L’Aspromonte di Mimmo Calopresti

DAL MENSILE Con “Aspromonte – La terra degli ultimi” il regista calabrese consegna al cinema italiano una narrazione diversa di un territorio troppo a lungo ostaggio di vecchi stereotipi. Un ritorno alla natura e alla bellezza

Aspromonte La terra degli ultimi

Un esercito di piedi scalzi marcia nel fango chiedendo una strada che li avvicini al mondo civile. Sono gli uomini, le donne e i bambini di Africo, un paesino dell’entroterra aspromontano lontano da tutto. Chiedono acqua corrente, elettricità, un medico. Rivendicano il diritto a non essere trattati come bestie. In questa comunità spartana vestita di stracci, destinata all’estinzione dalla latitanza dello Stato e dai soprusi della malavita locale, c’è però la forza di scorgere sprazzi di bellezza, la volontà di rimanere fedeli a una terra selvaggia e inospitale ma che, in fondo, resta ancora casa. Con il film Aspromonte – La terra degli ultimi, nelle sale da fine novembre, il regista e sceneggiatore calabrese Mimmo Calopresti consegna al cinema italiano una delle fotografie più nitide di un territorio che per troppo tempo è rimasto incastrato in una narrazione distorta, soffocata dalla violenza della stagione dei sequestri messi a segno dalla ’ndrangheta fra gli anni Settanta e Ottanta. Oltre questo clima di diffusa diffidenza, ci sono tante storie e tanti luoghi da raccontare. A cominciare dalle rovine di paesi che oggi non esistono più. Come Africo Vecchio, borgo fantasma spopolato dall’alluvione del 1951.

Perché ha deciso di inoltrarsi in Aspromonte partendo da un posto che non c’è più?

Mimmo Calopresti
Il regista calabrese Mimmo Calopresti

Nel mio immaginario l’Aspromonte è sempre stato avvolto dal mito. Le poche volte che ne avevo sentito parlare da piccolo, da mia nonna in particolare, lo sentivo sempre associato a qualcosa in cui accadevano cose fantastiche, che fossero sequestri di persona piuttosto che luoghi di grande bellezza. Quando mi sono trovato a vedere da adulto posti come Africo, ho toccato con mano che l’Aspromonte è davvero un luogo del mito, incontaminato. Ci sono alberi antichi, animali, resti preistorici, paesi abbandonati da sempre. È come se qui abbia preso origine una parte di mondo.

La storia che racconta ruota attorno a una strada che gli abitanti di Africo vogliono costruire per non rimanere isolati dal mondo, ma che non verrà mai terminata. Quanto c’è di vero in questa “favola”?

Nelle sale in cui il film è stato proiettato ho incontrato spesso persone i cui padri o i cui nonni hanno vissuto i luoghi protagonisti del film. Tutti mi hanno confermato che il tentativo di costruire una strada per collegare Africo alla “marina” c’è stato. E anche dopo l’alluvione tanti tornavano in paese per coltivare le loro terre. Lo facevano di notte, percorrendo proprio quella strada. Quella parte di Africo che racconto è rimasta nei ricordi di tanti, nei discorsi delle persone che continuano ad avere nostalgia di quella terra. È un sentimento che ho provato a trasmettere attraverso le immagini dei piedi scalzi che camminano nel fango. A tanta gente manca quel mondo mitico.

Il film affronta con un taglio inedito il tema, ormai mainstream, dei borghi fantasma. Ma ci stiamo davvero riappropriando di questi luoghi? 

L’Italia, così come tanti altri posti del mondo, è piena di luoghi che abbiamo abbandonato. Ciò è accaduto per via del passaggio nelle grandi città e perché in quei posti non c’era più benessere. Soltanto dopo abbiamo iniziato a capire che, in realtà, avevamo abbandonato una grande ricchezza. Ferruzzano (in provincia di Reggio Calabria, ndr), dove ho girato molte scene del film, prima di essere abbandonato era un posto di grande agricoltura. Si coltivavano il grano e l’uva, si facevano l’olio e il vino, nelle case abbandonate abbiamo trovato i resti degli arnesi, delle cisterne. L’industrializzazione ha dismesso quel tipo di agricoltura parcellizzata, legata fortemente ai territori, e ha portato tanti, in alcuni casi tutti, a emigrare e ad andarsene via. Ma oggi c’è gente che torna, ricostruisce pezzi di terreno, che si riappropria pian piano di pezzi della propria cultura. Io penso che quelle persone oggi vivono bene. Perché riconquistare i borghi abbandonati vuol dire riconquistare una qualità della vita che ci è stata tolta. Chissà se ce la faremo a recuperarla ancora. Di certo c’è che qualcuno ha capito che li si può costruire una nuova economia, un nuovo turismo che insegue l’idea di riconquistare qualcosa di se stessi. C’è gente da tutta Europa che arriva a Bova Superiore (in provincia di Reggio Calabria, ndr) per andare a camminare sull’Aspromonte. Significa che lì c’è qualcosa di cui le persone hanno bisogno.

Il cast è formato esclusivamente da attori calabresi, come Marcello Fonte, o di origini calabresi, come Sergio Rubini, a eccezione di Valeria Bruna Tedeschi. È una scelta campanilistica, o c’è dietro la spinta di un movimento cinematografico che in Calabria sta iniziando a emergere e farsi sentire?

In Calabria si sta costruendo una scuola di cinema che sta iniziando a diventare interessante. Quasi tutte le comparse che hanno fatto il film sono del posto. Ci sono una serie di attività legate alla cultura e anche un certo modo di fare impresa, accomunati dall’idea di vedere nel cinema una possibilità di riscatto per questo territorio. E questo è qualcosa di reale. C’è voglia di pensare che si possano fare le cose e migliorare la qualità della propria vita anche rimanendo qui. Chi vede questo film si riconosce in qualcosa di importante. Non ho capito bene cos’è, però è così.

Negli ultimi anni sono usciti film che hanno saputo raccontare la Calabria prendendo finalmente la giusta distanza dai vecchi stereotipi: da Corpo Celeste di Alice Rohrwacher a Il sud è niente di Fabio Mollo, fino ad Anime Nere di Francesco Munzi. C’è una connessione fra questi lavori e il suo?

C’è un racconto interessante della Calabria. La verità è che dopo Un ragazzo di Calabria (1987, regia di Luigi Comencini, ndr) la nostra regione è stata raccontata poco, è conosciuta poco ed è anche amata poco. C’è un forte pregiudizio su questa terra, è vista come un posto violento. La Sicilia ha sempre avuto un grande racconto storico, sociale e politico dalla sua parte. La Calabria, invece, è stata sempre una terra di passaggio, marginale. A ciò adesso si sta rispondendo con il riscatto dei racconti: dei luoghi, dei contesti sociali, delle vite, tutte cose che sono state tralasciate. Ed è il cinema a portare avanti questo riscatto.