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Foto di Almo Farina

Sembra una contraddizione. L’espansione delle aree boschive determinata dall’abbandono delle pratiche agricole tradizionali nelle aree montane e collinari sta provocando un processo di omogeneizzazione che nuoce alla biodiversità. Lo spiega Almo Farina, naturalista e docente ordinario di ecologia presso l’Università di Urbino, auspicando nuovi modelli di conservazione della natura che tengano conto della storia e della specificità del nostro territorio.
Negli ultimi cinquant’anni, l’estensione delle foreste nel territorio italiano è raddoppiata. «L’abbandono delle aree coltivate – ricorda Almo Farina – inizia nella seconda metà dell’Ottocento, con le prime ondate migratorie verso le Americhe, e si è accelerato con le due guerre mondiali, l’emigrazione in massa verso le città a partire dal dopoguerra, l’avvento dell’agricoltura industriale. Da una parte, l’agricoltura in pianura s’intensificava: colza, mais, sconfinate distese di frutta coltivate con l’ausilio di un arsenale di prodotti chimici. Dall’altra, tutto quello che era in pendio veniva progressivamente abbandonato in quanto di difficile approccio con i mezzi e le tecnologie moderne di produzione».
Ci sono differenze importanti a seconda delle regioni. In certe aree dell’Emilia, per esempio, regge ancora il prato, falciato, che fornisce il foraggio per nutrire le mucche e fare il parmigiano. Ma la grande diminuzione dei campi e dei pascoli nelle terre alte è una realtà che sta trasformando il volto del nostro paesaggio. E a pagare le conseguenze del nuovo modello agrario dominante, incentrato sull’economia di mercato, non è solo il ricco patrimonio culturale associato alla vita rurale. Anche la biodiversità sta retrocedendo. Senza aree aperte e complementari, i boschi rischiano di trasformarsi in “deserti verdi”.
Non si tratta certo di negare la bellezza e l’importanza delle foreste né l’impatto dell’inquinamento, dei pesticidi, delle monocolture industriali, della cementificazione delle coste o dell’espansione degli agglomerati urbani. Ma è fondamentale capire la storia e le caratteristiche del nostro territorio per pensare delle politiche di protezione ambientale adeguate. «Perché senza pascoli, in montagna, diminuiscono anche i rapaci e non ci sono più nemmeno le farfalle – spiega Almo Farina – E se voglio vedere una bella fioritura primaverile di crocus devo tenere il prato vicino falciato».

Un mosaico di habitat diversi
L’Italia è al primo posto in Europa per numero di specie botaniche e animali. Questa meravigliosa ricchezza dipende da un’integrazione complessa di fattori di tipo naturale e sociale. Il nostro paese può essere immaginato come un fine mosaico di piccoli habitat diversi determinati da una grande diversità di condizioni ambientali ma anche dalla presenza millenaria dell’uomo che si è adattato all’ambiente privilegiando attività economiche sostenibili e sviluppando una molteplicità di pratiche agro-forestali in relazione coi luoghi in cui viveva.
Nel bacino del Mediterraneo, piante e animali sono coevoluti a contatto con l’uomo per un ampio arco di tempo. L’intervento dell’uomo ha certamente perturbato i sistemi ecologici preesistenti ma la fauna e la flora hanno avuto sufficiente tempo per adattarsi e cogliere le opportunità rappresentate da tali trasformazioni. Tanto più che potevano continuare a contare su un patchwork di habitat eterogenei e sull’alternarsi di aree coltivate e di aree non utilizzate dall’uomo (boschi, stagni, paludi, scarpate, suoli rocciosi o terreni abbandonati) che offrivano un eventuale rifugio.
Se escludiamo le grandi città, che rimanevano fino a un passato recente modelli di sviluppo relativamente isolati, il Mediterraneo è caratterizzato da un sistema ecologico complesso e plastico dove coesistevano grandi concentrazioni demografiche di persone e, allo stesso tempo, un alto tasso di biodiversità. Non, forse, una natura “incontaminata” e “selvaggia”, se non in luoghi particolarmente isolati, ma una natura vicina, diversificata e in dinamico equilibrio con l’uomo.

Specie a rischio
Il declino delle pratiche agricole tradizionali nelle aree collinari e di montagna rappresenta un problema importante dal punto di vista della biodiversità.
«Il problema è noto – riprende Almo Farina – Gli ambienti temperati, anche boreali, sono relativamente poveri di specie. Non siamo nei tropici dove ogni albero ospita centinaia di specie: rettili, anfibi, uccelli, insetti, epifite… I nostri alberi sono relativamente poveri di ospiti specie specifici. Ma il modello di agricoltura che avevamo ancora un secolo fa favoriva le specie della steppa cerealicola e quelle sono piuttosto numerose. Nei nostri Appennini, quando c’erano ancora i pascoli e le pecore, l’uomo aveva creato situazioni magnifiche e ricchissime di animali e di piante. Oggi, per trovare la stessa diversità biologica di un tempo, occorre fare parecchi chilometri». Bisogna inoltre tener conto, ricorda Farina, che nel nostro territorio molte specie, particolarmente di uccelli, sono ecotonali, necessitano cioè di alberi per nidificare e di aree aperte per andare a cercare cibo. In Europa, non possiamo neppure contare su un grande afflusso di specie migratrici. «È possibile – aggiunge lo studioso – che gli archi glaciali e in seguito la desertificazione del Sahara abbiano interrotto, in gran parte, il flusso migratorio di uccelli proveniente dall’Africa».

Strategie per la conservazione
Come mantenere allora la nostra biodiversità? «L’esclusione dell’uomo dalla natura allo scopo di preservare la fauna e la flora è una visione comunemente accettata dalle politiche di conservazione ma è una strategia che può essere applicata solo a piccole superfici del pianeta dove la natura è ancora, relativamente, incontaminata – sottolinea il professor Farina – Si tratta inoltre di un modello fortemente legato alla storia e alla realtà nord-americana dove la colonizzazione è stata molto distruttiva e la biodiversità si concentra generalmente lontano dall’uomo».
Accanto ai parchi naturali e alle oasi, Almo Farina propone dunque una strategia complementare, pensata in funzione del nostro territorio. L’idea è vecchia e nuova allo stesso tempo: profondamente radicata nel dialogo fra natura e cultura che caratterizza il Mediterraneo, estende la protezione della natura al paesaggio rurale antropizzato. Il “santuario rurale” spiega «è un’area dove le attività agricole offrono degli habitat per un diverso assemblaggio di specie che, nel corso delle stagioni, vi trovano un’ampia varietà di risorse». L’obiettivo è duplice: da una parte, l’uomo ottiene un insieme di beni materiali e immateriali (frutta e verdura sane ma anche un luogo di vita spazioso e bello, la gioia del contatto quotidiano con la natura, la preservazione del patrimonio culturale ereditato e del rapporto col proprio territorio), dall’altra, garantisce uno spazio di vita a un grande numero di specie. Siamo ben oltre il paradigma dell’agricoltura biologica, il quale rimane ancora fortemente incentrato sull’uomo. Il modello dei santuari rurali mette in atto una solidarietà, una condivisione delle risorse con altre specie.
L’efficacia di tale modello, il professor Farina la dimostra nel proprio appezzamento di terra vicino a Fivizzano, in Lunigiana, cinque ettari di terreno dove ha documentato una sorprendente diversità biologica: più di cento specie di animali, fra cui anche il mustiolo, uno dei più piccoli mammiferi del mondo, il falco pecchiaiolo, il geotritone o la salamandrina dagli occhiali. Le innovative ricerche di ecoacustica intraprese dal professor Farina, che è fra i pionieri e i fondatori di questa nuova disciplina ecologica, confermano del resto la complessità e la ricchezza biologica dell’habitat che ha contribuito a creare.

Tra uomo e natura
Un santuario rurale non deve necessariamente avere una superficie enorme. Determinante, sarebbe invece la creazione di una rete di santuari rurali in modo da ottenere un effetto sinergico, favorire lo scambio di materiale genetico all’interno di ogni specie e creare corridoi e tamponi fra i parchi ed ambienti più ostili. Questo modello di gestione del territorio ha profonde implicazioni culturali e filosofiche. La natura non è più separata e contrapposta all’uomo, torna ad essere una dimensione normale della nostra vita piuttosto che un’eccezione. «Slegare la natura dall’uomo è stato un errore enorme – conclude Almo Farina – Il futuro del pianeta dipenderà da un’integrazione, dalla realizzazione di un partenariato sostenibile fra uomo e natura. Quanto al Mediterraneo, sappiamo già che una presenza attiva e consapevole dell’uomo nella natura può favorire moltissime specie che altrimenti non sarebbero presenti».
Negli Usa la certificazione di caffè Bird friendly (raccontata sul numero di settembre, ndr) , creata per promuovere la conservazione degli uccelli nelle piantagioni tradizionali di caffè, ha adottato questa nuova logica che, a lungo termine, favorisce il raccolto e la qualità di vita dei coltivatori. Oggi, i ricercatori dello Smithsonian migratory bird center iniziano a pensare di estendere la certificazione ad altre colture, innanzitutto al cacao, ma anche alle viti e al riso. Una certificazione di agricoltura che promuova un approccio più olistico e si preoccupi maggiormente delle altre specie sarebbe un’ottima strategia per proteggere la biodiversità e valorizzare il territorio anche in Italia.l

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