Airborne, il drone salva dispersi

Al via la sperimentazione col Soccorso alpino valdostano. L’obiettivo è renderlo in tre anni utilizzabile in qualsiasi condizione

Airborne il drone

È trascorso un anno dalla tragedia dell’hotel Rigopiano di Farindola (Pescara), quando una slavina si è staccata dal Monte San Vito, travolgendo il resort e la vita di ventinove persone. Le squadre dei soccorritori sono arrivate sul posto dopo ore di cammino, riuscendo a estrarre gli ultimi superstiti a 58 ore dalla sciagura. Uno degli episodi più drammatici in Italia dal 1916, ma non l’ultimo. Dall’elicottero del 118 precipitato a Campo Felice nei giorni successivi alla valanga in Val Veny, che ha investito 18 freerider ad Aosta, la questione su come velocizzare le ricerche dei dispersi in montagna, salvaguardando chi interviene, resta cruciale. Per farlo l’università di Bologna ha messo a punto un drone in grado di perlustrare rapidamente zone inaccessibili, anche di notte.
«Un quadricottero, di un paio di kg, che grazie a dei sensori Artva (apparecchi di ricerca dei travolti in valanga, nda) può intercettare i segnalatori d’emergenza usati dagli sciatori in meno di un minuto, fino a 300 metri di distanza e sotto un metro di neve», spiega Lorenzo Marconi, professore del dipartimento di Ingegneria elettrica e dell’informazione (Dei) dell’ateneo bolognese. «Nel caso di dispersi sprovvisti di tale tecnologia, è previsto l’impiego di un drone più grande (circa 4 kg) dotato di micro-radar Recco, un sistema elettronico che consente di ritrovare persone sommerse». Algoritmi di intelligenza artificiale a bordo, inoltre, permettono al sistema di interpretare nei momenti critici il tono di voce e il comportamento dei soccorritori, che potranno impartire ordini vocali o gestuali ai droni attraverso microfoni, bracciali sensorizzati o dispositivi mobili, semplificandone la gestione.
Un primo prototipo ha visto la luce nel 2013, nell’ambito del progetto europeo “Sherpa”, grazie al quale sono stati studiati sistemi di intelligenza artificiale per la collaborazione fra esseri umani, droni e robot terrestri per il salvataggio in ambienti alpini. A realizzarlo un team di sette atenei europei, guidato dall’Alma mater di Bologna, finanziato dal programma Fp7 dell’Unione europea. Con loro l’azienda Aslatech, specializzata in droni. «È stata però la collaborazione col Soccorso alpino (Cnsas) a far emergere la necessità di proseguire con la robotica aerea», sottolinea il professore. «Dopo quattro anni di sviluppo, la fase dei test finali prende il via proprio in questi giorni con il Soccorso alpino valdostano, nel quadro del programma europeo “Airborne”, sostenuto con i fondi Horizon 2020».
L’obiettivo è rendere in tre anni il prototipo utilizzabile in maniera affidabile, robusta, ripetibile in qualsiasi condizione meteorologica e a costo limitato. «Una tecnologia “sociale”, applicata nel contesto dei soccorsi umanitari, da noi definito “mercato orfano”, perché non attrattivo per i grossi player industriali, privo di business e non finanziato dalle amministrazioni per mancanza di fondi – conclude Lorenzo Marconi – L’idea è quindi di fornire i droni in comodato d’uso, una sorta di Pay4Use, con un canone al minuto per l’utilizzo».