L’agroecologia per vincere la sfida del Green new deal

A Napoli Legambiente ha lanciato l’idea di un Green new deal dell’agricoltura. Libera dalla dipendenza dalla chimica per combattere la crisi climatica e rilanciare l’economia verde

L'immagine di un agricoltore

di Angelo Gentili *

Un nuovo modello di agricoltura che guardi alla riduzione degli impatti climalteranti, alla valorizzazione del biologico e che promuova l’economia circolare dal campo alla tavola, che possa finalmente diventare non solo l’asse portante dell’economia made in Italy, ma un settore strategico anche dal punto di vista ambientale a cominciare dalla crisi climatica: è questa la sfida che Legambiente ha lanciato in occasione del forum sull’agroecologia di Napoli e che sta riscuotendo successo e adesioni da parte di numerosi attori del mondo agricolo.

In tale ambito, è interessante sottolineare il fatto che sono molte le sperimentazioni e le buone pratiche che disegnano un nuovo modello agricolo basato sull’agroecologia promosse da Legambiente per proporre, oltre alla riduzione dell’utilizzo della chimica attraverso il ricorso a buone pratiche agronomiche, un impegno concreto per un Green new deal anche in questo settore. Basti pensare alla rete degli ambasciatori del territorio, eccellenze radicate nel territorio di tutta la Penisola che dimostrano con chiarezza che il cambiamento è davvero possibile, ma anche alle ricerche per ridurre la chimica attraverso varietà resistenti alle patologie, a metodi di lotta biologica e all’impegno per ridurre drasticamente gli input negativi. Agricoltori e aziende del settore agroalimentare delle diverse filiere e comparti, dalla coltivazione alla trasformazione e fino alla vendita, sono quindi impegnati per rispondere alle crescenti richieste dei consumatori di acquistare prodotti più sani e utili a fermare la febbre del Pianeta. Dall’utilizzo delle rinnovabili alla lotta agli sprechi idrici ed energetici fino ad arrivare all’innovazione tecnologica delle attrezzature agricole in chiave sostenibile: anche in agricoltura la rivoluzione green è già in atto.

Bisogna però fare un ulteriore passo in avanti: è necessario infatti porre un freno al largo consumo di plastica. Su questo fronte, oltre alle pratiche virtuose già attive per quanto riguarda il riciclo degli imballaggi in plastica, devono essere fortemente incoraggiate alcune sperimentazioni sui biomateriali e sull’eco-packaging per ridurne gli impatti su tutte le filiere.

Altro dato su cui riflettere riguarda il fatto che oggi, purtroppo, la zootecnia e l’agricoltura intensiva, l’eccessivo utilizzo della chimica e la corsa alle rese piuttosto che alla qualità, oltre a contribuire in maniera rilevante alla crisi climatica, sono causa della perdita di biodiversità e della presenza nelle acque e nel cibo di sostanze dannose per gli esseri umani. In più, c’è da ricordare che negli ultimi vent’anni in Italia sono scomparsi 5,4 milioni di ettari di terreni coltivati, praticamente una superficie pari a Liguria, Piemonte e Lombardia messe insieme. Invertire la rotta è possibile, ma servono provvedimenti concreti attraverso i quali liberare l’agricoltura dalla dipendenza dalla chimica e puntare con vigore sul biologico che già oggi in Italia ha numeri considerevoli: 2 milioni di ettari coltivati, il 15% della superficie agricola complessiva, con 72.000 operatori coinvolti per un fatturato di 3 miliardi di euro l’anno. Per sostenere questo processo è necessario investire sempre più in politiche di ricerca e innovazione al fine di consentire all’agroecologia di affermarsi come punto di riferimento strategico e presidio sociale dei territori rurali, collaborando alla realizzazione di politiche di disinquinamento e di difesa della biodiversità.

Obiettivo strategico deve essere quello del raggiungimento del 40% di coltivazioni biologiche rispetto alla superficie agricola entro il 2030. Il PAN (piano nazionale sull’uso sostenibile di prodotti fitosanitari) in via di adozione deve prevedere tempi rapidi per la riduzione dell’utilizzo di pesticidi, il rafforzamento del sistema dei controlli e l’incremento dei metodi di coltivazione più sostenibili. Per tutelare la salute dei cittadini occorre anche stabilire distanze minime di 15 metri rispetto ai trattamenti di pesticidi dalle aree antropizzate (case, scuole, aree sportive), vietandoli nel verde urbano. Inoltre, per Legambiente, la sfida per la nuova PAC (politica agricola comunitaria) deve essere incentrata sull’abbandono della logica dei finanziamenti a pioggia e per ettaro che ha caratterizzato la programmazione precedente e divenire sempre di più un punto di riferimento per chi pratica agricoltura sostenibile, biologica e diminuisce fortemente i carichi emissivi.

Liberare l’agricoltura dalla chimica è uno dei pilastri sul quale fondare il nuovo modello di agricoltura. Ancora oggi, seppur diminuita negli anni, la quantità di fitofarmaci è ancora considerevole: 130.000 tonnellate di pesticidi che contengono 400 sostanze diverse. A tale riguardo, è utile ricordare che i trattamenti effettuati con molecole pericolose di sintesi (diserbanti, erbicidi, fungicidi) non si limitano al bersaglio ma si disperdono nel suolo e nell’ambiente: secondo i dati forniti da ISPRA, la presenza di principi attivi dei fitofarmaci più usati in agricoltura è riscontrata sia nelle acque superficiali (67%) che in quelle sotterranee (33%).

Ridurre l’uso di sostanze inquinamenti e dannose significa altresì combattere le sacche di illegalità presenti nel comparto agricolo: ancora oggi, vengono illegalmente venduti agli agricoltori prodotti realizzati con molecole vietate dalle attuali leggi, pericolose sia per gli ecosistemi che per gli stessi agricoltori e per i consumatori.

Un altro fenomeno da contrastare con decisione infine è quello del caporalato: dove non c’è rispetto del lavoro e della legalità è assai difficile infatti che ci sia rispetto della salute dei cittadini e dell’ambiente.

* Responsabile Agricoltura Legambiente