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Alpi vittime del clima: il Pnrr per salvarle

Legambiente indica la road map da seguire in materia di adattamento climatico nelle aree montane. Otto punti da seguire per il governo

Nel mese del rush finale sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, Legambiente indica al governo quella che per lei è la road map da seguire in materia di adattamento climatico nelle aree montane per contrastare il cambiamento climatico, ridurre il rischio idrogeologico e tutelare le risorse idriche. Le Alpi insieme al Bacino del Po sono tra le zone italiane maggiormente esposte agli effetti della crisi climatica. Riduzione areale dei ghiacciai alpini e della disponibilità delle risorse idriche insieme ad un intensificarsi dei fenomeni di dissesto idrogeologico, degli eventi estremi e a un aumento del degrado del suolo sono tra i principali effetti che si registrano in queste aree. Una situazione preoccupante su cui bisogna intervenire al più presto. È quanto torna a denunciare oggi Legambiente nel corso del primo webinar “Piano nazionale di ripresa e resilienza e adattamento climatico nelle Alpi” in diretta streaming alle ore 17 sulle pagine fb di Legambiente e la Nuova Ecologia e che vedrà confrontarsi esperti del settore, membri dell’associazione ambientalista, del mondo politico e universitario.

Il webinar “Piano di ripresa e resilienza e adattamento climatico nelle Alpi”

Il riscaldamento climatico nelle Alpi

Il riscaldamento dell’area alpina è particolarmente elevato, con valori pari al doppio del resto del Paese. Per il futuro sono attesi aumenti di temperatura tra i 2 e i 3°C per il 2050, ed entro fine secolo un ulteriore riscaldamento che va dai 3 ai 7°C in funzione degli scenari di emissione.  Intanto negli ultimi 150 anni si è assistito alla riduzione areale dei ghiacciai del 60% nelle Alpi, con punte dell’82% nelle Alpi Giulie e 97% nelle Marittime. In conseguenza del ridursi dei ghiacciai e della copertura nevosa sono attesi effetti importanti per i fiumi alpini, con immediate conseguenze sulla stabilità delle portate stagionali. Secondo gli esperti nel lungo periodo (2071-2100) la disponibilità idrica del Po nella migliore delle ipotesi, ovvero nello scenario RCP4.5 (scenario con consistente riduzione di emissioni di gas serra) rispetto alle condizioni attuali il volume delle riserve idriche scenderà da 95 a 72 km3, il volume relativo all’apporto meteorico si ridurrà di 23 km3, il deflusso alla foce si ridurrà a 33 km3 rispetto agli oltre 50 km3 (dati Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici). “L’Italia –  dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – è l’unico grande Paese europeo senza un Piano di adattamento al clima. Ad oggi si continua a rincorrere le emergenze senza una strategia chiara di prevenzione che vada a tutelare e preservare tanto gli ambienti naturali quanto le aree antropizzate, anche quando si tratta di progettare il futuro del Paese attraverso il Recovery Fund. La risposta alle sfide climatiche passa attraverso risorse per l’adattamento e un cambio della governance dei territori. Per la mitigazione del rischio geologico, idrologico ed idraulico, è opportuno privilegiare le azioni di previsione, prevenzione e gestione dell’emergenza, limitando per quanto possibile le azioni emergenziali e di ripristino a quelle utili per la riduzione progressiva del rischio, e per il ripristino di condizioni generali di sicurezza territoriale”.

Prevenzione e resilienza

In particolare per l’associazione ambientalista occorre dare concretezza ad azioni e politiche mirate facendo leva su prevenzione e resilienza, occorre sfruttare al meglio la grande opportunità del Next Generation EU (NGEU) finanziando interventi coraggiosi ed efficaci ed evitando quelli datati e non aggiornati all’intensificarsi degli eventi estremi. Tra i progetti da abbandonare quelli che prevedono la realizzazione di nuovi invasi. Il Piano Nazionale Invasi non è la soluzione, va sostituito con un programma che adegui la domanda alle reali disponibilità idriche anziché incrementare queste ultime, sottraendole ai corsi d’acqua attraverso una sistematica opera di artificializzazione.

Infine al centro della road map tracciata da Legambiente c’è anche l’approvazione di un pacchetto di 8 riforme non più rimandabili a partire dall’approvazione del Piano di adattamento climatico nazionale di cui l’Italia è ancora sprovvista e di una norma nazionale che tenga insieme la mitigazione del rischio e l’adattamento climatico. Tra le altre riforme necessarie, occorre applicare l’articolo 7 del decreto Sblocca Italia o al comma 111 della Legge di Stabilità del 2014 che indicano la destinazione di almeno il 20% delle risorse destinate al rischio idrogeologico sia agli interventi “integrati” finalizzati alla riduzione del rischio, alla tutela e al recupero degli ecosistemi e della biodiversità e alla delocalizzazioni degli edifici. Rafforzare il ruolo delle Autorità di distretto e l’assistenza tecnica ai Comuni negli interventi sul rischio idrogeologico, prevedendo da subito risorse per la progettazione e realizzazione degli interventi e per l’assunzione di tecnici nei settori amministrativi strategici. Migliorare e uniformare le leggi regionali sulla difesa del suolo. Recepire con norme più cogenti e puntuali le direttive europee in materia di acque (Direttiva 2000/60/CE) e di alluvioni (Direttiva 2007/60/CE). Rivedere il sistema di tariffazione degli usi dell’acqua, con un sistema di premialità e penalità che valorizzi le esperienze virtuose sul risparmio idrico. Rivedere la normativa sulle grandi concessioni al fine di ridiscutere le condizioni di utilizzo dell’acqua con maggiori benefici per l’ambiente e i territori oggetto dello sfruttamento.

Antropizzazione di zone fragili

In particolare per Legambiente è importante che si valutino i progetti e gli interventi in funzione della loro capacità di favorire processi di rinaturalizza­zione idrologica dei bacini e geomorfologica dei versanti per ridare spazio ai corsi d’acqua e favorire il miglioramento della filtrazione naturale dell’acqua e della ricarica delle falde acquifere attraverso progetti di river restoration e natural basic solution. In questi anni l’espansione urbana che ha interessato anche queste aree ha comportato l’antropizzazione di zone fragili esponendo all’occupazione di aree instabili e di luoghi prima disponibili per l’invaso dei volumi di piena.  All’acuirsi del fenomeno hanno altresì contribuito l’artificializzazione dei corsi d’acqua e il progressivo abbandono della funzione di manutenzione e presidio del territorio. Nella macroregione alpina (comprendente Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia) sono 3.585 i comuni, l’86% del totale con aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata e/o pericolosità idraulica media (dati ISPRA).

“Da qui ai prossimi anni –  spiega Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente – sarà necessario ridurre la pressione antropica sui corpi idrici, favorendo il miglioramento dello stato ecologico come previsto dalla Direttiva quadro sulle acque e dalla Direttiva nitrati. Si dovrà acquisire al più presto un quadro completo dei nuovi scenari idrologici dei bacini per comprendere come cambierà in futuro la disponibilità idrica.  Occorrerà sostenere un uso equo e sostenibile delle risorse idriche, trovando soluzioni alternative, dall’utilizzo di tecniche di efficienza e risparmio idrico a un uso più parsimonioso dell’acqua. Allo stesso modo saranno da sostenere le azioni volte a incrementare la ricarica delle falde, ad esempio mediante la creazione di aree o bacini di ritenzione delle acque meteoriche urbane e recuperan­do la multifunzionalità di quelle aree agricole sottratte alla pertinenza fluviale che, tornando inondabili, potrebbero accogliere enormi quantità di acqua per la ricarica delle falde”.

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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