Basta piegarsi all’agroindustria, invertiamo la rotta

Se la riforma della Pac non verrà radicalmente modificata dal Parlamento e dall’intervento degli Stati membri, nel prossimo decennio l’agricoltura europea perderà il treno della conversione ecologica e climatica

primo piano di una giovane contadina

La proposta di nuova Pac dopo il 2020 presentata oggi  non ci soddisfa affatto perché  non favorisce una reale inversione di rotta per le politiche agricole comunitarie e non risponde alle esigenze dei cittadini europei, che chiedono invece con forza prodotti agricoli più sani e un’agricoltura rispettosa degli ecosistemi naturali. Appare invece piegata agli interessi dell’agroindustria, che vuole un’agricoltura fatta di grandi monocolture, a bassa intensità di manodopera ma strettamente dipendente dalla fornitura di sementi industriali, fertilizzanti e macchinari, sussidiata per fornire produzioni a basso costo all’industria della trasformazione e alla grande distribuzione. Occorrerebbe invece  premiare maggiormente in modo strategico le pratiche che garantiscono diminuzione dell’utilizzo di fitofarmaci, abbattimento degli input chimici, idrici ed energetici, favorendo in modo significativo le pratiche agricole sostenibili e l’agricoltura biologica in particolare.

Con la proposta della Commissione, anzichè renderle efficaci, le pratiche verdi obbligatorie del greening, a cui oggi è legato il 30% dei sussidi del primo pilastro, vengono semplicemente eliminate per lasciare la libera scelta agli Stati membri di definire un proprio quadro di sostegno, senza però vincolarvi quote di risorse. Se pensiamo poi al taglio del 26% sul  secondo pilastro, quello dello sviluppo rurale, su cui sono appostati i fondi per le azioni agroambientali e climatiche, capiamo bene che la nuova Pac prefigurata dalla Commissione europea rappresenta un’occasione mancata per agire sulle emissioni inquinanti e climalteranti, di cui l’agricoltura e la zootecnia intensiva condividono una parte delle responsabilità, e per favorire fortemente e significativamente l’agricoltura biologica, le pratiche sostenibili, le aree interne e marginali. Se questa riforma non verrà modificata in modo incisivo dal Parlamento e dall’intervento degli Stati membri, l’agricoltura europea nel prossimo decennio perderà il treno della conversione ecologica e climatica, che invece potrebbe trasformare questo settore economico nel principale alleato nella lotta al cambiamento climatico, grazie anche al proprio ruolo territoriale nella gestione del 47% dell’intero territorio dell’Unione.