Adriatico in apnea

Ospita il 72% delle specie di pesci note e il 18% di quelle endemiche nel Mediterraneo. Ma è anche l’area dove si pratica con più intensità la pesca a strascico. E da solo sostiene il 50% della nostra produzione ittica. Una campagna per salvarlo ICONA recensioni Pomo della discordia

foto di una rete da pesca in mareMontagne, vulcani, canyon sottomarini, giardini di spugne e coralli: è un mondo affascinante, per lo più ancora sconosciuto e in pericolo, quello che possiamo trovare sui fondali del Mediterraneo. A questi preziosi ambienti dobbiamo la biodiversità unica del nostro mare, che ricopre appena lo 0,8% della superficie oceanica del pianeta ma ospita il 7% delle specie marine globali, di cui 750 specie endemiche di pesci. Ma il Mediterraneo è anche tra i mari più sfruttati al mondo, con oltre il 90% degli stock ittici sottoposti a prelievo eccessivo. Tra le aree dove la vita è più abbondante, e più a rischio, c’è il mare Adriatico. Da qui nasce Adriatic recovery project, una campagna per il recupero degli ecosistemi di acque profonde e degli stock ittici lanciata dall’organizzazione MedReAct e finanziata dal consorzio di fondazioni americane Oceans5. Al progetto collaborano, oltre a Legambiente, Marevivo, la Stanford university e il Politecnico delle Marche. Il degrado dell’Adriatico preoccupa non solo per le sue conseguenze ambientali, ma anche economiche. Perché il declino degli stock ittici mette in crisi il settore della pesca. È un cane che si morde la coda. L’Adriatico ospita il 72% delle specie di pesci note e il 18% delle specie endemiche conosciute nel Mediterraneo, ma con il golfo di Gabes in Tunisia è anche l’area dove si pratica con più intensità la pesca a strascico, particolarmente distruttiva per gli ecosistemi di fondo. Eppure, da solo, l’Adriatico sostiene ancora il 50% della produzione ittica italiana. È quindi importante preservare i suoi stock con pratiche di pesca sostenibile. Secondo la Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (Cgpm), l’organismo regionale della Fao che regolamenta la gestione e la conservazione della pesca mediterranea, gli stock di acciughe, sardine, naselli, sogliole, scampi e gamberi dell’Adriatico sono sfruttati ben oltre i livelli di sostenibilità.

Il Mare nostrum è uno dei più sfruttati al mondo, con il 90% degli stock sottoposti a prelievo eccessivo

«L’Adriatic recovery project ha l’obiettivo di creare una rete di Fishery restricted areas, Fras, aree cioè sottoposte a restrizione delle attività di pesca per proteggere zone di riproduzione o nursery di importanti specie ittiche e per tutelare gli ecosistemi marini vulnerabili – spiega Federica Barbera dell’ufficio Aree protette e biodiversità di Legambiente – Al termine del primo anno di attività, nel 2017, il progetto ha raggiunto l’importante traguardo del riconoscimento da parte della Cgpm della prima Fra nell’area della Fossa di Pomo». Le Fras, zone dove la pesca viene chiusa o fortemente ridotta, costituiranno delle riserve per il recupero di specie ittiche importanti e fungeranno da “polmone” per il ripristino della biodiversità. La loro istituzione è coerente con l’impegno assunto dall’Unione Europea durante la Convenzione sulla diversità biologica per garantire la conservazione del 10% delle sue zone costiere e marine entro il 2020. È un percorso verso una nuova gestione sostenibile dell’Adriatico, come modello per il Mediterraneo, che prende avvio proprio dalla protezione della Fossa di Pomo. L’Adriatico, lungo 800 km, con una larghezza massima di 200 km e una profondità media di 250 metri, è suddiviso in tre bacini: settentrionale, centrale e meridionale. La parte nord, con una profondità media di 35 metri, ha la piattaforma continentale più estesa di tutto il Mediterraneo. I fondali si abbassano gradualmente man mano che si scende verso il bacino centrale, fino a raggiungere i circa 250 metri della Fossa di Pomo. La scarsa profondità e la prevalenza di fondali sabbiosi e fangosi hanno fatto sì che l’Adriatico centro-settentrionale sia una delle aree maggiormente sfruttate e strascicate di tutto il Mediterraneo. A sud la profondità aumenta rapidamente, culminando nella fossa meridionale con oltre 1.200 metri, e lo stretto di Otranto rappresenta il punto di scambio fra il bacino dell’Adriatico e il resto del Mediterraneo. I profondi fondali di quest’area sono ancora poco conosciuti rispetto a quelli centro-settentrionali, ma recenti studi hanno osservato la presenza di alcuni habitat sensibili, anche in corrispondenza di canyon e montagne sottomarine. Il canyon di Bari ad esempio, al largo delle coste pugliesi, è un sistema formato da due profonde incisioni sulla piattaforma continentale, che sprofondano fino a 1.000 metri. È un hotspot di biodiversità con coralli profondi, spugne e numerose altre specie bentoniche, legate cioè ai fondali. Il canyon è l’habitat ideale per diverse specie commerciali, come il nasello, ma anche per specie vulnerabili della Lista rossa dell’Iucn, fra cui gli squali. Un secondo canyon è al largo delle coste del Montenegro, dove è stato osservato anche una spettacolare conformazione simile a un “campo di ciminiere”. Ancora al largo di Bari si sono scoperte montagne sottomarine e lungo il margine occidentale della fossa meridionale sono state trovate complesse strutture morfologiche, con frane sottomarine.

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Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.