Una nuova rivoluzione verde

DAL MENSILE  Con i sistemi agroecologici si possono migliorare la salute e la nutrizione, ridurre la perdita di biodiversità, ripristinare habitat, prevenire degrado del suolo e scarsità d’acqua

agroecologia

DI LORENZO CICCARESE*

Nel 1970 l’agronomo americano Norman Borlaug fu insignito del Nobel per la pace. Il suo merito era quello di aver guidato, a partire dalla metà degli anni ’50, una serie di iniziative che avevano contribuito al gigantesco aumento della produzione di alimenti per unità di superficie. E di aver salvato oltre un miliardo di persone dalla fame. Borlaug era partito da una serie di ricerche in patologia e genetica vegetale, che lo avevano portato a ottenere varietà di grano a ciclo precoce e di taglia bassa ma ad alto rendimento e resistenti alle malattie. L’introduzione in pieno campo e su grande scala di queste varietà, associata alla meccanizzazione, all’uso di pesticidi e fertilizzanti di sintesi e all’irrigazione, aveva raddoppiato in pochi anni i raccolti di grano e riso in Messico, India e Pakistan.

Se non vi è dubbio che la “rivoluzione verde”, via via allargata ad altre specie e a ogni regione del pianeta, abbia fatto crescere la produttività agricola, è altrettanto evidente che il processo d’intensificazione abbia avuto effetti negativi: compattazione e degrado dei suoli, aumento delle emissioni di gas serra, deflusso di azoto ed eutrofizzazione, perdita di biodiversità. Lo certifica anche l’edizione 2019 del “Global earth outlook” di Unep, che indica l’agricoltura intensiva come uno dei principali fattori di degrado ambientale, a scala locale e globale.

Per contrastare questi effetti si sta facendo strada una varietà di sistemi agroecologici, sintetizzati nell’espressione “Diversified farming systems” (Dfs). L’agricoltura biologica è il più popolare di questi sistemi, ma non l’unico. I detrattori dei Dfs sostengono che la crescita dei sistemi agricoli sostenibili metterà a rischio la sicurezza alimentare. Il divario, yield gap, fra i rendimenti dell’agricoltura industriale e quelli del biologico e di altri sistemi sostenibili è troppo ampio per garantire la sicurezza alimentare, sempre più messa a rischio da fattori quali i cambiamenti climatici, la limitata disponibilità di risorse naturali, le dinamiche demografiche, le tendenze e le capacità nazionali. Gli autori del “Global earth outlook” sostengono invece che sia possibile fornire alimenti nutritivi e sostenibili per tutti attraverso sistemi agricoli diversificati, a patto che si proceda in breve tempo a una serie di transformational changes dei modelli di produzione, distribuzione e consumo degli alimenti.

A fronte del 18% di calorie e del 40% di proteine fornite alla domanda alimentare mondiale, i prodotti di origine animale generano la metà dei gas serra provenienti dall’agricoltura e l’uso di quasi l’80% delle terre. Un terzo dei campi sono inoltre destinati alla produzione di alimenti per gli allevamenti animali. L’azione combinata di promozione di diete orientate verso il minor consumo di prodotti di origine animale, prevenzione e riduzione strutturale dello spreco e delle perdite alimentari, che si aggira intorno al 30% della produzione mondiale, adozione di pratiche agricole sostenibili e sostegno alla reproductive health, potrebbe contribuire a soddisfare i bisogni della popolazione del pianeta, destinata a superare quota 9 miliardi nel 2050. Attraverso lo sviluppo su grande scala dei sistemi Dfs si potrebbero favorire il miglioramento della salute e della nutrizione, la riduzione della perdita di biodiversità, il ripristino degli habitat, la prevenzione del degrado del suolo e della scarsità d’acqua.

* Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale