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Consumi Bio, benessere in campo

C’è sempre più voglia di bio: aumentano i consumi, le superfici agricole convertite e import&export. In attesa che il Senato approvi la legge

I carrelli degli italiani sono sempre più pieni di prodotti bio. Specie in tempi di pandemia. Complice l’emergenza sanitaria, i consumi domestici di alimenti biologici, soprattutto nel fresco, sono cresciuti del 4,4% superando i 3,3 miliardi di euro nell’anno terminato a giugno, come rivela il rapporto Sinab-Ismea “Bio in cifre 2020”. «Un trend indice di cittadini più consapevoli del fatto che salute del pianeta e delle persone sono due facce della stessa medaglia – commenta la presidente di FederBio, Maria Grazia Mammuccini – Il nostro Paese può farsi guida nella svolta agroecologica del Vecchio continente, anticipando le strategie Farm to Fork e sulla biodiversità, con scelte che uniscano il valore del cibo legato al territorio al rispetto per l’ambiente e a un processo produttivo trasparente, in grado di rafforzare il valore del made in Italy nel mondo».

Con un +2% rispetto al 2018, a dicembre 2019 l’Italia contava quasi due milioni di ettari coltivati a bio, il 15,8% della superficie agricola nazionale utilizzata (Sau), circa il doppio della media europea. Il Belpaese è anche il primo Stato Ue per numero di aziende agricole biologiche, ma deve fare i conti con un +13,1% delle importazioni bio. C’è inoltre un altro dato, utile a dare la misura della sfida che lo investe nella transizione ecologica globale: l’ottima performance dell’export bio che nel 2019 ha superato i 2,4 miliardi di euro, come rileva l’Osservatorio Sana 2020. Produttività, stabilità, sostenibilità ed equità sono gli elementi intorno a cui ruota l’evoluzione del mondo dell’agroecologia, i cui principi sono un riferimento per il Green deal europeo e per uno dei suoi pilastri, la strategia Farm to Fork. Fra gli obiettivi di quest’ultima, la riduzione del 50% della dipendenza da pesticidi e della vendita di antimicrobici e la destinazione del 25% dei terreni agricoli dell’Ue a coltivazioni bio entro il 2030. Una transizione che la Pac deve accompagnare. «Fra gli elementi che più ci preoccupano nel settore ortofrutticolo – spiega Davide Vernocchi, presidente di Apo Conerpo – ci sono le conseguenze dei cambiamenti climatici. Nell’immediato siamo inoltre attenti a garantire la sicurezza del sistema produttivo lungo tutta la filiera, questione cruciale in termini di responsabilità, ma anche di costi. Il concetto di agricoltura resiliente va senz’altro accompagnato da una ricerca adeguata e un sostegno economico ai produttori».

Per Claudio Gallerani, presidente di Coprob Italia Zuccheri, «i consumatori sono particolarmente attenti e disponibili a riconoscere qualche centesimo in più per un prodotto bio tracciato 100% italiano. Pertanto, l’obiettivo è proiettarsi verso una filiera sostenibile tracciata digitalmente dal campo alla tavola, che passi per l’ammodernamento delle pratiche e la formazione continua degli agricoltori». Per Arturo Santini, presidente di Alce Nero, «quando si parla di agroecologia non bisogna dimenticare l’allevamento e il benessere animale, e mettere al centro delle scelte produttive il contrasto alla perdita di biodiversità. Fondamentale, inoltre, il tema della ricerca, ancora insufficiente in un’Italia – ricorda – che in molti casi si presta più a un’agricoltura di nicchia che industriale, come in alcune realtà marginali degli Appennini: bisogna puntare sulle unicità dei territori nel perseguire la sfida del km zero». Proprio le aree interne, con quelle naturali protette, chiosa Maria Grazia Mammuccini, «andrebbero inserite in progetti strategici di conversione al biologico, utilizzando il Recovery Fund per dare un segno anche in tema occupazionale». Prioritario, per la presidente di FederBio, che «il Senato approvi la legge sul biologico e che il mondo aziendale faccia sistema, tramite i distretti biologici ed esperienze pilota di filiere made in Italy orientate al giusto prezzo, elimini le inefficienze e informi i consumatori sui processi e i valori dietro al prodotto». Forte della consapevolezza che approccio etico, rispetto dei diritti e dell’ambiente pesano sempre più sulla scelta di ciò che dallo scaffale finisce nel nostro piatto.

Leggi anche: Agroecologia, sette anni per cambiare

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