Amazzonia, la foresta in ostaggio

A fine agosto in Brasile si contavano 42.000 incendi, l’80% in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Identica la sorte della foresta in Bolivia, Perù e Guyana. E la stagione del fuoco è soltanto agli inizi. Nel frattempo Bolsonaro lavora per liberare il Paese da indigeni, ambientalisti e organismi governativi “scomodi” / Il Sinodo sull’Amazzonia / Alvaro Ramazzini, il cardinale degli indigeni / Sul mensile di ottobre lo speciale Amazzonia: “il nemico della foresta” >> Acquista una copia/Abbonati

Amazzonia incendi

Il 27 agosto, in piena emergenza globale per gli incendi che stanno divorando la foresta amazzonica, la commissione Costituzione e giustizia della Camera dei deputati brasiliana ha dato l’avvio a una riforma costituzionale per aprire anche le riserve indigene allo sfruttamento commerciale su larga scala. Il provvedimento, che per divenire effettivo deve ancora passare al vaglio di altre commissioni governative e ottenere l’approvazione del Senato, consentirebbe alle comunità indigene di disporre “in forma diretta e autonoma” delle riserve che gli sono state finora assegnate in usufrutto esclusivo dallo Stato. Dietro alla retorica del legislatore si nasconde l’intenzione di mettere sul mercato anche quei 47 milioni di ettari di foresta finora custoditi dai nativi amazzonici e dal loro modello socioeconomico tradizionale, basato sull’estrazione dei prodotti naturali della foresta – la borracha (la gomma naturale), le castanhas (le noci brasiliane), l’immensa varietà di frutta e piante medicinali – e su un’agricoltura e un allevamento praticati su piccole aree disboscate a rotazione. Il provvedimento sostituirebbe infatti il sistema basato sull’usufrutto con un regime di proprietà privata. Con il pretesto di dare a chi vive nelle riserve il diritto di utilizzare la propria terra come preferisce, il governo di Jair Bolsonaro punta in realtà a favorirne l’appropriazione da parte delle grandi imprese minerarie e agroindustriali, pronte a far leva sull’avidità di quei gruppi di indigeni disposti ad alienare per qualche spiccio il proprio “diritto”.

Se questa riforma costituzionale entrasse in vigore sarebbe la pietra tombale per la foresta amazzonica. Il Brasile ne ospita due terzi e consentendo il disboscamento massiccio anche delle riserve indigene spingerebbe in breve il bioma amazzonico oltre quello che gli scienziati Thomas Lovejoy e Carlos Nobre, in uno studio pubblicato a febbraio su Science Advances, hanno definito il “punto di inflessione”: se la deforestazione, che oggi ha già cancellato il 19% della copertura originaria, raggiungesse un valore fra il 20% e il 25%, la trasformazione dell’Amazzonia in una regione di vegetazione bassa e rada simile alla steppa sarebbe irreversibile, anche se in seguito non venisse tagliato più un solo albero. Uno scenario apocalittico, che la miopia dell’uomo rende ogni anno più probabile.

Nel 2019, secondo le rilevazioni satellitari rese pubbliche dall’Inpe (l’Istituto brasiliano di ricerche spaziali), alla fine di agosto nell’Amazzonia brasiliana si contavano già 42.000 incendi, circa l’80% in più di quelli registrati nello stesso periodo dell’anno precedente. Un aumento comune alla foresta amazzonica della Bolivia (oltre 17.000 incendi, più del doppio del 2018), del Perù (oltre 6.000 incendi, più del doppio del 2018) e della Guyana (quasi 3 volte quelli del 2018). E il peggio deve ancora venire: la “stagione del fuoco”, come viene chiamato il periodo in cui si approfitta delle scarse piogge per “ripulire” con le fiamme nuove porzioni di foresta già disboscate illegalmente dai commercianti di legname, è soltanto agli inizi. Gli incendi si intensificano di solito a settembre, quando in media (2001-2018) sono il 50% in più di quelli che si registrano ad agosto, per continuare poi in egual numero fino alla fine dell’anno. È ancora presto, dunque, per contare i danni provocati nel 2019. Per farlo si dovrà attendere che si diradi il fumo che oggi copre buona parte dell’Amazzonia e che si è spinto fino alla costa atlantica, causando il ricovero di centinaia di migliaia di persone con problemi respiratori.

Amazzonia

Finora, sempre secondo i dati pubblicati dall’Inpe, la deforestazione è oltre il doppio dell’anno passato. A luglio, il mese in cui comincia la “stagione del fuoco”, è stata quasi quattro volte superiore: 225.000 ettari contro i 59.600 ettari del 2018. Ad agosto, invece, oltre il triplo: 170.000 contro 52.600. E i dieci municipi dell’Amazzonia brasiliana dove si registra il maggior numero di incendi sono proprio quelli in cui la deforestazione è cresciuta di più: quattro si trovano nello Stato del Parà (Altamira con 1.630 incendi e 300 km2 deforestati, Sao Felix do Xingu con 1.202 e 219, Novo Progresso con 1.170 e 68, Itaituba con 611 e 68), tre in quello di Amazonas (Apuì con 1.754 e 151, Labrea con 1.170 e 200, Novo Aripuana con 665 e 122), cui si aggiungono la capitale del Rondonia (Porto Velho con 1.570 e 184), il più grande municipio del Roraima (Carcaraì con 1.380 e 16) e il municipio del Mato Grosso, al confine nord-occidentale con Rondonia e Amazonas (Colniza con 870 e 82). In totale, i dieci municipi contano oltre un terzo (37%) degli incendi e quasi la metà (43%) della deforestazione registrata fino a luglio. Una correlazione così stretta non ha precedenti e lascia intendere che gli incendi del 2019 siano quasi esclusivamente opera dell’uomo. Lo confermano anche le rilevazioni satellitari della Nasa, che mostrano la concentrazione delle fiamme nelle zone di frontiera agricola. Come era già avvenuto nel 2018, la stagione secca ha registrato finora precipitazioni maggiori della media stagionale. Ma se si facesse di colpo più arida – timore condiviso da molti climatologi – il fuoco si propagherebbe con maggior forza e l’anno in corso rischierebbe di registrare una deforestazione record.

Settimane di fuoco

Nel frattempo, come aveva promesso in campagna elettorale, il governo Bolsonaro continua a lavorare senza sosta per “liberare il Brasile dall’ambientalismo che lo soffoca”. Gli organismi governativi responsabili dei controlli ambientali vengono svuotati di risorse economiche e personale. Da quando Ricardo Salles è il nuovo ministro dell’Ambiente, la maggior parte degli uffici regionali dell’Ibama (l’Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili) non sono ancora stati riorganizzati, mentre le operazioni di contrasto ai crimini ambientali sono calate del 70% rispetto al 2018.

Il 5 agosto a Novo Progresso, municipio del Parà noto per il più alto tasso di crimini ambientali e di violenza di tutto il Brasile, la bancada ruralista (come viene chiamata la lobby agroindustriale) ha utilizzato il proprio giornale locale, la Folha de Novo Progresso, per convocare “La giornata del fuoco”: tutti coloro che avevano già provveduto al taglio illegale della legna e alla preparazione dei terreni sono stati invitati ad appiccare contemporaneamente gli incendi il successivo 10 agosto “per mostrare l’impegno e il sostegno al presidente Bolsonaro”. Secondo quanto ricostruito dalla rivista brasiliana Globo Rural, il procuratore locale Gustavo Zenaide avrebbe subito dato notizia al direttore regionale dell’Ibama, Roberto Abreu, della convocazione di una “manifestazione collettiva, che rischia di provocare gravi violazioni ambientali e impedire l’identificazione e la sanzione delle responsabilità individuali”. Ma nel 2019 l’Ibama a Novo Progresso non ha nemmeno potuto aprire il suo ufficio: il governatore del Parà eletto con Bolsonaro, Helder Barbalho, si è infatti rifiutato di garantire il consueto appoggio della polizia militare alle operazioni dell’Ibama sul territorio. Risultato? Il 10 agosto a Novo Progresso sono stati appiccati 120 incendi, record dell’anno, superato il giorno successivo con 203 incendi. Un “entusiasmo” che ha infiammato anche il limitrofo municipio di Altamira, dove gli incendi sono stati rispettivamente 194 (circa 8 volte la media dei giorni precedenti) e 237. Le indagini della polizia federale sono state avviate soltanto dopo la pubblicazione dell’inchiesta di Globo Rural.

Ma dove la deforestazione registra il maggior aumento di tutto il Brasile è in Acre, lo Stato dov’è nato, ha lottato ed è stato ammazzato Chico Mendes, il più famoso martire della foresta amazzonica. Dopo aver combattuto contro “l’eccesso dei vincoli ambientali e della fiscalizzazione dei relativi reati” e aver invitato i produttori agricoli e gli allevatori a “non pagare le multe, perché ora comando io”, il nuovo governatore eletto con Bolsonaro, Gladson Cameli, ad agosto ha dichiarato l’emergenza ambientale. «Da oltre due mesi – racconta a Nuova Ecologia Gumercindo Rodriguez, avvocato, scrittore e compagno di lotta di Chico – la capitale Rio Branco è avvolta in una nube di fumo denso. Più di 50mila persone sono in ospedale per disturbi respiratori. Quest’anno il taglio illegale degli alberi era cominciato con grande anticipo già in aprile. Senza uomini e mezzi, l’Ibama ha in pratica smesso di esistere».

Chiunque osi mettere in discussione il “progresso” promosso dal governo Bolsonaro è indicato come nemico della nazione. Per aver pubblicato i dati che mostrano l’aumento della deforestazione, Ricardo Galvao, ex direttore dell’Inpe, prima è stato accusato dal presidente di essere “un bugiardo al servizio di interessi stranieri”, poi è stato rimosso dal suo incarico per essere sostituito da un militare, Darcton Policarpo Damiao, che appena eletto si è impegnato a “sottoporre i dati soltanto al governo, che valuterà se e come renderli pubblici”.

Attacco alle ong

Di fronte alle immagini degli incendi che devastano l’Amazzonia, senza fornire alcuna prova, Bolsonaro ha indicato i responsabili nelle “organizzazioni non governative, che con me al governo stanno perdendo denaro”. Queste teorie cospiratorie non sono nuove. Sono gli stessi argomenti con cui la dittatura militare (1964-1985) sostenne l’occupazione violenta dell’Amazzonia negli anni Settanta: integrar pa nao entragar, integrare la foresta amazzonica nell’economia brasiliana per non consegnarla agli stranieri che con la scusa di proteggerla vogliono appropiarsene. Se la linea del governo Bolsonaro rimanda al regime dei generali, nei trent’anni trascorsi nel mezzo le politiche di sviluppo per l’Amazzonia hanno di rado mostrato una netta discontinuità. Fatta eccezione per i primi anni Novanta – quando grazie al sacrificio di Chico Mendes venne avviata l’istituzione delle “riserve estrattive”, il modello governativo di gestione ambientale che affida la difesa dell’ecosistema alle popolazioni di raccoglitori tradizionali, cui oggi sono assegnati circa 36 milioni di ettari in tutto il Brasile – e per i governi Lula (2003-2010), che in parte hanno provato a investire su quella visione, la politica brasiliana ha sempre favorito un modello economico basato sulla devastazione della foresta. Al momento di individuare la propria delfina, lo stesso Lula preferì Dilma Rousseff – ex ministra per le Miniere e l’energia, legata al mondo dell’industria tradizionale – a Marina Silva, ex ministra dell’Ambiente e compagna di Chico Mendes, che rappresentava la visione alternativa. Oltre a indebolire la legislazione ambientale e concedere un’amnistia per i crimini relativi, il governo Rousseff (2011-2016) ha promosso con forza progetti come la diga di Belo Monte sul fiume Xingu, nel Parà, che una volta completata sommergerà 40.000 ettari di foresta e prosciugherà 100 km del fiume.

Anche i progetti lungo il corso del Tapajos – 40 impianti idroelettrici, fra cui la diga di Sao Luiz, bloccati dall’Ibama subito prima che Dilma Rousseff fosse incriminata per corruzione e perdesse la presidenza – sono stati promossi dai governi del Pt (il Partito dei lavoratori, fondato nel 1980 anche da Lula). Oggi il governo Bolsonaro ha intenzione di riavviarli a ogni costo. Secondo alcuni documenti pubblicati da Open democracy, in una riunione privata a febbraio con la bancada ruralista del Parà, il presidente ha promesso di “lottare contro le pressioni internazionali in difesa dell’Amazzonia e far naufragare il progetto del corridoio ambientale AAA (Atlantico, Amazzonia, Ande, nda)”. Nel power point con cui illustrava i progetti del governo per la regione, oltre a quelli sul Tapajos c’era una serie di impianti idroelettrici sul fiume Trombetas (la regione comprende 17 riserve ambientali), un ponte sul Rio delle Amazzoni e il completamento della Br-163 fino al confine col Suriname. Proprio la Br-163, l’autostrada che attraversa il Brasile da nord a sud, rischia di diventare “il simbolo del futuro dell’Amazzonia”, come racconta Simon Romero, corrispondente brasiliano del New York Times dal 2011 al 2017: “La Br-163 è la principale arteria agricola del Paese e rende sfruttabili aree di foresta altrimenti inaccessibili. Per disboscarle alcuni coloni attendono periodi di forte nuvolosità o addirittura di piogge leggere, in modo che il fuoco appiccato non possa essere rilevato dai satelliti. Altri incendiano la foresta lanciando bombe molotov da piccoli aerei. Questo genere di azioni sono imbevute di orgoglio nazionalista. In municipi come Novo Progresso, gli agenti dell’Ibama sono vittime di minacce e violenze tali da poter lavorare solo se appoggiati da unità speciali di polizia. Come in una guerra, una rete di informatori al servizio dei coloni segnala i movimenti della polizia ambientale”.

Mercato complice

Dietro a un sistema socioeconomico che esalta la distruzione, c’è il mercato globale di cui più o meno tutti siamo complici. In Amazzonia un ettaro raso al suolo vale fra 100 e 200 volte di più di quando è ricoperto da alberi centenari. Questo paradosso affonda le radici nel commercio internazionale di carne bovina, soia e legname pregiato. Oggi il Brasile è il primo produttore mondiale di soia: 120 milioni di tonnellate all’anno, coltivate in buona parte su terreni sottratti all’Amazzonia e destinate a foraggiare gli allevamenti animali soprattutto in Cina (il 50%, una quantità destinata a una drastica impennata a causa della guerra tariffaria in atto con gli Stati Uniti, altro grande produttore mondiale) ma anche in Europa (12%, di cui circa 700.000 tonnellate dirette agli allevamenti italiani). Negli ultimi vent’anni il numero di vacche in Amazzonia è passato da 37 a 85 milioni: il Brasile in media vende 2 milioni di tonnellate di carne di manzo ogni anno (l’Italia con quasi 200 milioni di dollari è il primo importatore europeo). Se a parole l’Unione Europea condanna con forza la distruzione della foresta amazzonica, nei fatti la incoraggia: l’accordo firmato di recente con i Paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay) in cambio di un maggior accesso ai mercati sudamericani, favorisce l’importazione proprio di quei prodotti agricoli alla base della deforestazione, in particolare la carne di manzo (tre quarti dell’import Ue provengono dal Mercosur, la metà proprio dal Brasile). Il fotoreporter Sebastiao Salgado ha utilizzato le pagine della rivista Paris Match per fare un appello al governo francese affinché non ratifichi l’accordo: “una questione di sopravvivenza per l’intero pianeta”. Un boicottaggio europeo dei prodotti suddetti – in linea con le iniziative di Greenpeace che hanno portato alla moratoria sulla soia cominciata nel 2006 e approvata in modo definitivo a Brasilia nel 2016, o agli accordi del 2011 con i principali produttori di carne di manzo brasiliana per la tracciabilità degli allevamenti – potrebbe mettere in difficoltà Bolsonaro, andando a colpire gli interessi della lobby che ne sostiene il governo.

Come ha mostrato Chico Mendes, la difesa della foresta amazzonica passa però soprattutto attraverso la protezione del suo popolo nativo. Quelli che Bolsonaro chiama “uomini preistorici” sono in realtà i custodi dell’Amazzonia. All’interno delle riserve la deforestazione è meno di un quinto di quella che si registra all’esterno. Proprio per questo la propaganda di Bolsonaro si concentra su di loro: descritti come “un ostacolo al progresso del Brasile”, ha spesso incoraggiato la violazione delle loro terre, com’è avvenuto di recente nelle riserve dei Waiapi (Stato di Amapá) e degli Yanomami (Roraima), dove gruppi di garimpeiros (cercatori d’oro) hanno fatto incursioni armate uccidendo e terrorizzando gli indigeni. Anche i provvedimenti del governo vanno nella stessa direzione. Appena entrato in carica, Bolsonaro ha licenziato un provvedimento volto a esautorare il Funai, la fondazione nazionale degli indigeni, dalle sue principali responsabilità: la demarcazione delle riserve e il potere di bloccare le grandi opere (impianti idroelettrici, autostrade e così via) che mettono a rischio le popolazioni native. Le riserve verrebbero gestite dal ministero dell’Agricoltura – in evidente conflitto d’interessi – mentre la “difesa” dei nativi amazzonici passerebbe nelle mani del ministero della Famiglia e dei diritti umani, diretto dalla pastora evangelica Damares Alves. La riforma è stata bloccata a maggio dal Senato ma a bancada do Boi, da Biblia e da Bala – l’alleanza dell’agroindustria, dell’estrema destra evangelica e delle forze armate che sostiene Bolsonaro – non ha intenzione di arrendersi.

Chiesa in allarme

L’avanzata dei potenti evangelici brasiliani nella foresta amazzonica e le minacce per i popoli nativi preoccupano anche la Chiesa cattolica, che dal 6 al 27 ottobre ospiterà in Vaticano un Sinodo sull’Amazzonia (vedi articolo a pagina 29). L’evento è stato molto criticato dal nuovo governo brasiliano, che lo considera “un’interferenza nella sovranità nazionale”: per monitorare le riunioni preparatorie all’incontro sono stati attivati addirittura i servizi segreti e militari. Fra i temi nell’agenda di Papa Francesco c’è l’intenzione di favorire la nascita di un clero indigeno, scelto fra gli elementi più rispettati dalle comunità, a prescindere dallo stato civile e dal sesso. Si tratterebbe di una vera rivoluzione per i cattolici. In un’intervista rilasciata alla rivista gesuita Civiltà Cattolica, il relatore generale del sinodo, il cardinale brasiliano Claudio Hummes – ex arcivescovo di San Paolo e capo della Rete ecclesiale pan amazzonica (Repam), da sempre in prima linea nei conflitti per la terra – ha introdotto così l’evento di ottobre: “Alcuni si sentono minacciati dal prossimo sinodo perché temono che i loro progetti e le loro ideologie non verranno rispettati. Penso soprattutto a quei progetti di colonizzazione dell’Amazzonia animati tutt’oggi da uno spirito di dominio e di rapina: venire a sfruttare per poi andarsene con le valigie piene, lasciandosi dietro la degradazione e la povertà della gente del posto, che si ritrova immiserita e con il proprio territorio devastato e contaminato. La Chiesa in Amazzonia sa di dover essere profetica, non accomodante, perché la situazione è clamorosa e mostra una costante violazione dei diritti umani. Crimini che per lo più restano impuniti”.