cambiare scelte di consumo, stili di vita, di cooperare per trovare soluzioni a problemi inediti, a nuove forme di economia, solidarietà, di condivisione. Per fare questo servono cittadini colti non solo perché istruiti, ma perché inseriti in comunità e contesti sociali e ambientali che hanno cura della loro crescita, che tengono al loro contributo civico, professionale e politico.

Paradossalmente oggi il sistema di istruzione così configurato, invece di essere uno contesto dentro al quale le disuguaglianze vengono colmate e offerte a tutti le stesse opportunità, come vorrebbe l’articolo 3 della Costituzione, sta divenendo luogo in cui le differenze si acuiscono ed i processi di emancipazione della persona si ancorano sempre di più all’origine famigliare.

Difficile scorgere il futuro se non riesci a muoverti da dove sei nato, difficile pensare il futuro se ti mancano gli strumenti e le competenze per interpretarlo, per innovare, per partecipare. La spinta verso la sostenibilità passa inevitabilmente dal nodo strutturale dell’innalzamento della qualità dell’istruzione e dell’educazione. La stessa Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile fa di questo uno dei suoi obiettivi strategici: Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti.

‘Serve il coraggio di una strategia di lungo respiro, un atto di responsabilità della politica per un sistema scolastico e universitario più inclusivo, innovativo e di qualità’

Non è più tempo delle pseudo riforme o delle azioni isolate come l’introduzione di nuove discipline per “spiegare” come essere bravi cittadini, serve il coraggio di una strategia di lungo respiro, un atto di responsabilità della politica per un sistema scolastico e universitario più inclusivo, innovativo e di qualità.

Nel 2015 Legambiente assieme ad altre trenta organizzazioni sindacali, studentesche, professionali, dei genitori e di una compagine più ampia e rappresentativa della società civile ha promosso la piattaforma politica “La scuola che cambia il Paese”. Un confronto serrato e appassionato durato per mesi che ha dato vita ad una serie di proposte che potrebbero stare alla base di una scuola da cambiare perché sia forza propulsiva per cambiare il Paese. Da lì si potrebbe ripartire per interventi strutturali da fare, ma il percorso va iniziato subito.