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Agricoltura, “deludente” l’accordo sulla nuova Pac

Nell’accordo finale sui regolamenti per la Politica agricola comune che entreranno in vigore nel 2022 restano molti punti critici. La protesta della coalizione CambiamoAgricoltura: “Un altro ostacolo per il Green Deal”

Il 25 giugno a Bruxelles è stato siglato l’accordo finale tra Parlamento europeo, Consiglio europeo e Commissione europea sui regolamenti per la Politica agricola comune (Pac) che entreranno in vigore nel 2022. Un accordo che non soddisfa affatto le associazioni della rete CambiamoAgricoltura secondo cui “ha prevalso la conservazione dello status quo e non l’ambizione per una vera transizione agroecologica”.

Secondo le associazioni, l’accordo accoglie infatti quasi tutte le richieste del Consiglio Agrifish, indebolendo i già poco ambiziosi emendamenti proposti dal Parlamento europeo lo scorso ottobre. “Poco o nulla è stato concesso alla natura – commentano – L’obbligo di aree naturali è fissato al solo 4% e solo per i seminativi, con molte eccezioni tra cui le risaie, che in Italia hanno perso quasi completamente la loro valenza ambientale e che andrebbero quindi trattate come qualsiasi altro seminativo”.

Nuova Pac: tra i punti critici anche l’assegnazione del budget

Altri punti critici riguardano l’assegnazione del budget. L’accordo riserva il 25% al nuovo strumento degli ecoschemi (con il quale si potrebbe promuove ad esempio l’agricoltura biologica), mentre nel secondo pilastro una quota minima pari al 35% va alle misure ambientali. “Questi regolamenti non rendono la Pac né più ambiziosa, né più giusta, come hanno invece commentato alcuni politici anche italiani, ma sarà l’ennesima ecotruffa” continua CambiamoAgricoltura.

Pac, ora occhi puntati sull’Italia

Occhi puntati adesso sull’Italia che dovrà declinare le regole europee all’interno del proprio Piano strategico nazionale. “L’Italia è molto indietro in questo processo. Dopo un primo incontro di presentazione nulla si è più saputo del Tavolo di Partenariato che deve, come da regolamento, portare alla definizione di tutti i capitoli del Piano – concludono le associazioni – La mancanza di condivisione e trasparenza ci preoccupa molto e dopo questo accordo il nostro Paese non ha più scuse: è ora di partire con i lavori del tavolo per condividere idee e proposte”.

La partita, però, non finisce qui. Le associazioni aderenti a CambiamoAgricoltura presenteranno le proprie proposte mercoledì 30 giugno in un convegno dal titolo “Ecoschema è…” che potrà essere seguito sul canale YouTube e la pagina Facebook della coalizione.

Per la riforma dei reati agroalimentari

Sul fronte agricoltura, sempre il 25 giugno un gruppo di associazioni è tornato a chiedere l’approvazione del disegno di legge di riforma dei reati agroalimentari. Un appello congiunto è stato lanciato da Legambiente, Coldiretti, Libera, Gruppo Abele, Cibo Diritto, Federbio, Flai Cgil, Terra! e Tempi Moderni. I firmatari sono Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, Ettore Prandini, presidente Coldiretti, Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele, Stefano Palmisano, avvocato di Cibo Diritto, Maria Grazia Mammuccini, presidente Federbio, Giovanni Mininni, segretario generale Flai Cgil, Fabio Ciconte, presidente Terra!, e Marco Omizzolo, presidente di Tempi Moderni.

“Il sistema agroalimentare e la sicurezza alimentare della Penisola non possono permettersi il lusso di altri anni di attesa per una tutela penale seria ed efficace e adeguata a fronteggiare la massa multiforme e pervasiva di illeciti. Negli ultimi sessant’anni, e ancor più negli ultimi novanta, in materia di alimentazione sono mutate le forme di aggressione al nostro cibo costituite soprattutto da sofisticazioni, adulterazioni, contraffazioni, speculazioni, frodi su scala seriale, organizzata, spesso a livello transnazionale”. Per questo le associazioni chiedono al Parlamento di discutere e approvare il prima possibile il disegno di legge di riforma dei reati agroalimentari (Ddl n. 2427), attualmente fermo alla Camera, dopo l’approvazione da parte della Commissione Giustizia, e in attesa che venga finalmente discusso dall’Aula. Il testo in questione è stato elaborato secondo le linee guida tracciate dal “progetto Caselli” risalente al 2015. Dopo una lunga serie di tentativi a vuoto e dopo tanto tempo perso, nel marzo 2020 quel progetto è stato posto a base di un apposito disegno di legge (n. 2427) presentato dagli allora ministri della Giustizia Alfonso Bonafede e dell’agricoltura, Teresa Bellanova.

“Difendere il proprio cibo – scrivono le associazioni nell’appello – è un elementare diritto-dovere di qualunque comunità che tenda alla propria autoconservazione. Questo principio vale anche per l’Italia del terzo millennio, nella quale, in realtà, più che il cibo in sé vanno difese la sua genuinità e la sua salubrità. Per questo chiediamo un’accelerazione nell’approvare questo Ddl di riforma dei reati agroalimentari per mettere il diritto penale a guardia di beni giuridici essenziali di una società, per tutelare gli imprenditori onesti dalla concorrenza sleale dei grassatori organizzati dell’agroalimentare, per affermare il diritto di ognuno di mangiare cibo genuino e salubre, per garantire la tutela della salute, fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

Il sistema di tutela penale dell’alimentazione in Italia

Le associazioni firmatarie ricordano che in Italia il sistema di tutela penale dell’alimentazione è fondato essenzialmente sul Codice penale e su una legge speciale, la n. 283: il primo risale al 1930, la legge n. 283 è del 1962. Ora, però, occorre mettere in campo una riforma del sistema normativo che calibri la risposta sanzionatoria sulla natura e l’entità dell’offesa al bene alimentazione, dello specifico fenomeno criminoso da contrastare; che anticipi quanto più possibile la soglia della punibilità dei vari comportamenti illeciti fino alla fase del mero rischio, ma che contemporaneamente preveda misure premiali, di varia natura, per tutti coloro che dovessero aver infranto la legge in modo non abituale e non grave e che poi adottassero specifici comportamenti, prescritti dalle Pubbliche Autorità, mirati ad eliminare il pericolo o a ridurre il danno cagionati;  che parta dal presupposto oggettivo che la gran parte dei reati più gravi e sistematici matura in contesti d’impresa e che, di conseguenza, preveda specifiche forme di responsabilità dell’azienda in quanto tale, non solo dei suoi esponenti; subordinando, però, la punibilità dell’ente alla sua mancata adozione ed efficace attuazione di un modello di organizzazione, gestione e controllo della sua attività produttiva.

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Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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