Approdo Appennino

L’esperienza personale si intreccia a quella lavorativa e sociale. Dall’amore per Fabriano fino alle zone del post sisma, nelle parole del presidente di Federtrek

immagine di due ragazze mentre fanno trekking

di Paolo Piacentini

Ci sono accadimenti nella vita che ci trasportano verso esperienze inedite. Basta lasciare libero il bisogno di cambiare, di seguire una sorta di istinto primordiale di cui forse non siamo nemmeno consapevoli. Un viaggio alla scoperta di una nuova dimensione dell’abitare lontano da Roma ed ecco che, dopo vari tentativi, arriva l’approdo nell’Appennino umbro –marchigiano, con una moglie e una figlia straordinarie, le mie. Dopo decenni di escursionismo quasi intimo, alternato all’attività di accompagnatore volontario lungo la dorsale appenninica e tra le meraviglie della catena alpina, finalmente era arrivato il momento d’abitare le tanto amate montagne. Fabriano in fondo è pur sempre una cittadina importante, non è certo un luogo di case sparse in qualche piccola valle dimenticata dagli uomini e da Dio. Ma è pur sempre una straordinaria conca appenninica, anche se il successo del distretto industriale del “bianco” aveva catapultato nel limbo la propria collocazione geografica.

In questa nuova dimensione di vita con l’impegno istituzionale e associativo (la presidenza della Federtrek), gestito e animato a distanza dalla passione di sempre, si è rinnovato e rafforzato il mio amore per il contatto diretto con la natura e la montagna. L’incontro con Fabriano è fin da subito fatale, una sorta d’innamoramento verso una città in piena crisi industriale che ha un estremo bisogno di aprire nuovi orizzonti di futuro, volgendo lo sguardo al suo meraviglioso paesaggio: proprio quello che aveva catturato il mio cuore. Approdo d’amore ma distacco soft da Roma, che rimane il punto di riferimento lavorativo in linea con quella visione di futuro per le nostre montagne, in cui l’abitare può sposare anche il telelavoro o lo smart working. Nasce da questo feeling territoriale improvviso e inatteso l’idea di aiutare la comunità fabrianese a riscoprire il territorio che circonda la meravigliosa città storica, organizzando con un gruppo di nuovi straordinari amici le “camminate di conoscenza”, che avranno fin da subito un grande successo. Mentre cresce il desiderio di dedicare parte del mio tempo non solo al gratificante impegno istituzionale sul tema dei cammini storico-culturali italiani, per conto del ministero dei Beni culturali e del turismo, e alla Federtrek, ma anche alla costruzione di una credibile idea di futuro per un territorio montano ferito profondamente da una irreversibile crisi industriale, arriva, come un fulmine a ciel sereno, la storia drammatica del sisma.

L’amore per una terra che mi stava donando un’inedita dimensione del rapporto profondo con la natura, senza spezzare il legame con la dimensione urbana, si arricchisce immediatamente con il bisogno viscerale di un impegno civile verso l’Appennino ferito. Al resoconto quotidiano delle storie dal sisma, raccolte fin dai primi giorni di quella interminabile successione di scosse, che dal 24 agosto del 2016 ha messo in ginocchio il cuore pulsante delle comunità tra i Sibillini e la Laga, si uniscono il viaggio con Paolo Rumiz da Amatrice a Visso, il progetto del trekking delle “Terre mutate” da Fabriano a L’Aquila e la scrittura del libro Appennino. Atto d’amore. Amore e impegno civile, un binomio che reputo indispensabile per mettersi in ascolto dei territori e trarne una narrazione, senz’altro soggettiva, ma che prova a mettersi a disposizione di una rinascita difficile e complessa.

Dal bisogno di non rimanere nel recinto del piccolo orticello dove stavo coltivando la mia nuova felice esperienza di vita personale, nasce la voglia irrefrenabile di riprendere dal cassetto il mio diario di viaggio intimo lungo la dorsale appenninica. Quel viaggio, un po’ folle, di 900 km in compagnia del mio più grande amico di cui avevo custodito con gelosia pagine d’inchiostro che sarebbero rimaste nel cassetto, diventa l’occasione per riattualizzare le tante storie raccolte e inserirle in una nuova narrazione appenninica. Un viaggio intimo che diventa analisi, denuncia e proposta per provare a lanciare un’idea di futuro per quella che lo stesso Rumiz, autore della prefazione al libro, ama definire da sempre come la spina dorsale del Paese. Un “atto d’amore”, appunto, perché quando un territorio lo attraversi a passo lento l’incontro con ogni più piccolo particolare del paesaggio e con le persone che lo abitano non è mai banale.

Il libro, più che l’affermazione categorica di una visione, vuole essere il suggerimento di strade possibili che vadano oltre un modello di sviluppo da rivedere seriamente: sostenibilità ambientale e sociale non possono essere più parole vuote. Nelle molte presentazioni del libro, che mi vedono impegnato in varie parti d’Italia, ho la fortuna di ascoltare storie virtuose di rappresentanti istituzionali, comitati locali o delle singole persone che hanno deciso di investire con coraggio nella rinascita dell’Appennino. Sono storie molto importanti che hanno bisogno di fare rete per chiedere maggiore ascolto alle istituzioni intermedie e allo Stato. Come provo a raccontare in “Appennino. Atto d’amore”, c’è estremo bisogno di una politica per la montagna che vada oltre l’attenzione importante, ma pur sempre parziale, della Strategia per le aree interne o di misure virtuose messe in campo da alcune Regioni.

Negli ultimi anni una politica debole, che ha dovuto inseguire la richiesta di abbattimento dei costi di alcune amministrazioni di secondo livello, come le Comunità montane, ha determinato un ulteriore perdita d’attenzione verso la montagna: sicuramente di sprechi e di clientelismo si possono riempire libri, ma le situazioni virtuose andavano salvate. Oggi l’Appennino è sospeso tra un abbandono che continua e le buone pratiche diffuse, capaci di dare speranza. A rendere difficile la situazione è la mancata attenzione alla necessità di un nuovo presidio, fatto di cura e manutenzione quotidiana di territori fragili. Un territorio non presidiato da persone consapevoli del valore fondamentale della sostenibilità ambientale e sociale rischia di continuare a essere spazio di conquista dello speculatore di turno. Basta guardare a cosa sta accadendo con l’accaparramento dei pascoli a danno dei piccoli allevatori locali o alle proposte di rilancio della montagna, poco attente alle esigenze di quelle microeconomie animate da imprenditori locali, in alcuni casi raccolti in esperienze virtuose come le cooperative di comunità.

Consapevole, insieme a tanti altri “appenninici”, della necessità di mettersi in ascolto delle comunità locali, ho lanciato da qualche tempo l’idea di promuovere un “escursionismo militante”. Noi amanti del trekking o dei lunghi cammini storico culturali possiamo essere i narratori di una nuova storia del paesaggio italiano: raccontarne la trasformazione in atto con l’umiltà di un ascolto dal ritmo lento. A questa idea lanciata nei miei post farà seguito, nei prossimi mesi, una lunga staffetta che partirà dalla Sicilia per attraversare tutta la Penisola. Senza un tempo stabilito e un obiettivo preciso da raggiungere, se non quello di mettersi in ascolto di chi continua a non avere voce per elaborare un manifesto del “nuovo umanesimo” da trasferire alla politica. Sperando che, a sua volta, sia davvero disponibile ad ascoltare.