Atlante mondiale della zuppa di plastica: l’intervista all’autore Michiel Roscam Abbing

“Le campagne di sensibilizzazione parlano alle persone, ma per ridurre la produzione
devono intervenire i governi”. Ci sono voluti nove anni per raccogliere il denaro necessario alla prima edizione. Un successo editoriale, sbarcato in Italia grazie a Edizioni Ambiente e Legambiente

Atlante mondiale della plastica

Incontriamo Michiel Roscam Abbing, autore dell’Atlante mondiale della zuppa di plastica, in una pausa dei lavori del meeting europeo della rete Break free from plastic, di cui la sua fondazione Plastic soup fa parte. Racconta a Nuova Ecologia delle difficoltà incontrate nel far finanziare il progetto: nove anni per racimolare i soldi per la prima edizione di un libro diventato immediatamente un successo editoriale, sbarcato in Italia grazie alla collaborazione con Edizioni Ambiente e Legambiente. Abbing sorride svelandoci che ora è in preparazione l’edizione giapponese. «All’inizio non è stato facile, il concetto era nuovo e ancora oggi non è così chiaro a tutti».

Atlante mondiale della zuppa di plastica

Proviamo a chiarirlo subito allora. Che cos’è la zuppa di plastica?
La maggior parte della gente tende a pensare all’inquinamento marino come una cosa distante, che sta accadendo da qualche parte nel bel mezzo di qualche oceano. L’obiettivo del libro è spiegare che la plastica è un problema globale che si manifesta in una miriade di modi diversi. Uno di questi è la “zuppa”, termine che fa riferimento alla tendenza della plastica a frammentarsi in pezzi microscopici, destinati a restare nell’ambiente per sempre. Uno studio di circa due anni fa ha stimato che la produzione globale di resine e fibre plastiche negli ultimi quarant’anni è passata da 2 a 380 tonnellate metriche: una crescita annuale dell’8%.

Ricicliamo correttamente almeno o stiamo rimettendo plastica nell’ambiente?
Gli attuali processi di riciclo possono essere migliorati se gestiamo il fine vita delle plastiche con il vuoto a rendere, così da riciclare sempre e solo lo stesso tipo di plastica invece di fare nuovi prodotti mescolando diverse plastiche. Inoltre i prodotti in plastica riciclata, come alcuni giocattoli, contengono un livello relativamente alto di sostanze tossiche a causa di additivi chimici come i ritardanti di fiamma, presenti nella plastiche originali e che non possono essere rimossi durante la fase di riciclaggio.

Potrebbe essere utile un miglior sistema di comunicazione di prodotto, ad esempio un’etichetta?
Sicuramente abbiamo bisogno di migliorare le informazioni in etichetta. Sarebbe utile, ad esempio, un’etichetta sull’abbigliamento sintetico che dicesse che quel capo inquina l’ambiente con le microfibre ogni volta che lo si lava. In attesa di una soluzione definitiva, i governi dovrebbero rendere questa etichettatura obbligatoria.

Ma le nanoplastiche sono dannose per l’organismo?
Hanno dimensioni particolarmente piccole, inferiori a 0,0001 mm e sono visibili solo attraverso microscopi sofisticati. Sono l’inevitabile conseguenza del fenomeno per il quale le plastiche, in ambiente naturale, tendono a degradarsi in particelle sempre più piccole. Queste nanoplastiche possono diffondersi nel corpo degli animali e degli esseri umani con conseguenze che ancora non conosciamo. Nessuno oggi sa dire se queste siano all’origine di infiammazioni croniche o se siano precursori di malattie come il tumore o il morbo di Alzheimer.

In che modo la plastica sta cambiando l’ecosistema marino?
Non lo sappiamo esattamente, perché gli ecosistemi marini sono estremamente complessi e hanno molteplici interazioni. Ma abbiamo notato molti segnali allarmanti: una recente ricerca ha scoperto che le cozze perdono la loro capacità di aderenza a causa delle microplastiche e che questo problema sta seriamente colpendo le popolazioni di molluschi; un altro studio ha dimostrato che le sostanze chimiche rilasciate dalle microplastiche minano le difese naturali delle lumache di mare. Gli scienziati svedesi hanno poi scoperto che le nanoplastiche inducono comportamenti anormali nei pesci: gli esemplari colpiti perdono la capacità di sfuggire ai predatori. E ancora il fatto, ormai provato, che le plastiche fanno ammalare la barriera corallina. Va infine ricordato che i batteri hanno trovato nelle microplastiche un mezzo per spostarsi lungo distanze enormi, invadendo ecosistemi in cui non erano presenti.

C’è qualche prova del danno provocato alla nostra salute dall’accumularsi di bioplastiche presenti nel cibo?
Al momento non ci sono prove che la nostra salute sia messa in pericolo dalle microplastiche, a meno che non si viva in un ambiente altamente contaminato, dove le plastiche vengono bruciate. E va detto che milioni di persone vivono in quelle circostanze. Certo, le micro e le nanoplastiche presenti nel cibo proveniente dal mare sono considerate una minaccia per la nostra salute, perché ci sono due fenomeni evidenti e fra loro in interazione: il numero di particelle di plastica presenti nell’ambiente e nell’aria che respiriamo può solo aumentare nei prossimi anni e le nanoparticelle hanno la capacità di penetrare in profondità nel corpo umano, raggiungendo anche il cervello o la placenta. Il problema è che nel momento in cui saremo in grado di provare il danno sarà probabilmente troppo tardi per le contromisure.

Quali risultati si potrebbero ottenere immediatamente nella battaglia per ridurre l’uso della plastica?
La messa al bando degli imballaggi di plastica monouso sarebbe di gran lunga la mossa più efficace. Alcuni Paesi, come l’India, lo stanno seriamente prendendo in considerazione. Un’altra mossa sarebbe quella di mettere fuori legge qualsiasi plastica non riciclabile. E ancora potremmo introdurre sistemi di vuoto a rendere per essere sicuri che le plastiche verranno restituite. O tasse sull’uso della plastica vergine che rendano l’uso di questo materiale meno competitivo rispetto alla plastica riciclata.

Quali campagne hanno avuto successo a livello di riduzione dei rifiuti di plastica?
Nessuna. Il problema è che le campagne si concentrano sul modificare il comportamento delle persone ma nel frattempo la produzione di plastica continua. Pensare che il cambiamento delle persone possa risolvere il problema è illusorio.

Che fare?
Sono i governi che dovrebbero colpire il fenomeno alla fonte. Serve una convenzione mondiale che prevenga sia la crescita dell’inquinamento ambientale che i danni alla salute umana in tutte le fasi di produzione e consumo della plastica. E a un nuovo accordo mondiale si sta già lavorando, proprio per contrastare la “zuppa di plastica”. Ma le grandi compagnie petrolifere stanno a loro volta costruendo nuovi impianti di produzione di plastica alimentati da enormi quantità di gas di scisto estratto con il fracking.

Come vede le politiche italiane su questo fronte?
Il vostro è stato il primo Paese europeo a mettere al bando i sacchetti di plastica. E ora sono al bando anche quelli per l’ortofrutta. Ricordo che sono stati messi fuori legge anche i bastoncini per le orecchie e le microplastiche nei cosmetici: un provvedimento, questo, che l’Italia ha preso fra i primi nel mondo e che ha aperto la strada. Recentemente mi hanno anche raccontato del rapido aumento dei comuni plastic free nel vostro Paese, che non ha eguali negli altri Stati dell’Ue. Mi sento di dire che sicuramente ci sono segnali molto positivi nel vostro Paese, che dovrebbero essere copiati anche altrove. l