#WeAreIndigenous, le comunità indigene al centro del mondo

Musica, cinema, letteratura, arti plastiche. Senza svendere la propria identità. Gli indigeni di ogni angolo del Pianeta protagonisti dell’Anno internazionale indetto dall’Onu

Di Alessandro Michelucci*

Il 2019 è l’Anno internazionale delle lingue indigene. Un’iniziativa, indetta dall’Onu, destinata a passare sotto silenzio in Italia, dove non esistono popoli indigeni e il disinteresse per questo argomento è molto radicato. Inoltre, sembra che nel nostro Paese non siano previste iniziative sul tema. In ogni caso, gli “anni internazionali” dedicati a varie questioni di rilievo sociale o scientifico vengono in genere accolti con apatia, se non addirittura ignorati. Noi vorremmo però che questa ricorrenza fosse l’occasione per una riflessione più ampia, con la quale aggiornare idee ormai superate sulle lingue indigene e, più in generale, sulle relative culture. 

Siamo sinceri. Nonostante ciò che si dice e si scrive sulla società multiculturale, molti pensano che lingue come il sami (lappone), il lakota e il maori rivestano un’importanza marginale e che siano destinate a soccombere davanti alle sfide globali della modernità. In realtà sta accadendo l’inverso: è proprio l’impatto della globalizzazione che ha innescato un nuovo interesse per questi idiomi. Lo dimostra il numero crescente di iniziative realizzate in ogni parte del mondo: articoli, convegni, libri, siti. Non si tratta soltanto di un interesse accademico, che come tale resterebbe ignoto all’uomo “della strada”. Al contrario, le lingue indigene vengono utilizzate nel cinema, nella letteratura, nella musica. Di conseguenza, molte espressioni culturali dei popoli indigeni sono uscite dalla marginalità per guadagnarsi un certo seguito.

Dall’Artico al Sahara

Alcuni ricorderanno che le Olimpiadi invernali del 1994, svoltesi a Lillehammer (Norvegia), furono inaugurate da un artista sami vestito di bianco e rosso che cantava un brano tradizionale della sua terra. Era Nils-Aslak Valkeapää (1943-2001), musicista, poeta e pittore, ma anche strenuo difensore dei diritti dei popoli indigeni. Fu uno dei primi a capire che questo tema doveva essere trattato a livello internazionale coinvolgendo i popoli autoctoni di tutto il mondo. Più nota al grande pubblico è Mari Boine, cantante sami scoperta da Peter Gabriel nel 1990, quando l’ex cantante dei Genesis aveva appena fondato l’etichetta Real World. Fu questa a pubblicare il primo album della cantante, Gula gula. Successivamente Mari Boine ha costruito un percorso artistico interessante, collaborando con musicisti molto diversi. Uno di questi è il celebre sassofonista norvegese Jan Garbarek, insieme al quale ha composto “Evening Land”, il lungo brano che chiude Visible world (Ecm, 1996).

Dall’Australia arriva invece la voce intensa di Geoffrey Gurrumul, scomparso nel 2017 a soli 46 anni. Cieco dalla nascita, l’artista yolngu suonava la chitarra, le tastiere, la batteria e il didgeridoo, il tipico strumento ricavato da un tronco d’albero. Dopo aver suonato in due importanti gruppi rock aborigeni, Yothu Yindi e successivamente Saltwater band, Gurrumul optò per la carriera solista, cantando in inglese e in varie lingue indigene. Col suo secondo disco, Rrakala (2011), si impose a livello mondiale: era la prima volta che un musicista aborigeno raggiungeva una fama di queste dimensioni. Ma il fenomeno che più di ogni altro ha assunto un rilievo planetario è quello della musica tuareg, il cosiddetto “blues del deserto”, incarnato da gruppi come Tinariwen e Tartit e da solisti come Bombino. Una musica robusta, rabbiosa. Ruvida come la sabbia nella quale nasce.

Popoli & pop corn

Quante persone andrebbero a vedere un film in lingua inuit (eschimese) che dura 3 ore con sottotitoli nella propria lingua? Pochissime, si direbbe. Eppure un film di questa natura ha ottenuto i riconoscimenti più prestigiosi: non solo è stato premiato al Festival di Cannes nel 2001, ma anche in tante altre manifestazioni analoghe, da Edimburgo a Toronto, da Gent a San Diego. Stiamo parlando di Atanarjuat, interamente realizzato da inuit, in maggioranza non professionisti. Diretto da Zacharias Kunuk, un regista con una lunga esperienza, Atanarjuat è stato girato a Igloolik, nel Nunavut, la provincia del Canada subartico abitata in prevalenza da inuit. Il lungometraggio è stato diffuso in vari Stati europei, dove ha ottenuto un notevole successo. Non nel nostro Paese, purtroppo, anche se era stato acquistato da un distributore italiano. Ancora più insolita, se possibile, è l’ambientazione di The Orator (2011), diretto dal samoano Tusi Tamasese, premiato al Festival di Venezia. Il cinema, come si sa, attinge spesso alla letteratura. È il caso del film La generazione rubata (2002), che racconta la tragedia degli stolen children, i piccoli aborigeni australiani strappati alle loro famiglie nel secolo scorso per “farne dei bianchi”. Il soggetto è tratto dal libro della scrittrice aborigena Doris Pilkington Garimara Rabbit-proof Fence, pubblicato in Italia col titolo Barriera per conigli (Giano, 2004). 

Maestri del colore

In campo artistico spicca l’arte aborigena dell’Australia, ormai oggetto di interesse consolidato. Lo attestano soprattutto le mostre, prime fra tutte quelle che Rebecca Hossack organizza nella sua galleria londinese. Dal 2001 al 2017, Utrecht ha ospitato un bel museo interamente dedicato all’arte aborigena, che purtroppo ha dovuto chiudere i battenti per mancanza di fondi. Il crescente interesse per le arti plastiche è comunque confermato dalla Biennale di Venezia, che da molti anni ospita regolarmente le opere di artisti amerindiani, inuit, mapuche e altri popoli autoctoni. Alla prossima edizione (11 maggio-24 novembre) sarà presente, fra gli altri, il collettivo Isuma, guidato dal regista Zacharias Kunuk.

Cinema, letteratura, arti plastiche… molte comunità indigene hanno dimostrato di sapersi confrontare con la modernità senza dover rinunciare alla propria identità. Questo fermento è la chiave moderna attraverso cui trovano espressione le rivendicazioni culturali di molti popoli non riconosciuti.

* direttore della rivista telematica “La causa dei popoli”

Articolo tratto dal mensile La Nuova Ecologia marzo 2019