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Artico, i cambiamenti climatici fanno proliferare i virus

Foche

PROFONDO BLU

Nel corso degli ultimi decenni la temperatura nell’Artico è aumentata due volte più velocemente rispetto a quanto avvenuto nel resto del pianeta, provocando una drammatica riduzione del ghiaccio marino. Questo processo ha dato un impulso negativo alle popolazioni di foche artiche, che hanno bisogno di calotte glaciali sulle quali poter partorire i propri cuccioli. Tutto ciò, nonostante l’ampliamento della superficie di mare aperto potrebbe aver aumentato la frequenza dei contatti riproduttivi tra popolazioni precedentemente isolate da piattaforme glaciali, limitando così l’accoppiamento tra consanguinei, con possibili effetti positivi sul piano genetico.
Ma c’è di più, una recente ricerca internazionale coordinata dall’Università della California ha mostrato come proprio l’ampliamento dell’habitat di mare aperto a disposizione delle foche, aprendo nuove rotte migratorie, ha messo in contatto le foche artiche con quelle nord-atlantiche, favorendo la trasmissione di virus da parte di queste ultime. Le popolazioni di foche artiche, non essendo mai venute a contatto in precedenza con quei virus ed essendo sprovviste di difese immunitarie, hanno subito negli ultimi anni numerose epidemie. E si tratta di specie di foche sulle quali si basa la sussistenza delle popolazioni umane che ancora vivono nelle regioni artiche.
Nelle regioni artiche, i mammiferi marini, ma anche gli esseri umani, si sono specializzati a vivere in condizioni climatiche estreme attraverso un lungo percorso evolutivo. Il riscaldamento globale sta colpendo in maniera sempre più aggressiva quegli ambienti, dando vita a drastici cambiamenti ambientali, che si verificano a una velocità che non permette alle specie viventi, siano essi foche o umani, di riadattarsi di conseguenza.

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Domenico D'Alelio
Ecologo acquatico, ricercatore alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e vice presidente dell'Associazione italiana di oceanologia e limnologia

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