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Disarmiamo il futuro

Dal mensile – La nostra industria militare fornisce gran parte degli arsenali a regimi autoritari, alimentando insicurezza internazionale e profitti. Eppure maggioranza e opposizione vogliono sfruttare il Recovery plan per produrre e acquistare armamenti

di GIORGIO BERETTA*

Transizione ecologica, innovazione digitale, crescita inclusiva e sostenibile, coesione sociale e territoriale, salute e resilienza sociale e istituzionale, politiche per le prossime generazioni. Sono i sei pilastri su cui poggia il Next generation Eu, il piano europeo per la ripresa e la resilienza per superare la pandemia da Covid-19.

Al quale le commissioni Difesa di Camera e Senato hanno proposto, all’unanimità, di aggiungerne un settimo: “Promuovere la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare”. Tradotto: utilizziamo il Recovery plan per produrre e acquistare armamenti. La proposta ha riscosso l’assenso del governo Draghi: il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè di Forza Italia, ha espresso apprezzamento, sottolineando che «nei contenuti e perfino nella scelta dei vocaboli, corrisponde alla visione organica che ha il governo del piano di ricostruzione e resilienza».

Proposte inaccettabili

La Rete italiana pace e disarmo, che raduna 70 associazioni della società civile fra cui Legambiente, ha definito inaccettabile la proposta. Innanzitutto perché al comparto militare-industriale è già indirizzato un flusso sovradimensionato di soldi pubblici: i fondi pluriennali di investimento e sviluppo infrastrutturale destinano alla Difesa ben 36,7 dei 143,9 miliardi di euro stanziati e di questi almeno 27 per l’acquisto di armamenti. Ma soprattutto perché questa scelta rappresenta l’esatto contrario degli obiettivi di rinascita che il Next generation intende perseguire: innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale. La Rete pace e disarmo aveva inviato per tempo al governo dodici proposte molto dettagliate per destinare i fondi del Recovery plan a favore dell’economia civile, della cooperazione e, non ultimo, della riconversione dell’industria militare: tutte ignorate. Anche per questo la Rete ha chiesto al governo Draghi un incontro per poterle presentare.

Economia armata

Per le commissioni Difesa l’industria militare sarebbe “strategica dal punto di vista industriale” e per la “competitività del Paese” considerato “da un lato l’importante impatto in termini di Pil generato dalla filiera industriale coinvolta, dall’altro il potenziale contributo di innovazione per il sistema Paese generato dal settore”. Sono affermazioni ripetute spesso, ma che non trovano riscontro nella realtà. Come ha documentato Francesco Vignarca dell’Osservatorio Milex, i dati diffusi dal settore industriale mostrano infatti che il totale delle aziende del comparto sviluppa un fatturato di 17 miliardi di euro, che rappresenta meno dell’1% del Pil nazionale. Per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti, i 4-5 miliardi di euro di esportazioni annue rappresentano solo l’1% degli oltre 465 miliardi di euro di esportazioni italiane. Infine, anche per il livello occupazionale, i 50mila occupati diretti e i 200-230mila di un non meglio precisato “indotto”, peraltro non solo militare, costituiscono uno striminzito 0,21% (l’1% se includiamo l’indotto) della forza lavoro italiana a fine 2020. In definitiva, pur rappresentando un settore rilevante in alcuni territori, nel suo insieme il comparto militare-industriale è marginale per l’economia italiana. Affermare pertanto, come si legge nel “Libro bianco della Difesa” varato nel 2015, che l’industria della difesa “costituisce un pilastro tecnologico, manifatturiero, occupazionale, economico e di crescita senza eguali per il sistema Paese”, è in gran parte infondato e rivelatore di una narrazione che va contrastata sulla base dei fatti.

L’ultima occasione

Ma c’è di più. Da diversi anni l’industria militare italiana è sempre più focalizzata sulle esportazioni e sulla domanda dei “mercati” esteri. Non solo le industrie della difesa dispongono di un notevole margine di manovra ma sopratutto hanno il sostegno del “sistema Paese”. Ciò in parte è dovuto alla privatizzazione, ma soprattutto – trattandosi principalmente di aziende a controllo statale – all’incoraggiamento da parte dei governi: la parola d’ordine, anche per l’industria militare, è “competitività”. C’è però un aspetto spesso dimenticato: da vari anni, più della metà delle esportazioni di armamenti non è destinata agli alleati dell’Ue e della Nato ma è diretta nelle zone di maggior tensione del mondo: Nord Africa e Medio Oriente. Il paradosso è evidente: l’industria militare, che dovrebbe essere finalizzata alla nostra difesa e sicurezza, fornendo buona parte della propria produzione a regimi autoritari e a Paesi in conflitto, contribuisce ad alimentare le tensioni e l’insicurezza dalle quali dovrebbe difenderci. Un circolo vizioso che serve a portare profitti soprattutto alle aziende e agli azionisti delle maggiori industrie a controllo statale (Leonardo e Fincantieri), ma che non contribuisce alla nostra sicurezza. Si tratta di un fenomeno non solo italiano, ma europeo. Anche per questo i fondi del Next generation dovrebbero essere destinati a riorganizzare l’industria militare europea per renderla sostenibile e corrispondente alle effettive esigenze di sicurezza e difesa, dismettendo i settori obsoleti, tagliando i doppioni e riconvertendo al settore civile le produzioni militari ridondanti dei 27 Paesi dell’Unione. E soprattutto a promuovere, anche a livello europeo, una difesa civile, non armata e nonviolenta, alternativa e integrativa della difesa militare, con il contributo e la partecipazione dei giovani attraverso il servizio civile europeo. Ma occorre una decisione politica. L’occasione c’è. Se davvero vogliamo dare un futuro al Paese sarebbe utile approfittarne. Non ne avremo un’altra.

* Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal)

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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