Alluvione Piemonte, disastro annunciato

Secondo i dati di Legambiente nella regione sono 1.131 su 1.206 i comuni con aree a rischio frana o alluvione, pari al 93% del totale. Rossella Muroni:”L’avvio di una politica di prevenzione complessiva stenta a decollare. Il tema della fragilità del territorio della nostra Penisola deve diventare centrale”
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ICONA_link_interno La denuncia di Legambiente Piemonte

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Interi paesi isolati, fiumi esondati e cittadini evacuati. Torna violentissima l’emergenza maltempo in Italia con situazioni già molto pesanti in Piemonte, dove oggi è esondato il Tanaro, ma anche in Liguria, o a Licata (Ag) nei giorni scorsi. L’ultima notizia è drammatica. C’è un disperso in provincia di Torino per il maltempo. A Perosa Argentina, in Val Chisone. Secondo le prime informazioni si sarebbe aperta una voragine in strada nella zona di via Bino e l’uomo, di circa 60 anni, sarebbe stato trascinato via dalla corrente. I vigili del fuoco lo stanno cercando.

Sono ben 7 milioni i cittadini che si trovano ogni giorno in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni nel nostro Paese. Dei 1.444 comuni che hanno risposto al questionario di Legambiente “Ecosistema Rischio”, in ben 1.074 comuni (il 77% del totale) troviamo abitazioni costruite in aree a rischio. Nel 31% troviamo addirittura interi quartieri e nel 51% dei casi anche impianti industriali.

E nonostante gli allarmi e i drammi del passato, l’urbanizzazione nelle zone pericolose continua, tanto che nel 10% dei Comuni intervistati sono stati realizzati edifici in aree a rischio anche nell’ultimo decennio e solo il 4% delle amministrazioni ha intrapreso interventi di delocalizzazione di edifici abitativi e l’1% di insediamenti industriali. Solo nel 2015 frane alluvioni hanno causato nel nostro Paese 18 vittime, 1 disperso e 25 feriti con 3.694 persone evacuate o rimaste senzatetto in 19 regioni, 56 province, 115 comuni e 133 località.

“Sembra assurdo doverne riparlare in piena emergenza – ha dichiarato la presidente di Legambiente Rossella Muroni – ma ancora oggi manca una seria politica di riduzione del rischio che sappia tutelare il suolo e i corsi d’acqua, e ridurre i pericoli a cui sono quotidianamente esposti i cittadini. Nonostante si sia cominciato a destinare risorse per far partire interventi prioritari di messa in sicurezza, l’avvio di una politica di prevenzione complessiva stenta a decollare. Il tema della fragilità del territorio della nostra Penisola deve diventare centrale nella riflessione comune a tutti i livelli di governo del territorio, insieme a quello della prevenzione che permetterebbe di far risparmiare migliaia di soldi spesi per riparare i danni causati dal maltempo e da eventi calamitosi. Occorre fermare il consumo di suolo, programmare azioni che favoriscano l’adattamento ai mutamenti climatici e operare per la diffusione di una cultura di convivenza con il rischio che punti alla crescita della consapevolezza presso i cittadini dei fenomeni e delle loro conseguenze”.

Gli fa eco Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta: “I Comuni hanno un ruolo determinante sulla pianificazione urbanistica, negli interventi di delocalizzazione di abitazioni e di altri fabbricati, nell’adeguamento alle norme di salvaguardia e nella corretta manutenzione del territorio. Eppure ancora troppi sindaci sembrano non esserne consapevoli, nonostante siano chiamati ad aggiornare i propri piani urbanistici anche alla luce delle nuove mappe del rischio e dell’approvazione del Piano di gestione del Rischio Alluvioni da parte della Regione Piemonte e dell’Autorità di Bacino del Po. Ci auguriamo che nei prossimi mesi venga seguito l’esempio di quelle poche amministrazioni che con coraggio stanno rivedendo i propri piani urbanistici, riducendo le aree edificabili, dando così in modo tangibile un contributo alla salvaguardia del suolo e alla sicurezza collettiva”. In Piemonte sono 1.131 su 1.206 i comuni con aree a rischio frana o alluvione, pari al 93% del totale, con più di 87 mila residenti in aree a pericolosità idraulica elevata e più di 220 mila in aree a pericolosità media.