Api in sala operatoria

L’Università di Newcastle ha messo a punto le prime reti chirurgiche realizzate con il prezioso miele di Manuka. Per prevenire le infezioni batteriche post intervento / DAL MENSILE DI MAGGIO / 20 maggio, Giornata mondiale delle api / Giornata mondiale delle api, gli incontri online

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In tutto il mondo si cerca un modo per salvare le api, sempre più a rischio. Loro intanto, inconsapevolmente, hanno trovato un modo per salvare noi. Il come è tanto intuibile quanto sorprendente: producendo miele. Può sembrare un’assurdità, ma un nuovo studio dell’Università di Newcastle pubblicato sulla rivista Frontiers in Bioengineering and Biotechnology ha messo a punto le prime reti chirurgiche arricchite con il prezioso miele di Manuka, che aiutano la ripresa dei pazienti nella fase che segue un’operazione.

In generale, le reti chirurgiche si utilizzano per facilitare la guarigione dei tessuti interni del corpo umano a seguito di ustioni o di interventi importanti, come il prolasso pelvico, la laparoplastica o l’ernia inguinale. Spesso, però, provocano infezioni batteriche inarrestabili, che peggiorano le condizioni di salute dei pazienti già debilitati, mettendone a rischio la guarigione. Le reti al miele, invece, sono dispositivi speciali di ultima generazione, con forte potere antimicrobico, efficaci nel prevenire la creazione dello strato batterico (biofilm), che si forma sulle reti chirurgiche tradizionali.

Le infezioni batteriche dei tessuti molli sono molto comuni in medicina e comprendono una varietà di condizioni patologiche che coinvolgono la pelle e il tessuto sottocutaneo, muscoli compresi. Per contrastarle, sono sempre state utilizzate reti imbevute di antibiotici o anche solo antibiotici somministrati al paziente per via esterna. Tuttavia, diversi inconvenienti associati al loro impiego, come l’antibiotico-resistenza, hanno stimolato la ricerca di soluzioni alternative. La comunità scientifica internazionale suggerisce da tempo la necessità di inibire la crescita dei batteri nella fase iniziale del biofilm, impedendo così del tutto l’insorgenza dell’infezione.

Sebbene però le innovazioni nanotecnologiche rappresentino la frontiera più promettente per ridurre i rischi della chirurgia, in questo caso la svolta decisiva è arrivata dai rimedi tradizionali.

Nella medicina popolare maori, originaria di Australia e Nuova Zelanda, zone oggi a forte rischio di deforestazione causa incendi, il miele di Manuka è usato fin dall’antichità per la sua azione antinfiammatoria e decongestionante. Prende il nome dalla pianta Leptospermum scoparium, o Manuka, un arbusto simile al mirto, endemico in quelle isole oceaniche, di cui vengono anche estratti gli oli essenziali e masticate le foglie per combattere l’insonnia. I fiori di Manuka sono piccoli e attraenti, di colore bianco, rosso o rosa, tutti ricchi di polline sostanzioso, il più gradito dalle api (Apis mellifera).

Soltanto alla fine del XIX secolo, però, i ricercatori sono riusciti a dimostrare scientificamente le sue proprietà antibatteriche naturali. Il miele di Manuka, infatti, contiene vari fattori antimicrobici, tra cui il perossido di idrogeno, più conosciuto con il nome di acqua ossigenata, e grandi quantità di metilgliossale (Mg), un componente unico e caratteristico che funge da agente antibatterico supplementare. Il numero crescente di dati a sostegno dell’efficacia degli agenti antibiotici naturali ha incoraggiato i ricercatori a sperimentare questo specifico miele come trattamento per le ferite chirurgiche, dimostrando che può ridurre il tasso di infezioni sui biomateriali, promuovere la migrazione dei fibroblasti e la deposizione del collagene. Può inoltre migliorare la rigenerazione dei tessuti e accelerare la guarigione del sito circostante. Concentrazioni eccessive di miele, o un suo rilascio incontrollato nel tempo, provocherebbero però degli effetti citotossici indesiderati.

Le reti chirurgiche al miele sono prodotte dai ricercatori con la tecnologia chiamata “elettrospinning”, quella più economica ed efficace per fare membrane porose da biopolimeri. “Dopo il processo produttivo, la membrana ottenuta viene immersa in diverse soluzioni, fra cui quella di miele di Manuka – spiega Elena Mancuso della Ulster University, primo autore della ricerca – Alla fine si ottiene una struttura a 16 strati con carica elettrica alternata che, oltre a sostenere i tessuti, rilascia molecole dal potere antibatterico che contrastano lo sviluppo delle infezioni” . La differenza di carica fa sì che il miele rilasci le sue molecole in modo controllato, per un periodo di circa due o tre settimane.

Il vantaggio principale di questo approccio è la quantità relativamente piccola di miele rilasciato, ottimizzata per ottenere un risultato terapeutico, prevenendo sia la resistenza batterica che gli effetti collaterali. Per ora le rete chirurgiche sono state testate in vitro su diversi modelli di sistemi cellulari dando sempre ottimi risultati: le infezioni più comuni, quelle cioè causate dalle specie batteriche Staphylococcus aureus, Staphylococcus epidermidis, Escherichia coli e Pseudomonas aeruginosa sono state tutte bloccate prima dell’insorgenza. Un risultato significativo, nonché un valido motivo per apprezzare ancora di più il lavoro incessante delle piccole api bottinatrici.

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