Agricoltura biologica, conversione all’italiana

Il 15% dei terreni coltivati, oltre 75mila imprese impiegate e consumi in crescita. L’agricoltura biologica nel Belpaese non è più un affare per pochi. E chiede una legge che la sostenga ICONA recensioni CIBO ETICA CLIMA, la storia di copertina di marzo

L'immagine di un agricoltura che trasporta una cassetta di prodotti biologici

Da comparto di nicchia per una stretta minoranza di consumatori, a metodo di coltivazione e allevamento che sta gradualmente trasformando l’agricoltura italiana. Da molti anni ormai in Italia la crescita dell’agricoltura biologica è costante. Questa ascesa virtuosa, ad oggi, contagia più del 15% della superficie agricola nazionale, coinvolgendo oltre 75.000 imprese di varie dimensioni che hanno deciso di mettere da parte chimica e pesticidi per puntare su piani di produzione pensati per raggiungere un equilibrio tra rispetto di tipicità e caratteristiche dei territori e dei terreni, tutela dell’ambiente, innovazione, ricerca, risparmio energetico, qualità e genuinità dell’offerta. Un modello di cui si sta accorgendo sempre di più anche la grande distribuzione organizzata (gdo), ma che per poter esprimere al massimo le proprie potenzialità ha bisogno di essere accompagnato nel suo sviluppo da una maggiore formazione degli addetti ai lavori e da un necessario aggiornamento normativo.

Primato al Sud

Secondo il rapporto Bio in cifre 2018 del Sinab, il Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica collegato al Mipaaft (Ministero delle politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo), al 31 dicembre 2017 in Italia la superficie ad agricoltura biologica ha superato 1,9 milioni di ettari, vale a dire il 15,4% del totale. In sette anni, dal 2010 al 2017, sono stati quasi 800.000 gli ettari “convertiti”, per un incremento del 71%. I terreni maggiormente interessati dal cambiamento sono stati quelli destinati al pascolo (544.048 ettari), alle colture foraggere (376.573), ai cereali (305.871), all’olivo (235.741) e alla vite (105.384). Le regioni più recettive sono Sicilia (427.294 ettari), Puglia (252.341) e Calabria (202.119), in cui si concentra il 46% dell’intera superficie biologica nazionale. Ma è da segnalare anche la risalita di Emilia Romagna (134.509 ettari) e Lombardia, regione che tra il 2016 e il 2017 è andata meglio di tutte con un +21,4%.

Le imprese inserite nel sistema di certificazione per l’agricoltura biologica sono 75.873, il 5,2% in più rispetto al 2016 e il 4,5 % sul totale delle aziende agricole. Queste realtà sono presenti in prevalenza al Sud: in testa, anche in questa classifica, c’è il terzetto formato da Sicilia (11.620 operatori), Calabria (11.160) e Puglia (9.370). Tra i maggiori player al Nord, invece, c’è Apo Conerpo, gruppo bolognese leader in Europa nella produzione e commercializzazione di ortofrutta fresca e trasformata e che in Italia raccoglie 6mila produttori agricoli. «Dei circa 30mila ettari di ortofrutta che copriamo – spiega il presidente Davide Vernocchi – quasi 2mila vengono coltivati con metodi biologici. Il comparto continua a crescere da anni e adesso è chiamato a superare la “prova del nove”: deve saper rispondere alle aspettative del consumatore sia in termini qualitativi che dal punto di vista etico. Ciò significa che chi opera nel settore deve credere e investire sul biologico e non cercare scorciatoie o compromessi». Un allarme truffe sul quale vigila l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari) che nel 2018 ha effettuato 4.242 controlli in quest’ambito, sottoponendo a verifica 2.297 operatori e 3.689 prodotti.

Bontà nel carrello

Non è detto, però, che il futuro sia tutto rose e fiori: fino alla fine del 2017 i consumi si sono infatti attestati al +9,6%, mentre nel primo semestre del 2018, secondo i dati Ismea-Nielsen, l’aumento non è andato oltre il 6,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Segno che il biologico per reggere alla distanza ha bisogno di un “appoggio” normativo che in Italia ancora non c’è. E che accompagni l’evoluzione dei consumi. Frutta (+2,5%), ortaggi (+0,4%) e derivati dei cereali (+9,3%) rappresentano da soli il 60% delle vendite, ma crescono anche gli acquisti di altri prodotti come vini e spumanti bio (+49,3%), che comunque contribuiscono ancora solo per l’1,1% al fatturato totale di questo specifico comparto. La spesa non si fa più solo a km 0 o tramite i gas (gruppi di acquisto solidale), ma anche nei supermarket e nei discount coperti dalla grande distribuzione organizzata, così come con l’e-commerce sul web. 

Ciò che sta cambiando in modo sempre più evidente è l’attenzione da parte della gdo. «Grazie a un assortimento di prodotti biologici sempre più ampio il fatturato del comparto è passato dall’8 al 10% nell’ultimo anno – spiega conferma Claudio Vanni, responsabile relazioni esterne di Unicoop Firenze – La crescita della quantità di prodotti biologici immessi sul mercato consente al rapporto qualità/prezzo di essere più conveniente e di avvicinarsi a quello dei prodotti tradizionali. In questo modo si sta superando uno dei principali ostacoli che finora aveva frenato il settore. I marchi se ne stanno accorgendo e adesso non si rivolgono più solo ai piccoli produttori ma cercano di incentivare le produzioni su una scala più ampia. In generale, alla base di questi meccanismi c’è una forte attenzione alla genuinità e alla salubrità del prodotto, ma anche all’etica del lavoro che c’è dietro la sua lavorazione. Lo dimostrano, ad esempio, i buoni margini che abbiamo ottenuto con la vendita degli agrumi biologici raccolti in terreni confiscati alla ’ndrangheta in Calabria gestiti da una cooperativa di Libera». 

Campi amici del clima

Etica e salubrità del prodotto, unite a prezzi più competitivi, stanno dunque spingendo in avanti l’agricoltura biologica consentendole di contaminare sempre più ettari di terreni in tutta Italia. Ma c’è un ulteriore passo che il Sistema-Paese deve compiere e che riguarda l’agricoltura nella sua interezza. Un passaggio necessario, invocato da Legambiente tramite un appello indirizzato al governo, affinché imbocchi la strada della sostenibilità – e con essa anche quella dell’economia circolare – voltando le spalle ai centri di interesse ancorati alle pratiche intensive, ai pesticidi e agli ogm. «L’agricoltura biologica è uscita da una nicchia residuale per entrare in un percorso che invece è molto più ampio per due motivazioni forti – spiega Angelo Gentili, responsabile agricoltura dell’associazione ambientalista –: una richiesta sempre più significativa di cibi salubri, tracciati e certificati da parte dei consumatori; la necessità di intervenire in senso ecologico sull’agricoltura per abbattere i tassi di inquinamento e le emissioni climalteranti connessi ai modelli di coltivazione intensivi e con pesticidi, rispondendo così ai cambiamenti climatici e alla costante perdita di fertilità del suolo. Non basta più produrre un prodotto sano – prosegue Gentili – occorre anche risparmiare energia e acqua, non utilizzare la chimica, incentivare buone pratiche come la rotazione delle colture, usare bioplastiche, carta riciclata e vetro recuperabile per il packaging del prodotto finito. L’agricoltura biologica deve “contaminare” quella tradizionale a 360 gradi».

Innovazione e ricerca

Per ridurre quanto più possibile le distanze tra agricoltura biologica e tradizionale sono necessari scelte e investimenti mirati in ricerca e innovazione. In Italia qualcosa si sta muovendo con un uso sempre più diffuso dei droni, ad esempio, per individuare e debellare i parassiti nei campi, e di macchine che sono in grado di pulire gli appezzamenti di terreno coltivati dalle erbe infestanti. Tra le realtà italiane in anticipo sul futuro c’è l’azienda salernitana Alma Seges, attiva nel settore ortofrutticolo e partner tecnico di un progetto scientifico chiamato TomGEM, a cui partecipano diciotto tra università e istituti di ricerca di tutto il mondo. «L’obiettivo – racconta il responsabile del progetto per l’azienda Carlo Schettini – è individuare quali ecotipi di pomodori sono maggiormente predisposti a essere coltivati con scarse risorse idriche e con l’innalzamento delle temperature», dunque in condizioni atmosferiche avverse come quelle che si prospettano con i cambiamenti climatici.

Affermare che un’agricoltura meno intensiva, meno inquinante e meno dispendiosa dal punto di vista energetico possa contribuire a fare da argine al riscaldamento globale non è dunque un argomento di “marketing” come sostengono i detrattori dell’agroecologia, ma corrisponde a quanto sta provando a dimostrare la scienza, con risultati che iniziano a dare risposte positive.  

Ne è convinto anche Arturo Santini, presidente di Alce Nero, altra realtà imprenditoriale che della sostenibilità ha fatto il suo marchio di fabbrica. «Non utilizzando pesticidi e sintesi chimiche ma sostanze naturali, e non esasperando le produzioni quantitative, l’agricoltura biologica sposa l’idea di un mondo più pulito che garantisca la qualità del prodotto finale e la salute del contesto in cui viene prodotto – dice – Trovo pretestuosa la polemica di chi denigra l’agroecologia perché fa uso di rame. Si tratta di un utilizzo necessario perché non ci sono a disposizione altre sostanze che possono combattere malattie nelle piante come la batteriosi o quelle funginee. A livello nazionale serve anche molta più formazione. Per tanti anni non abbiamo avuto corsi sull’agricoltura biologica e abbiamo dovuto formare sul campo i nostri tecnici. Ciò ci ha impedito di mettere a confronto le esperienze maturate e di crescere».

La necessità di una maggiore formazione nel comparto è una priorità anche secondo Legambiente, che con l’appello “La sfida di un modello agricolo che guarda al futuro” chiede al parlamento di accelerare l’iter per l’approvazione della legge sull’agricoltura biologica, attualmente all’esame del Senato dopo il vaglio della Camera. Ma non solo. «Nella nuova Pac (Politica agricola comune) post 2020 deve essere previsto un sostegno chiaro al biologico e a tutti i tipi di agricoltura che riducono fortemente l’uso di chimica e pesticidi, cosa che non si è verificata nell’ultimo regolamento comunitario», conclude il responsabile agricoltura di Legambiente Angelo Gentili. Per l’Italia e l’Europa il 2019 è dunque un anno decisivo: disegnare per l’agricoltura uno sviluppo sostenibile e condiviso è una scelta che i Paesi Ue non possono più rimandare.

Articolo tratto dal mensile La Nuova Ecologia marzo 2019

Copertina Nuova Ecologia marzo 2019