Alvaro Ramazzini, il cardinale degli indigeni d’Amazzonia

Lo ha nominato Papa Francesco alla vigilia del Sinodo che si apre oggi. L’intervista esclusiva pubblicata sul mensile di ottobre nello speciale Amazzonia: “il nemico della foresta” >> Acquista una copia/Abbonati

foto cardinale Alvaro Ramazzini

di Nicola Nicoletti

Tra i nuovi tredici cardinali nominati il 5 ottobre da Papa Francesco c’è anche monsignor Alvaro Ramazzini, a cui è stato assegnato il Titolo di San Giovanni Evangelista a Spinaceto. Un riconoscimento particolarmente atteso in questo Sinodo sull’Amazzonia, che si apre oggi, per un uomo di Chiesa da sempre schierato al fianco delle persone più povere del Guatemala e delle popolazioni indigene della regione panamazzonica. Ecco l’intervista esclusiva pubblicata sul numero di ottobre di Nuova Ecologia, uscito da pochi giorni.  

«Abbiamo dimenticato che non siamo i padroni ma i custodi della creazione». Non ci pensa due volte monsignor Alvaro Ramazzini a denunciare gli abusi, sempre più numerosi, che si stanno compiendo a danno dell’ambiente. Dalla sua casa di Huahuatenango, in Guatemala, il vescovo non può che constatare come lo sfruttamento delle foreste e le violenze sugli indios avvengano continuamente. «Sono in sintonia con il pensiero e i gesti di papa Francesco, ben venga il Sinodo sull’Amazzonia, dove verranno affrontati problemi importanti, dalla difesa della flora alle foreste, dove vivono le popolazioni indigene. Mi auguro che anche fra Messico e Guatemala si costituisca un gruppo di riflessione sugli attacchi che la natura subisce da anni». Il vescovo è convinto che la difesa dell’ambiente sia un dovere primario, anche per questo il papa lo ha scelto fra i cardinali che verranno nominati nel prossimo concistoro, il 5 ottobre, alla vigilia del Sinodo. Ramazzini conosce bene il suo Paese e i mali che lo affliggono, comuni a tanta parte dell’America Latina. «Registriamo record negativi, come la denutrizione minorile e il rachitismo – denuncia – Abbiamo un numero altissimo di casi, come Eritrea e Mongolia».

Fra le sue battaglie c’è quella contro lo sfruttamento del sottosuolo.

Quando sono stato nominato vescovo, nel 1988, ero nella diocesi di San Marcos. Le multinazionali arrivavano e impiantavano le loro aziende di nichel e rame… È ancora così, qui la politica la fanno loro: gli apparati burocratici, sia nazionali che esteri, sono soltanto di complemento. Le royalties delle imprese, in buona parte canadesi, lasciate al Guatemala sono dell’uno per mille. Nulla in confronto alle ricchezze che portano via, soprattutto dalle miniere di oro e argento, e all’inquinamento delle acque.

Queste denunce le hanno provocato problemi?

Le prime minacce risalgono al 2005, nella miniera di San Miguel Ixtahuacán a San Marcos, quando chiedemmo studi di impatto ambientale. Con il gruppo Madre Tierra abbiamo cercato di opporci allo sfruttamento sconsiderato del territorio.

Poi ha lavorato con i migranti e i poveri.

Abbiamo undicimila minori non accompagnati, non c’è futuro per loro: vanno via nonostante esista una terra fertile. Sogno una riforma agraria che offra possibilità concrete. Sono soprattutto indios, vittime del liberismo economico a oltranza e della violenza. Purtroppo crescita e sviluppo sociale non sono gli obiettivi dei politici, ecco perché abbiamo il 90% della popolazione sotto la soglia della povertà.

La difesa dell’ambiente e il sostegno ai migranti le costano forti critiche. Andrà avanti?

Credo nel dialogo, è questa la soluzione per uscire dai problemi. Il Guatemala ha vissuto un tempo di guerra e morte. Ora va ricostruito il tessuto sociale, abbiamo una terra fertile ma dobbiamo partire da un’ecologia integrale. L’enciclica Laudato Si’ e il Sinodo possono aiutarci a riflettere su come vivere e difendere il nostro pianeta.