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Con i piedi per terra

aerei Alitalia

“Attento! Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai, m’aveva detto un indovino”. Da quella profezia Tiziano Terzani trasse uno dei suoi capolavori, Un indovino mi disse, dove raccontava le mille peripezie di un viaggio dall’Asia all’Europa e ritorno. Un anno senza volare, negli anni Novanta, poteva essere una bizzarria (chiaramente per chi poteva permetterselo). Trentacinque anni dopo è Greta Thunberg a “non volare mai”. Ma per lei è una scelta di vita, dettata da motivazioni ecologiste, coronata dalla doppia traversata atlantica in barca a vela.

A far passare la rinuncia a volare da scelta individuale a movimento collettivo per abbassare la febbre del pianeta ci sta provando un’altra svedese: la 38enne Maja Rosén ha fondato il movimento Vi Håller oss på jorden, che in italiano possiamo tradurre in “piedi per terra”, proponendo di astenersi dal prendere aerei per un anno intero. I risultati ci sono stati eccome. Lo scorso anno in Svezia i passeggeri sono calati del 4%. E per il 2020 la challenge di Rosén si è allargata ad altri nove Paesi con l’obiettivo di raggiungere centomila persone che promettono di non volare. A un mese dal lancio gli aderenti sono 23.750, si può firmare la “promessa” sul sito westayontheground.blogspot.com.

Per comprendere il fenomeno ribattezzato Flygskam, “vergogna di volare” o movimento “No fly”, è utile riportare qualche cifra procapite. Secondo i report di Global carbon atlas, su dati del 2018, un cittadino statunitense, canadese o australiano emette circa 16 tonnellate di CO2, un europeo in media 6,7 (dalle 4 tonnellate procapite di uno svedese alle 9 di un tedesco, passando dalle 5,6 di un italiano). Per contenere l’aumento di temperatura a 1,5 °C, secondo il report dell’Ipcc, le emissioni annuali di CO2 devono decrescere rapidamente, fino a raggiungere le 3 tonnellate per persona nel 2030 per poi scendere a meno di 2 nel 2050. A fronte di questi obiettivi, per capire quanto pesi volare, bisogna tenere conto che un solo viaggio intercontinentale incide con almeno una tonnellata CO2 per passeggero.

«Tutto cominciò a giugno 2017 – racconta Maja Rosén – quando otto vip annunciarono che avrebbero smesso di volare. Il dibattito durò mesi, poi venne l’estate 2018, molto calda e secca. Le conseguenze le abbiamo visto con i nostri occhi. Ed è arrivata Greta Thunberg con i suoi climate strikes, provocando un grande impatto, e gli svedesi sono diventati più consapevoli della crisi climatica. La gente comprende che bisogna cambiare comportamenti e che smettere di volare può fare la differenza. Da lì abbiamo cominciato la nostra campagna. Quando ho smesso di volare, undici anni fa – conclude l’attivista svedese – mi prendevano per pazza, o per estremista, ma ora tutti capiscono i motivi. Oggi diverse aziende in Svezia concedono più giorni di ferie se viaggi in treno piuttosto che in aereo».

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