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Los Alamos mon Amour

Dal mensile di novembre L’Atlante della Nuclear free future foundation è la pubblicazione più completa sul fenomeno del colonialismo nucleare. Un lavoro di denuncia e un invito ad agire: la lotta contro l’atomo deve includere anche la difesa dei popoli indigeni 

di ALESSANDRO MICHELUCCI

La maggior parte degli esperimenti nucleari realizzati fino ad oggi ha avuto luogo in colonie, ex colonie o “colonie interne”. In molti casi si trattava di territori abitati da popoli indigeni, come attestano tumori, disfunzioni e malattie ereditarie di vario tipo. Basti pensare a quelli statunitensi dell’immediato dopoguerra, realizzati in Micronesia, o a quelli francesi che si sono svolti in Polinesia fino al 1995. Un fenomeno a cui è stato dato il nome di colonialismo nucleare.

Il primo a prendere consapevolezza di questa realtà e a farne il motore di un impegno costante è stato Claus Biegert, un giornalista tedesco che si occupa di questioni indigene e nucleari da molto tempo. Si deve soprattutto a lui se nel 1992 si tenne a Salisburgo lo World uranium hearing, un’importante conferenza mondiale dedicata alle tragiche conseguenze del colonialismo nucleare, alla quale parteciparono attivisti indigeni e studiosi provenienti da ogni parte del pianeta. L’iniziativa contribuì in modo determinante a sensibilizzare molte persone su un tema che nonostante la sua rilevanza aveva sempre ricevuto poca attenzione. Nasce da quell’esperienza la Nuclear free future foundation (nuclear-free.com), l’associazione presieduta dallo stesso Biegert che ogni anno assegna un premio a persone, iniziative politiche o scientifiche tese alla costruzione di un futuro finalmente libero dall’incubo nucleare. Nei mesi scorsi la Nuclear free foundation ha realizzato un libro che merita la massima attenzione: “Uranium atlas: Data and tacts about the raw material of the atomic age“, curato da Claus Biegert e Horst Hamm e scaricabile gratuitamente (www.nuclearfree.com/uranium-atlas.html).

Frutto di un impegno che ha coinvolto anche altre associazioni, l’Atlante ricostruisce la storia dell’uranio dalla sua scoperta a oggi. Materia prima dell’era atomica, questo metallo radioattivo viene estratto in molte parti del mondo, dal Canada al Kazakhstan, dall’Australia agli Stati Uniti. Il processo necessario per ottenere l’uranio puro genera un’enorme quantità di rifiuti radioattivi, che spesso vengono sotterrati esponendo gli abitanti delle zone interessate a numerose malattie, nella gran parte dei casi mortali. Come denuncia la pubblicazione, l’estrazione del materiale avviene generalmente in zone remote e senza alcun rilievo mediatico, nella gran parte dei casi addirittura segrete, dato che le compagnie minerarie mantengono uno stretto riserbo sulle proprie attività. Versione aggiornata dell’edizione tedesca pubblicata nel 2019, l’Atlante svela il fitto intreccio di legami politici, economici e militari che si nascondono dietro l’estrazione di uranio e le spaventose conseguenze ambientali e umane che questa logica suicida porta con sé. Corredato da una ricca varietà di mappe, cartine e grafici, il lavoro verrà pubblicato nel 2021 anche in una versione italiana aggiornata. Quello del Nuclear free future foundation non è però soltanto un lavoro di denuncia. L’Atlante vuole infatti dimostrare come nel 2020 si possa essere antinuclearisti senza cadere in un movimentismo datato, inadatto ai nostri tempi. La lotta moderna contro il nucleare – è questa la tesi che attraversa il lavoro – deve essere inserita in un contesto più ampio che deve includere la difesa dei popoli indigeni e quella dell’ambiente. E a questo scopo bisogna disporre di argomentazioni solide, di dati tecnici e scientifici che permettano di affrontare questi temi in modo credibile: non si tratta di diventare ingegneri, ma è necessario sapere con una certa precisione di che cosa si parla. Una logica barricadera fatta di slogan non basta più, e l’Atlante è lo strumento ideale per chi vuole andare in questa direzione. L’Uranium atlas è l’espressione più recente dell’impegno che Claus Biegert porta avanti da quasi mezzo secolo. Negli anni sono numerosi i libri che il giornalista tedesco ha dedicato agli indiani del Nord America. È stato lui, nel 2001, a raccontare nel documentario “The secret and the sacred: two worlds at Los Alamos” il primo esperimento atomico, tenutosi nel deserto del New Mexico il 16 luglio 1945. In altre parole, la prova generale dei bombardamenti che avrebbero devastato Hiroshima e Nagasaki poche settimane dopo. Nei dintorni vivevano circa 19mila persone, incluse alcune comunità Apache, Navajo e Pueblo. Nessuno le aveva avvertite, nessuna misura era stata immaginata per proteggerle. Le conseguenze non tardarono a manifestarsi: l’incidenza di tumori crebbe in pochi anni. Le organizzazioni indiane dell’area hanno cercato a lungo di portare all’attenzione generale la propria tragedia, ma invano. Soltanto nel 2014 il National cancer institute ha cominciato a svolgere un’indagine sulle conseguenze dell’esperimento. Ad oggi senza ancora alcun risultato.

Per approfondire
La morte che viene dalla terra
L’uranio è un metallo tossico e radioattivo (simbolo U, numero atomico 92) di colore bianco argentato. Due dei suoi isotopi (233U e 235U) vengono utilizzati come propellente per i reattori nucleari e per il materiale esplosivo delle armi nucleari. Ancora più radioattivo è l’uranio impoverito. La scoperta del metallo viene attribuita al chimico tedesco Martin Heinrich Klaproth (1789). Isolato nel 1841 da Eugène-Melchior, pochi anni dopo cominciò a essere utilizzato in Gran Bretagna per la lavorazione del vetro. Alla fine del XIX secolo il fisico francese Henri Becquerel ne accertò la radioattività. Con la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti dettero via al suo impiego bellico. L’uranio impoverito fu usato per la bomba che venne lanciata su Hiroshima il 6 agosto 1945, per le altre armi nucleari è stato invece utilizzato il plutonio, anche questo prodotto attraverso l’uranio.

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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