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Alla sorgente dell’ispirazione

“E qui meglio / Mi sono riconosciuto / Una docile fibra / Dell’universo” cantava il poeta Ungaretti in un giorno d’agosto del 1916. Il qui era il letto dell’Isonzo in cui si bagnava, sentendosi una reliquia in un’urna al centro del resoconto in versi della sanguinosa Prima guerra mondiale. Poi racconterà degli altri fiumi della sua vita – il Serchio, il Nilo e la Senna – come in un’autobiografia scritta con i corsi d’acqua.

Il fiume è spesso un’unità di misura lineare della vita, non solo di chi ne scrive ma anche di chi ci vive e ne è influenzato. Pensate a come sarebbe Verona senza il suo Adige o Torino senza il Po. Ma anche città meno blasonate come Rieti appoggiano le loro domeniche di passeggiate su un corso fluviale. Il fiume è il luogo di magiche amicizie e influenze, come lo fu ad esempio il Tevere per Pasolini, scrittore e regista. Suoi i tuffi popolari da “Accattone” e gli attraversamenti fra ponti e tram dei suoi antieroici ma vitali “Ragazzi di vita”. Anche lui farà quell’ideale risciacquo nel corso d’acqua capitolino come il Manzoni in Arno – salvo poi cantare l’Adda che diventa lago – imparando un dialetto non suo, frequentando borgata e borgatari con ammirazione naif e amando un fiume adottivo tanto da ripercorrerlo quasi in un addio fino alla foce nella sua fatale ultima notte.

Cinema e letteratura hanno adottato e si sono fatti adottare dai fiumi. Il Po è in cima a ogni malia creativa: dalla “Ossessione” di Visconti agli esordi del ferrarese Antonioni e del prematuramente scomparso Carlo Mazzacurati di “Notte italiana”. Ma pure “Paisà” di Rossellini e “Riso amaro” di De Santis hanno offerto emozioni in fiumi, non solo di pellicola. Abbiamo citato alcuni dei film che hanno aperto la stagione del primo grande cinema italiano. Ma la vita dei canali padani ha affascinato anche narratori come Riccardo Bacchelli e, più vicino ai giorni nostri, Gianni Celati. A lui dobbiamo il diario di viaggio spaventato all’indomani di Chernobyl: “Verso la foce”. Un resoconto che finisce per essere, nel 1989, un allarme sull’inquinamento prevedibile e su quello imprevisto. Anche il Tevere è un motore di suggestioni, che ha fatto gridare a “La Grande Bellezza” un regista senza romanticismo come Sorrentino e al cupo, anche se ironico, “fiumicino cadaverino” la grande poetessa Amelia Rosselli, forse alludendo alla scarsa sensibilità ecologica di chi ci vive accanto ma ci lancia dentro frigoriferi o oli combusti. E un episodio del pluripremiato documentario “Sacro Gra” ci fa conoscere la vita di un pescatore di anguille a Roma.  Film e libri a parte, se i fiumi hanno un merito è in ogni caso quello di farci sentire davvero “una docile fibra dell’universo”, senza mai farci dimenticare che potremmo esserlo ancora di più se non li rispettassimo.

DA VEDERE: “Ossessione” di Luchino Visconti; “Notte italiana” di Carlo Mazzacurati

DA LEGGERE: F. Musarra “Fiumi reali e immaginari nella letteratura italiana. Luoghi, simboli, storie, voci” (Cesati editore)

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Roberto Carvellihttp://www.carvelli.it
Sono nato a Roma nel 1968. Ho scritto "Perdersi a Roma. Guida insolita e sentimentale" (Iacobelli). "Letti" (Voland). "Le Persone" (Kolibris). Ho fondato e coordino www.perdersiaroma.it

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