Appalti verdi

L’Italia ha reso obbligatorio il Green public procurement. Una rivoluzione negli investimenti pubblici che vale miliardi di euro. E Legambiente annuncia il monitoraggio civico sul rispetto della legge / Ostacoli da rimuovere / I prodotti e i servizi

immagine di un codice a barre fatto di fili d'erba

Molte delle persone intervistate per questo articolo, anche se non lo direbbero pubblicamente, non riescono a capire come sia stato possibile. Sono convinte che i parlamentari non abbiano ben capito cosa hanno votato rendendo obbligatorio in Italia, finora primo e unico Paese europeo ad averlo fatto, il Green public procurement (Gpp) nel pacchetto delle “disposizioni integrative e correttive” al nuovo Codice degli appalti pubblici. Fatto sta che dallo scorso 20 maggio per un lunghissimo elenco di amministrazioni pubbliche (dalla presidenza del Consiglio agli Enti parco, dalle aziende sanitarie alle scuole, dalle società di trasporto alle agenzie per l’ambiente fino alle cosiddette Centrali di acquisto, come la Consip) è scattato l’obbligo di rispettare in tutte le gare di appalto i criteri ambientali minimi (in sigla Cam) adottati dal ministero dell’Ambiente.

Una “rivoluzione inaspettata” che può orientare verso la sostenibilità una leva importante come la spesa pubblica. Sono i Cam, infatti, a determinare le “considerazioni” ambientali sulle diverse fasi delle procedure di gara: l’oggetto dell’appalto, le specifiche tecniche collegate alle modalità di aggiudicazione in base all’offerta economicamente più vantaggiosa, le condizioni di esecuzione. Non sono previste sanzioni per le stazioni appaltanti che non li rispettano, ma un’impresa che quei requisiti li possiede può impugnare gli atti con ricorso al Tar.

Per evitare equivoci sul nostro “primato” europeo bisogna sottolineare che se in altri Stati questo processo va avanti da anni su base volontaria, in Italia il Gpp sta prendendo strada lentamente. La speranza, comune a tutti gli interlocutori ascoltati da Nuova Ecologia, è che l’obbligatorietà nell’adozione dei Cam per l’acquisto di diverse categorie di prodotti e servizi (sono 17 quelli regolati finora, dalla carta agli arredi urbani, dalle mense pubbliche ai servizi energetici, vedi scheda a pagina accanto) permetta di recuperare in breve tempo il ritardo accumulato. L’introduzione dei criteri ambientali per l’acquisto dovrebbe infatti contribuire alla nascita di un nuovo mercato, “costringendo” utilizzatori e produttori a ragionare finalmente in termini di circolarità e impatto ambientale. «Con una spesa pari al 17% del Pil, la Pubblica amministrazione è il più rilevante dei consumatori – spiega Silvano Falocco, direttore della Fondazione ecosistemi – E grazie ai suoi tre milioni di dipendenti può influenzare enormemente le scelte di consumo individuali, così da accompagnare lo sviluppo del Paese verso nuovi modelli di produzione». Fra i pionieri del settore, la Fondazione ecosistemi è un’organizzazione specializzata in “strategie, programmi e azioni per lo sviluppo sostenibile”. Da undici anni organizza il forum Compra verde-Buy green, la più importante manifestazione nazionale dedicata al green procurement, sia pubblico che privato. «Oggi in Italia il green public procurement vale 9,5 miliardi di euro su un totale di 111,5, cioè sull’ammontare complessivo del valore degli appalti pubblici superiori ai 40.000 euro, che dobbiamo far diventare tutti green. Non copre ancora i prodotti farmaceutici ma è forte su mense, carta, illuminazione pubblica, elettronica e arredi – riprende Falocco – Verde pubblico e tessile sono in ritardo, ma con l’edilizia e il settore dei rifiuti il mercato del Gpp toccherà a breve la quota di 25 miliardi di euro di valore all’anno».

Gli ostacoli verso questa possibile “ecovittoria” sono però ancora numerosi. La mancanza di formazione nella Pubblica amministrazione è un freno a qualsiasi iniziativa imprenditoriale e molti bandi continuano a uscire col massimo ribasso, senza far riferimento a nessun criterio minimo ambientale. «Bisogna lavorare affinché questa obbligatorietà non resti lettera morta – dice Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – Noi possiamo svolgere un ruolo importante nella promozione di queste norme, nella formazione degli attori coinvolti, a cominciare dalla nostra rete associativa, ma soprattutto nella verifica dei risultati raggiunti: un monitoraggio civico che eserciti una moral suasion verso quelle amministrazioni che per cattiva volontà, inerzia o ignoranza non adottano il Gpp». È questa la mission del monitoraggio civico che nel 2018 verrà lanciato dall’associazione ambientalista.

Modello Sardegna

L’Italia può contare, fortunatamente, anche su diversi esempi virtuosi. È il caso della Sardegna, l’eccellenza italiana in questo campo già dal 2009. Un’autorità riconosciuta dallo stesso ministero dell’Ambiente, che le ha affidato il coordinamento su “Energia e ambiente” nel protocollo d’intesa di cinque anni siglato con le Regioni. «Quando non c’era l’obbligatorietà, prima che cambiasse il mondo insomma, abbiamo aperto sull’intero territorio regionale una serie di ecosportelli – ricorda Gianluca Cocco, direttore del Servizio sostenibilità ambientale dell’assessorato all’Ambiente sardo – All’epoca era un’assoluta novità, riconosciuta come “pratica virtuosa” dall’Ue. Il voler affiancare Comuni e imprenditori è stata una mossa vincente ma non le nascondo che il nostro è stato quasi stalking, per questo abbiamo utilizzato come logo un pirata che assalta una nave (ride): è stato un abbordaggio su più fronti».

Sanità esclusa, «ancora impenetrabile», oggi la Regione Sardegna compra tutto, o quasi, verde: il 92% nel 2016. «Siamo riusciti a compiere un piccolo miracolo, e voglio ricordare che era tutto su base volontaria», sottolinea Cocco con orgoglio, annunciando l’imminente arrivo del nuovo Piano regionale di acquisti pubblici ecologici, che «deve soltanto andare in giunta per l’approvazione», con nuovi obiettivi, «sfidanti ma non irraggiungibili», affidati a veri monitoraggi, «perché non si gestisce ciò che non si misura». Accanto alla sanità, il settore edile è quello più delicato: «Il nodo da sciogliere è come incidere sugli appalti pubblici: inserire criteri di premialità nei bandi, come abbiamo fatto noi e come fanno altre Regioni, è utile in questa fase ma non risolutivo. Una strada potrebbe essere quella di lavorare a un prezzario regionale per tutte le categorie dell’edilizia». Alzare troppo l’asticella dei Cam in questo settore, sostiene il dirigente regionale, rischia di mandare deserti gli appalti. «I primi anni saranno difficili, pian piano andrà meglio. Il mio sogno è passare dal green public procurement al green procurement. Il privato va coinvolto sempre di più e va sensibilizzato il consumatore: è lui che ha il potere».

Regioni in marcia

Esportare il modello sardo in continente è l’obiettivo del progetto Life “Gpp best”. Capofila è la Regione Basilicata, insieme alla stessa Sardegna, al Lazio, alla fondazione Ecosistemi e al ministero dell’Ambiente romeno, a riprova che per alcuni Paesi possiamo essere un modello. «Cerchiamo di porre in essere buone pratiche – spiega Vincenzo Telesca, dirigente del dipartimento lucano della stazione unica appaltante – Per questo abbiamo concentrato le tre funzioni cardine indicate dal legislatore in un solo soggetto pubblico: centrale di committenza, stazione unica appaltante e soggetto aggregatore. Parallelamente abbiamo aperto un dialogo con le imprese per accompagnarle in questa fase di cambiamento. All’inizio hanno visto le nuove regole come un peso, quelle che non avevano nessuna certificazione ambientale si sentivano escluse». Per Telesca sarebbe utile avere una sorta di vademecum, qualcosa che abitui gli operatori economici ai Cam senza impedirgli di partecipare alle gare. «Servirebbero – precisa – due disciplinari tipo: uno per partecipare, l’altro per accedere ai premi. L’unico soggetto che potrebbe calarli dall’alto è l’Anac (Autorità nazionale anticorruzione, ndr)».

I Cam da soli non bastano, se le Regioni non li affiancano con i piani d’azione previsti dalla normativa. Quelle che lo hanno fatto finora sono soltanto sei: Sardegna, Basilicata, Lazio, Puglia, Emilia Romagna e Veneto. In dirittura d’arrivo anche quello del Friuli-Venezia Giulia. «È un percorso che abbiamo avviato lo scorso anno (2016, ndr) – puntualizza Sara Vito, assessore regionale all’Ambiente – Volevamo dedicare attenzione all’ascolto del territorio, così abbiamo organizzato numerosi incontri con gli amministratori locali e le imprese. Il Friuli crede fortemente nel green public procurement, e le imprese devono capire che la sensibilità in termini ambientali è un valore aggiunto».

Per Patrizia Bianconi, referente per gli acquisti verdi della Regione Emilia Romagna, «le imprese hanno ben chiaro che per loro si tratta di un’opportunità, non di un peso, e sono decisamente più pronte della Pubblica amministrazione. Come Regione promuoviamo gli acquisti verdi dal 2009, in questi anni però la formazione ha dato risultati modesti. La situazione è cambiata negli ultimi mesi con il nuovo Codice appalti. Ora il tema del Gpp è abbastanza conosciuto e la formazione mirata, rivolta a chi davvero fa gli acquisti. Ci stiamo concentrando verso chi gestisce i fondi strutturali dell’Unione Europea. Dallo scorso settembre è obbligatorio indicare se l’acquisto è verde oppure no e per verificare che tutti i funzionari lo stiano facendo abbiamo fatto partire un monitoraggio interno».

Nuovi mercati ecosolidali

L’accelerazione verso gli “appalti verdi” sta già creando nuove opportunità di mercato, come racconta Antonio Bianco, presidente dell’ente di certificazione Abicert: «Cominciano ad esserci i primi bandi con questi sistemi, sempre più aziende ci chiamano per chiederci di verificare se quello che producono rispetta i Cam e per testare la performance del materiale che contiene il riciclato. Il nuovo Codice è stato una rivoluzione per il sistema degli appalti, per l’ingresso dei materiali di recupero e perché con l’introduzione dell’offerta economicamente più vantaggiosa la filiera esce finalmente dalla spirale perversa del massimo ribasso». Bianco è un fiume in piena, dopo anni di crisi del settore vede nelle nuove regole la conferma di aver fatto la scelta giusta nel 2004, quando Abicert ha cominciato la sua attività. «È una liberazione per l’intero settore. Chi usa la testa, e vuole fare bene, ha grandi chance. Dobbiamo mettere in moto un’economia circolare del pensiero e della progettualità».

Un’altra novità riguarda i “criteri sociali”. Comparsi per la prima volta nel decreto del ministero dell’Ambiente con il quale sono stati adottati i Cam relativi all’acquisto di prodotti tessili. E che introducono criteri relativi alle condizioni di lavoro e ai diritti umani lungo le catene di fornitura. «Il concetto di appalti socialmente responsabili trova forma nel 2011, quando la Commissione europea pubblica “Acquisti sociali. Una guida alla considerazione degli aspetti sociali negli appalti pubblici”, in fase di revisione proprio in queste settimane» spiega Simone Ricotta, che si occupa di appalti sostenibili per Arpa Toscana e fa parte dell’organo tecnico coordinato dal ministero dell’Ambiente che definisce i Cam. «Ancora nel 2011 – riprende – il Consiglio diritti umani dell’Onu ha adottato all’unanimità i “Principi guida su imprese e diritti umani”, dov’è scritto che gli Stati dovrebbero pretendere il rispetto dei diritti umani da parte delle imprese con cui concludono transazioni commerciali. Con gli appalti pubblici si deve lavorare anche per il rispetto dei diritti umani e le condizioni di lavoro lungo le catene di fornitura globali, non solo per gli aspetti ambientali. In futuro le stazioni appaltanti dovranno chiedere al loro fornitore di monitorare l’intera catena. Si può fare. In Svezia, Norvegia e Regno Unito già è così». Da noi ancora no, ma potrebbe essere l’ultima sorpresa di questa “rivoluzione” inaspettata.