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Anamei: il documentario che racconta l’ecologia integrale degli indigeni Harakbut

L’intervista al regista Alessandro Galassi che, nel suo film, unisce la difesa dell’ambiente nell’Amazzonia peruviana alla salvaguardia del pianeta intero. Ispirato anche dalle parole di Papa Francesco

Una leggenda della popolazione indigena degli Harakbut, nell’Amazzonia peruviana, racconta che in un tempo remoto un grande incendio colpì una foresta. È allora che l’albero Anamei si sollevò da terra per salvare le specie: non accolse tutti però, i “non giusti” vennero buttati giù. Questo mito è il filo conduttore del documentario di Alessandro Galassi, che in quest’ultima opera tiene insieme l’Amazzonia e l’Occidente, lo sfruttamento degli indigeni nelle miniere illegali d’oro e la pandemia. Un lavoro corposo, che parla con linguaggio emozionale ed emozionato dell’interconnessione fra uomo e ambiente, di ecologia integrale. Un progetto che ha preso il via con il Sinodo a Roma, a ottobre 2019.

Perché ha scelto di partire dal Sinodo, c’era un interesse personale?
Non mi occupo di Vaticano né di ambiente. Non sono temi che ho studiato, di cui mi sono occupato in passato. Mi sono occupato di temi sociali però e parto dall’esperienza del Sinodo, da quello che ho sentito lì. Sicuramente l’interesse è scaturito dal tema dell’ecologia integrale, dal fatto che non debba esserci distinzione tra crisi sociale ed ecologica. Le due cose non sono scisse, todo està interconectado. Sono sempre stato testimone di pensieri che tendevano a dividere l’uomo dall’ambiente, come se l’ambiente fosse qualcosa di estraneo all’uomo. Seguendo il Sinodo mi ha affascinato il tema dell’interconnessione, il fatto che tutto sia connesso. La figura del Papa è fortissima per quello che rappresenta spiritualmente e politicamente, è il capo della Chiesa cattolica, ma io ho cercato di non soffermarmi sul messaggero per concentrarmi sul messaggio.

Da Roma si è trasferito in Perù. Perché ha scelto l’Amazzonia peruviana e non quella brasiliana?
Gran parte dell’Amazzonia è in Brasile, il 68%, più o meno. Ho scelto l’Amazzonia peruviana perché tutto il mio percorso narrativo ha preso il via dal Sinodo, che proprio dal Perù era partito simbolicamente a gennaio 2018. Mi è sembrato naturale andare nell’Amazzonia peruviana, a Maldonado, nella regione Madre de Dios.

Come ha incrociato la storia di Anamei?
Ho incontrato Anamei grazie a Yesica, a febbraio 2020. L’avevo già conosciuta a Roma durante il Sinodo. In quei giorni gli indigeni dell’Amazzonia arrivavano in sala stampa in gruppo, usati spesso dalla stampa come simboli, più per il “pennacchio” che per altro. Non perché i giornalisti siano “brutti e cattivi”, purtroppo è il contesto a svuotare di senso ogni cosa: una conferenza stampa, tanti giornalisti, un meccanismo occidentale. Yesica mi ha poi raccontato che quei giorni erano stati molto belli, perché stava conoscendo Roma, ma anche difficilissimi: non riusciva a capire il caos, il traffico, la velocità e a un certo punto non riusciva più a stare lì, com’è normale che sia. L’ho conosciuta a Roma, l’ho ritrovata a Puerto Maldonado, la capitale di Madre de Dios. Lì c’è stata la prima intervista. Quando uno cerca di raccontare qualcosa parte con un’idea, arriva nel posto, incontra le persone… Non sapevo ancora che sarebbe diventata la protagonista assoluta, il filo conduttore. La storia di Anamei me l’ha raccontata già nella prima intervista. Dopo la visita del Papa, Yesica ha cominciato a trascrivere tutte le leggende e i miti del popolo Harakbut. Essendo un’insegnante bilingue, che parla cioè sia la lingua harakbut che lo spagnolo, ha voluto custodire la memoria dei racconti orali. La prima volta che mi ha raccontato il mito non l’avevo capito bene. Poi l’ho riascoltato e me lo sono fatto spiegare una seconda volta: lì ho capito la potenza della storia. La forza del documentario è in questo scheletro narrativo che ho scelto nella fase di montaggio.

“Anamei” è un documentario che ne contiene in sé tanti altri: fili che si intrecciano, storie comunicanti. Com’è arrivato alle miniere illegali d’oro in Perù?
Non era mia intenzione. Semplicemente, una volta arrivato in Perù per il documentario, comincio a vivere in un villaggio della comunità Harakbut. Sono stati gli abitanti a dirmi che nelle vicinanze c’era una miniera illegale. Così sono andato a vedere. L’estrazione illegale d’oro in quelle zone è cominciata a inizio Duemila, quando nasce l’autostrada che divide l’Amazzonia, congiungendo il Perù al Brasile. Da lì l’arrivo della migrazione interna e l’inizio delle miniere illegali: l’oro si è sempre estratto, ma per fini locali, poi è diventato un grande business. Le miniere illegali hanno ingoiato oltre 50.000 ettari di foresta, trasformando gran parte della Riserva della Tampobata in una landa di terra rossa. Insieme agli alberi, l’oro divora le vite di centinaia di migliaia di donne e di uomini, ostaggio di un lavoro pagato pochi soldi e della prostituzione. Madre de dios è la metafora concreta di quanto la crisi ambientale e quella sociale siano intimamente collegate.

C’è un passaggio in cui si narra anche l’arrivo della pandemia. Prima in Italia e poi nel mondo.
Quando scoppia la pandemia io sono in Sudamerica, dove sono rimasto per quattro mesi a lavorare sul documentario e non solo. All’inizio l’emergenza Coronavirus lì era vissuta come qualcosa che stava accadendo in Italia e basta. Con il passare dei mesi diviene emergenza mondiale. Riesco a tornare ad aprile, quando l’Italia era nel pieno del lockdown. In quel periodo il documentario mi ha salvato, immergendomi nel lavoro sono riuscito ad astrarmi, ad andare in un altro mondo.
Riguardando tutto il materiale, ho capito ancora di più la potenza del mito di Anamei. E Yesica che si è fatta carico di tramandare questa storia, scrivendo il libro, raccontandolo a tutti. In quel periodo, a Pasqua, c’è stata anche l’omelia in cui Papa Francesco ha raccontato di un’umanità fragile, che divide la medesima barca. La nostra è una zattera fragile, ma c’è ancora possibilità di salvezza.

A fare da epilogo al documentario c’è un pezzo rap in cui un giovane indios racconta la pandemia e l’importanza di proteggere le popolazioni indigene e tutto il pianeta. Chi è e come l’ha trovato?
Si chiama Eler Gabriel Rojas, ma si fa chiamare Gasel, “Gabriel of the Jungle”. L’ho trovato in rete. La canzone, Ante el Covid, è stata finanziata dall’associazione Amazonia 2.0. L’ho contattato per chiedergli i diritti e ho scoperto che lui, pur non essendo dello stesso popolo, è della stessa regione dell’Amazzonia peruviana, Madre de dios. È stato un incontro incredibile: tutto succede, tutto si deve incastrare in qualche modo. La canzone parla anche di questo. Era il finale perfetto.

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Elisabetta Galgani
Elisabetta Galgani è una giornalista professionista, da anni si occupa di ambiente, cultura e questioni di genere. Dal 2003 è redattrice alla rivista e al quotidiano online de La Nuova Ecologia. Ha collaborato tra gli altri con Left-Avvenimenti e Paese sera e come autrice a Raitre e Raisat ragazzi. Presidente dell’associazione culturale Marmorata169, si occupa di comunicazione culturale e, per passione, di cinema.

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