giovedì 20 Gennaio 2022

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Incendi in Aspromonte: tra i pini e le faggete percorsi dal fuoco

Il nostro fotoreportage dal Parco nazionale dell’Aspromonte nei territori del Comune di San Luca (Rc)

C’è solo un modo per rendersi conto dei disastri causati dagli incendi che, dall’inizio dell’estate, hanno ridotto in cenere circa 5.500 ettari di superficie dell’Aspromonte: andarci di persona. Tra gli epicentri dei roghi, dove le fiamme continuano a divampare incuneandosi tra gli interessi della criminalità organizzata, i rimpalli di responsabilità e inconcludenti scambi di accuse, ci sono i territori del Comune di San Luca situati all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte.

Il viaggio in macchina che conduce qui da Scilla si snoda lungo strade deturpate e tracciati sterrati al limite della percorribilità. In poco meno di mezz’ora il mare lascia spazio alla montagna. Basta sporgersi dal finestrino per scorgere le promesse tradite di questo scorcio di Calabria. Da un lato c’è la sponda sud del Tirreno, affacciata sullo Stretto di Messina, aggredita anche in questa seconda estate pandemica da un turismo di massa che di lento e sostenibile ha ben poco. Dall’altro c’è il versante jonico dell’Aspromonte, avvolto tra i suoi panorami mozzafiato e la devozione alla Madonna della Montagna, tanto cara anche alle ’ndrine locali e celebrata ogni anno dal 31 agosto al 2 settembre nel santuario della frazione di Polsi.

Oltrepassate Melia e la piazza di Gambarie, la strada si fa sempre più impervia. Lungo il tragitto verso l’interno del Parco si incrocia un gregge stanco di vacche sacre, qualche casello forestale dismesso e pochi altri visitatori. Il punto di arrivo è ad Afreni, nella vallata Potes, di fronte alla pietra Mazzulisa. Rinunciate a cercare questi luoghi su Google Maps, per arrivare fin qui è necessario l’aiuto di una guida esperta e di un mezzo che non si faccia inghiottire dalle voragini. Per farsi raccontare il resto bastano gli occhi. La vallata è cosparsa di macchie grigie che brulicano di colonne di fumo. Di pini e abeti non restano che scheletri carbonizzati, mentre le faggete hanno resistito di più. Qua e là si scorgono tra i rami e le foglie a terra delle fiammelle: segno che qui il fuoco è ancora vivo e basta una leggera folata di vento per ridargli vigore.

Con il contributo di Ivan Pirrotta e Domenico Porpiglia

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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