martedì 1 Dicembre 2020

Atitlàn rinasce

panorama Atitlan

di MARZIO MARZORATI*

La natura tropicale è generosa attorno al Lago Atitlán, uno specchio d’acqua incastonato tra i vulcani del Guatemala, circondato dall’abbraccio dei popoli indigeni Maya, portatori di storia e cultura millenaria. I popoli Maya del Guatemala, come accaduto altrove, anche qui sono stati emarginati, separati dai processi di sviluppo, espropriati della propria antica e spirituale capacità di vivere in armonia con l’ambiente. Hanno subito negli anni Ottanta del secolo scorso una guerra civile feroce durante la quale avvennero molte terribili violazioni dei diritti umani. Il Governo perseguì una politica di “terra bruciata”, e i popoli indigeni vennero considerati indistintamente sostenitori dei guerriglieri in lotta contro il governo e furono oggetto di rappresaglie brutali. Nel 1990, una marcia di protesta spontanea verso la base dell’esercito venne colpita con armi dal fuoco causando la morte di 13 civili disarmati. La pressione internazionale costrinse il governo guatemalteco a chiudere la base e a dichiarare Santiago Atitlán “zona libera-militare”. L’intenzione profonda era di eliminare la diversità etnica, un’epurazione operata dalla casta bianca della capitale che da sempre domina il Paese e pensa di possederlo.
Le conseguenze della guerra sono ancora vive, le ferite sono aperte anche se le armi, quelle dei militari almeno, sono bandite. Ogni anno nelle acque dell’Atitlán finiscono un milione di metri cubi di reflui fognari, nell’area si producono 109 mila tonnellate di rifiuti solidi e per l’erosione si perdono 110 mila tonnellate di suolo fertile. Per non parlare dell’impatto dell’agricoltura chimica, sostenuta dal governo e dalle imprese. Nel 2009 una fioritura di cianobatteri Limnoraphis robusta causata da un’alta concentrazione di nitrati e fosfati ricoprì il 40% della superficie del lago. Nel bacino lacustre c’è una forte presenza di batteri di origine fecale e dal 1968 la trasparenza dell’acqua si è ridotta della metà. Oggi stiamo assistendo, di nuovo, al ritorno dei cianobatteri, che segnala un grave degrado delle acque.
Le comunità si sono adeguate in fretta alla seduzione del consumo, all’usa e getta e alla plastica che oggi tutto avvolge e inquina. I rifiuti non trovano altro destino che le discariche sulle sponde, lungo i dirupi e le foreste, inquinando l’acqua e, con gli incendi, l’aria. Le pressioni ambientali sono ormai insostenibili, ma cambiare non è semplice, significa mettere in discussione lo stile di vita che si è impossessato delle comunità locali e l’economia turistica sproporzionata e predatoria. Una situazione di conflitto, insostenibile.
«La pace deve essere accompagnata dal riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni sulla madre terra e le risorse naturali. E non può esistere un completo riconoscimento dell’identità etnica senza il pieno insegnamento delle lingue indigene – afferma Chico Coché Pablo, leader Maya Tz’utujil – Le comunità possono e vogliono trovare una loro strada allo sviluppo più sostenibile e in accordo con la cosmovisione dei popoli indigeni, in armonia con la natura e nel pieno rispetto della vita. Le foreste, l’acqua, l’aria e il suolo sono le risorse identitarie dei popoli Maya, che ancora resistono alla globalizzazione e all’annullamento delle differenze linguistiche e culturali».
Quest’anno, per sostenere nelle loro rivendicazioni le comunità Maya che vivono in questo territorio, è iniziato “Somos Atitlán”: un progetto ideato e coordinato dall’organizzazione non governativa di cooperazione Africa70, con la quale Legambiente Lombardia collabora positivamente da molti anni, finanziato dall’Unione europea. La partnership prevede la promozione di processi educativi nelle scuole e di coinvolgimento delle comunità, la realizzazione di campi di volontariato e il sostegno tecnico scientifico alle scelte di miglioramento ambientale. La partecipazione è certamente il metodo per connettere la sopravvivenza del bacino Atitlán con i diritti e le aspirazioni delle popolazioni indigene, per far sì che i cambiamenti siano condivisi. Solo attraverso un processo partecipativo governato dalle stesse comunità e arricchito dalla loro identità è possibile, infatti, una conversione ecologica. Legambiente è presente per accompagnare questa sfida insieme alle associazioni locali come Adeccap, associazione ambientalista indigena con la quale esiste da anni un accordo di collaborazione. E insieme a chi si sta battendo per cambiare rotta, come il Sindaco di San Marcos, uno dei Comuni sulle rive del lago, che ha bandito la plastica, a partire da borse e cannucce, dal proprio territorio. Le compagnie petrolifere e di produzione di materia plastiche gli stanno facendo causa, il Sindaco ha annunciato che resisterà e Legambiente si costituirà al suo fianco parte civile, consapevole che è necessario prendere parte in una disputa che riguarda anche noi.l

*vicepresidente di Legambiente Lombardia
(Ha collaborato Marco Fazio)

Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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