sabato 28 Novembre 2020

Agroecologia, sette anni per cambiare

La nuova Pac muove 344 miliardi dal 2023 al 2029. Un’occasione storica per la transizione ecologica. Ma molti dubbi avvolgono i negoziati

È un parere cruciale per l’agricoltura europea – e per le sue speranze di transizione ecologica – quello che a dicembre dovrà esprimere l’Europarlamento. Nelle mani degli eletti a Strasburgo ci sarà infatti un pezzo importante del destino della politica agricola comune (Pac), in odor di riforma ormai da anni e giunta finalmente al momento della verità. Sono passati poco più di due anni da quando, nel luglio 2018, la Commissione europea ha pubblicato la sua proposta di revisione settennale del sistema di finanziamenti al settore primario, ma nel frattempo è cambiato il mondo.

vignetta sulla Pac di Gianlorenzo Ingrami
di Gianlorenzo Ingrami

Una pandemia globale ha sconvolto il sistema economico contemporaneo e tutta la politica sottostante, spingendo le istituzioni comunitarie e nazionali a rivedere le loro priorità in molti campi. Quello agricolo è uno di questi: l’entrata in vigore della Pac 2021-2027, complici la crisi Covid e i già difficili negoziati sul bilancio europeo, è slittata al 2023. I tre organi dell’Unione – Parlamento, Commissione e Consiglio – hanno tentato invano di trovare un accordo prima della scadenza del settennato 2014-2020, in cui la Pac ha raccolto enormi critiche perché plasmata sui bisogni dell’agribusiness più che della conversione del settore in chiave ambientale. Nel frattempo è stato lanciato il Green deal, seguito dalle sue principali politiche di indirizzo, come la strategia “Farm to Fork” e quella sulla biodiversità. Alla luce di questo scenario, anche la proposta di riforma della Pac è stata rivista dall’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen. Nonostante questo, la riforma non piace ancora al movimento ecologista. «L’obiettivo dovrebbe essere implementare le strategie Farm to Fork e biodiversità tramite la Pac – spiega Angelo Gentili, responsabile agricoltura di Legambiente – Oggi l’agricoltura europea continua a utilizzare in maniera significativa la chimica, consuma troppa acqua e contribuisce all’effetto serra, riduce drasticamente la fertilità dei suoli e la biodiversità. Per cambiare rotta serve vincolare almeno il 40% dei pagamenti diretti a misure ambientali, perché la politica agricola non può essere sganciata dal disegno generale del Green deal. Il rischio però è proprio questo se non si mettono chiari vincoli di destinazione ai finanziamenti».

Tante speranze, meno soldi
Tutto questo, però, deve fare i conti con una diminuzione dei fondi totali messi a disposizione dalla politica agricola. Nonostante un tesoretto da 7,5 miliardi dirottato dal pacchetto di stimolo Next Generation Eu, la nuova Pac metterà a disposizione 344 miliardi di euro in sette anni, circa 50 all’anno. Il denaro, come in precedenza, arriverà tramite due canali principali o “pilastri”: i pagamenti diretti e il sostegno allo sviluppo rurale. Nel primo caso, l’Ue finanzia gli agricoltori in base soprattutto agli ettari coltivati: la riforma introdurrà delle condizionalità ambientali ancora tutte da scoprire. Nel secondo pilastro, invece, il flusso di aiuti passerà come di consueto attraverso gli Stati membri e – in Italia – le Regioni, per sostenere principalmente aziende agricole capaci di attuare buone pratiche ambientali. «La prossima Pac assegna particolare libertà ai Paesi su come destinare i finanziamenti – dettaglia il professor Angelo Frascarelli, docente di Economia ed estimo rurale all’Università di Perugia – Questo per l’Italia potrebbe non essere un bene, dal momento che non c’è una strategia nazionale per la transizione dell’agricoltura. Certo, ora gli Stati membri dovranno presentare dei piani strategici per l’utilizzo dei fondi Pac, ma una direzione chiara e degli obiettivi ci sarebbero serviti per arrivare a questo negoziato più preparati». Il negoziato infatti è alle battute finali, e dopo il pronunciamento del Parlamento europeo toccherà al Consiglio valutare la proposta. Nel giugno 2021 il quadro sarà completo: se l’estensione dei finanziamenti ambientali dal secondo al primo pilastro è già un fatto, bisognerà vedere quanto denaro sarà vincolato a una produzione più sostenibile. Sembra che si arriverà a un compromesso fra il 20 e il 40% dei pagamenti diretti, ma per sostenere la crescita del biologico auspicata dalla Farm to Fork – almeno il 25% della superficie agricola europea entro il 2030 – bisognerà puntare in alto.

Una riga sul passato
Da tempo scienziati, Corte dei conti europea e gruppi della società civile hanno avvertito che così com’è la Pac non funziona, perché alimenta produzioni industriali e non compatibili con le misure necessarie ad arrestare la crisi ecologica. Gli ultimi dati della stessa Commissione europea raccontano bene l’attuale squilibrio: i piccoli produttori, che rappresentano i tre quarti dei 6,4 milioni di beneficiari dei pagamenti diretti, raccolgono appena il 15% dei fondi. Meno di 5.000 euro a testa. Al contrario, lo 0,5% che riceve più di 100.000 euro – e cioè le grandi e grandissime imprese – cattura il 16% delle risorse. Le ricerche e le denunce delle organizzazioni ambientaliste hanno già evidenziato la necessità di tagliare i sussidi a questi “campioni” dell’agricoltura e dell’allevamento industriale e di premiare maggiormente chi pratica l’agroecologia. Crescono anche gli appelli per una Pac più attenta ai diritti sociali, finora rimasti fuori dai radar delle politiche comunitarie sull’agricoltura. «La pandemia ha acceso un faro sulle condizioni di sfruttamento in cui sono costretti milioni di lavoratori agricoli in tutto il continente, dalla Spagna alla Grecia, passando per l’Italia – denuncia Fabio Ciconte, direttore dell’associazione Terra! – Utilizziamo questi negoziati sulla riforma della Pac per vincolare i finanziamenti al rispetto dei diritti. Non ci può essere transizione ecologica senza giustizia sociale». Finora la ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, su questo aspetto non si è pronunciata, nonostante le pressioni provenienti dalla società civile. Sul fronte ambientale, invece, ha promesso di “integrare la riforma della Pac e la strategia Farm to Fork attraverso la lotta agli sprechi alimentari” e di destinare parte dei finanziamenti a fondi per proteggere gli agricoltori contro i rischi di catastrofe climatica. Ma la coalizione #CambiamoAgricoltura, formata da realtà del biologico e associazioni ambientaliste, giudica insufficienti le uscite della titolare di via XX settembre: “Non si può – scrivono – da una parte sostenere di essere favorevoli alla strategia Farm to Fork e poi dall’altra evitare con abilità di assumere un impegno serio e coerente sulla riduzione dei pesticidi e fertilizzanti chimici, l’aumento delle superfici certificate in agricoltura biologica e una quota minima di natura nelle aziende agricole”. Insomma, serve molto di più per non perdere l’ennesimo appuntamento con la transizione ecologica.

L’INTERVISTA

Negli ultimi dieci anni l’agricoltura europea ha iniziato una transizione dal metodo convenzionale. Siamo ancora molto distanti da un traguardo accettabile, ma perlomeno nella normativa entrano prescrizioni e linee guida sempre più stringenti, che secondo Gabriele Chilosi, professore di Patologia vegetale all’Università della Tuscia, costringeranno anche le filiere più complesse a modificare le proprie abitudini.

Quali tecniche incentiva l’agroecologia per migliorare l’agricoltura convenzionale?

Si potrebbe definire l’agroecologia come un modello di agricoltura ecologica che tiene insieme più tecniche agricole, come il biologico o il conservativo. L’idea di base è quella del mantenimento e arricchimento della fertilità del suolo e della biodiversità, tramite l’utilizzo di fasce tampone, pacciamatura e lotta biologica alle infestanti.

L’Unione europea ha compreso l’importanza di questa transizione?

L’agrifood europeo è regolato da quello che serve alla grande distribuzione e all’industria di trasformazione: il settore primario si adatta al mercato o ne resta fuori. Così le aziende diventano sempre più grandi, utilizzano con continuità le consulenze agronomiche e applicano rigorosamente la normativa. Ora dovranno fare un ulteriore passaggio: con l’agroecologia, infatti, si dovrà ridurre ancora l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi. A livello europeo stiamo andando sempre più verso questo sistema, basta guardare il Green deal e le strategie su cibo e biodiversità.

Come fare a gestire senza la chimica produzioni industriali come quella delle mele o del vino?

Questo è un grande problema: il melo, ad esempio, viene trattato quasi settimanalmente. Con la vite invece si può fare: bisogna optare per lavorazioni minime e favorire un inerbimento fra i filari, ridurre i fitofarmaci e trattare i patogeni con batteri antagonisti. Inoltre, è possibile fertilizzare il suolo con il compost. Se la vite oggi raccoglie quasi il 50% di tutti i fitofarmaci utilizzati in agricoltura, potrebbe presto cambiare radicalmente.

Leggi anche: Consumi Bio, benessere in campo

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Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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