Amnesty: “Fermiamo l’erosione dei diritti umani”

Dalle vendita delle bombe all’Arabia Saudita che colpiscono i civili nello Yemen, al codice identificativo delle forze di polizia. Lo sguardo di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia, sull’arretramento dei diritti in questo inizio millennio. A 58 anni dalla fondazione dell’organizzazione e settant’anni dopo l’emanazione della Dichiarazione universale dei diritti umani Intervista di MARIA LAURA LAURETTI

Manifestazione Di Amnesty International Contro Le Detenzioni In Turchia

Parlare al telefono con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia dal 1980, è rassicurante e nel corso della conversazione si ha l’impressione (a tratti la certezza) che dall’altra parte della cornetta ci sia una persona eccezionalmente impegnata nella tutela del più importante dei diritti, quello a difesa dell’uomo. Profilo basso di chi preferisce essere concreto nell’utilizzo delle parole, Noury non scade mai nell’autoreferenziale, anche quando si parla del compleanno di Amnesty per le 58 candeline appena spente dall’organizzazione non governativa che si batte nel mondo per la difesa e il rispetto dei diritti umani.

Un compleanno importante, certo, che arriva a pochi mesi di distanza da un altro importante momento che va ricordato, quello per i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani emanata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Da lì inizia il nostro percorso con l’obiettivo, che è sempre bene ricordare, di evitare il ripetersi delle atrocità commesse durante il secondo conflitto mondiale”.

Oggi in quale scenario mondiale si muove Amnesty?
Se da un lato c’è una maggiore coscienza e mobilitazione – favorite dallo sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione – la verità è che in molte parti del mondo alcuni di quei diritti sanciti nel ’48 continuano ad essere negati – il diritto al lavoro, ad avere un alloggio, alla sanità e allo studio – e anche in quei Paesi dove invece questi sono garantiti si combatte con le erosioni dei diritti di prima generazione, che sono quelli politici e civili. Basta pensare ai conflitti dovuti alle crisi, quelli che riguardano i rifugiati; beh, il quadro, sotto questo aspetto è piuttosto tetro.

La difesa dei diritti umani e civili è più facile o più difficile rispetto al passato?
Bisogna fare delle precisazioni. Se parliamo di comunicazione chiaramente i nuovi mezzi tecnologici hanno aiutato moltissimo nei dialoghi e permettono di avere un’idea anticipata di quello che accade nel mondo. Resta il fatto, però, che non ci sono soluzioni per le questioni più urgenti. In particolare quella dell’erosione dei diritti che sono stati conquistati a fatica, anche nel nostro continente.

foto di Riccardo NouryDiamo uno sguardo all’Italia: la vicenda del pestaggio del giornalista di Repubblica Stefano Origone ha riaperto un tema che ha riportato l’opinione pubblica indietro nel tempo, ancora una volta nella città di Genova. Che clima viviamo in questo momento nel nostro Paese?
Il clima è preoccupante. In questi giorni sono a Genova per un’iniziativa di Amnesty nel corso della quale abbiamo espresso piena solidarietà al collega Origone. Un’occasione per ribadire, come avevamo già fatto, la necessità di risolvere casi del genere attraverso la richiesta di codici di identificazione per le forze di polizia. Purtroppo 18 anni dopo i fatti di Genova siamo ancora a questo punto e non solo le nostre richieste non vengono accolte, ma il clima è sempre più infuocato. Così è difficile muoversi in quegli spazi garantiti nella Costituzione; lo abbiamo visto anche nella campagna elettorale appena conclusa, con un uso eccessivo dell’utilizzo delle forze di polizia e un linguaggio aspro utilizzato dalle istituzioni. Quel “noi contro loro” che inevitabilmente si rivela nelle piazze.

 Vi state occupando molto del trasporto di bombe e armamenti con particolare attenzione ai porti liguri. Nei vostri appelli parlate di nuove minacce per il Paese e invitate il Governo a mantenere un alto livello di guardia. Quali rischi stiamo correndo? E come dovrebbero muoversi i governanti?
Sì, l’attenzione sui porti, quelli liguri e anche quelli sardi, in questo momento da parte nostra è alta. Con le iniziative di questi giorni con Amnesty abbiamo cercato di mettere in piedi una sorta di ‘antenna’ un sistema di rete con i lavoratori e tutti i protagonisti che si muovono intorno alla questione che da anni coinvolge l’Italia perché è da noi che vengono caricate le bombe della RWM Italia destinate alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Le navi-cargo percorrono più o meno la stessa rotta dai porti canadesi e statunitensi – dove imbarcano sistemi militari e armamenti – a quelli britannici e nel Mediterraneo. Il monitoraggio è necessario per evitare che vengano caricati su queste navi sistemi militari e armamenti che possono venire utilizzati dalle forze armate dell’Arabia Saudita e degli Emirati nel conflitto in Yemen. Il problema è storico e riguarda la fornitura di armamenti fabbricati in Italia, in Sardegna, dove c’è la filiale della casa madre tedesca, che produce e invia tramite autorizzazione del governo italiano. In Francia, per esempio, la società civile ha impedito di farlo; la settimana scorsa siamo riusciti a fare lo stesso a Genova, però il traffico in mare sta diventando troppo intenso. L’Italia deve impedire che nelle sue acque circolino queste navi e che nei porti si possano fare questo genere di rifornimenti. Perché è chiaro che i rischi non sono materiali, che una nave attracchi non è pericoloso; ma lasciare che un paese in guerra possa usare bombe per uccidere civili è prima di tutto una violazione al trattato nazionale sul commercio delle armi e alla Costituzione.

Tra pochi giorni sarà ricordato in tutto il mondo il massacro di piazza Tiananmen. A 30 anni da quei tragici momenti, però, la commemorazione delle vittime resta un tabù proprio in Cina, dove si svolsero quei fatti. La censura è totale, vero? Qual è l’impegno di Amnesty?
Purtroppo da anni ci troviamo nella stessa situazione. Con l’assurdo conflitto di non poter commemorare le vittime del massacro proprio lì dove è avvenuto. Oggi in Cina chiunque voglia ricordare, commemorare, provare a riconoscere responsabilità non solo subisce censure, ma può essere arrestato o esiliato dal Paese. Il nostro impegno continua, quindi, verso il riconoscimento istituzionale di quei tragici fatti di 30 anni fa, prima di tutto a difesa di quegli uomini che all’interno dei confini cinesi stanno lottando e rischiando la libertà. Di certo non si potrà arrivare alla meta attraverso iniziative che pongano la Cina partner privilegiato in chiave commerciale, ma solo continuando a raccontare quei momenti tenendo sempre alto il ricordo delle vittime.